DISCORSO DI BRUCE SPRINGSTEEN ALLA CERIMONIA PER L’AMMISSIONE DELLA “E-STREET BAND” NELLA R’N’R HALL OF FAME: “COSÌ È NATA LA MIA BAND DI SOLISTI”

1 - LA LEZIONE DEL BOSS: «COSÌ È NATA LA E STREET LA MIA BAND DI SOLISTI»
Seba Pezzini per "il Giornale"

La band, una somma di addendi che può dare esiti umanamente incendiari e musicalmente portentosi, ma il cui risultato si sottrae quasi sempre a un calcolo matematico. Prendete la band più longeva tra i mostri sacri del rock, i Rolling Stones, certo non un combo di virtuosi, ma sempre in grado di stregare il pubblico.

Basterebbe dare un'occhiata agli esordi della band per antonomasia, i Beatles, e capire come una passione comune e un talento non ancora sbocciato scatenarono un fenomeno che ancor oggi rende perplessi sociologi e musicologi. Ma il rock'n'roll è essenzialmente una creatura a stelle e strisce e Bruce Springsteen rimane un'autentica icona popolare americana.

Più di The Band, Grateful Dead, Stooges, Allman Brothers, solo per citarne alcune. Ecco cosa ha detto il Boss l'altra sera nel suo discorso di introduzione della sua E Street Band nella Rock and Roll Hall of Fame, da consumato oratore, recitando quasi a memoria, dispensando tanto autentico amore e pure un po' di zucchero hollywoodiano. Ma, per superare la prova del tempo, una band ha bisogno del successo (che da solo non basta, come dimostrato da esempi illustri) e di rapporti umani a prova di bomba.

2 - DISCORSO DI BRUCE SPRINGSTEEN ALLA CERIMONIA PER L'AMMISSIONE DELLA "E-STREET BAND" NELLA R'N'R HALL OF FAME

In principio era Mad Dog Vini Lopez, fresco di galera, con la testarasata, adAsbury Park. Mi disse che aveva una band per fare soldi chiamata Speed Limit 25 e che stavano cercando un chitarrista. Della serie, ti interessa? Ero al verde, per cui, mi interessava. La genesi della E Street Band fu proprio un gruppo in cui Vini Lopez mi chiese di entrare a far parte per guadagnare qualche dollaro in più nel weekend. Subito dopo, incontrai Dan Federici.

Aveva un giaccone di pelle che gli lambiva i ginocchi, i capelli rossi tirati indietro.
Per cui, Vini, Danny, io e il bassista Vinnie Roslin ben presto ci rinchiudemmo a fare le prove in una villetta sulla main street di un paese di pescatori di aragoste: Highlands, New Jersey. La prima volta che vedemmo Garry Tallent fu quando trascinò due sedie insieme a Southside Johnny su una pista da ballo vuota mentre io collegavo la mia chitarra sul palco. Ero il ragazzino nuovo e loro erano i padroni di casa.

Si accomodarono, rivolgendomi un'occhiata della serie, «Forza, giovinastro. Sentiamo cosa sai fare ». E io accesi l'ampli e gli incenerii il locale. La bravura di Garry Tallent al basso e la sua aria da gentiluomo del Sud è il perno della mia band da 40 anni. Grazie, Gary! Grazie, signore.

Poi, una sera, misi piede nell'Upstage e fui sconvolto dal sedicenne David Sancious, con la sua faccia da bambino. Davey era molto, molto inusuale: era un giovane di colore che - ad Asbury Park che, nel 1968, non era un posto tranquillo - varcava i confini tra le diverse comunità in cerca di avventure musicali e che ci regalò il suo talento e il suo amore. Fu il mio compagno di stanza nei motel da sei dollari a camera doppia nei primi anni della E Street Band. Era bravo e si lavava i calzini...

E, Davey è l'unico membro del gruppo che effettivamente abbia mai vissuto dei proventi della E Street! Allora entrai e lui era all'organo del locale. E oggi Davey è un tipo riservato, ma al tempo ballava come Sly Stone e suonava come Booker T e tirava fuori blues e soul e jazz e gospel e rock & roll e con la sua tastiera faceva cose che non avevamo mai sentito.C'era tanta passione ed era una cosa bellissima. Davey, ti vogliamo bene e ci manchi tuttora, sai?

Ma prima di tutto questo c'era stato Steve Van Zandt. Entrai nel Middletown Hullabaloo Club, nel New Jersey: lui era il frontman degli Shadows. Aveva una cravatta che dal collo toccava terra. Ricordo solo che stava cantando Happy Together dei Turtles. Suonava cinquantacinque minuti e faceva una pausa di cinque e, se scoppiava una rissa, doveva correre sul palco e riprendere a suonare. Incontrai Stevie e divenne quasi subito il mio bassista e poi il mio chitarrista solista.

Il mio consigliere (in italiano nell'originale -ndt ), il mio affidabile avvocato del diavolo quando me ne serviva uno. L'orecchio impagabile per tutto ciò che creo - mi affido sempre a lui - e il mio fan numero uno. È il mio contraltare comico sul palco, il mio compagno produttore/arrangiatore e il mio fratello di sangue. Continuiamo a farlo per tutte le vite che ci verranno concesse. Ok?

Passarono anni e gruppi: Child, Steel Mills, Bruce Springsteen Band, tutte incarnazioni diverse di quella banda. Poi ottenni un contratto solista con la Columbia Recordse pretesi di scegliermi per la sala di incisione le mie «spalle», un termine quanto mai improprio. Dunque, scelsi la mia band e i miei grandi amici e finalmente approdammo sulla E Street: un raro esempio ibrido di solista e vera e propria rock'n'roll band.
Ma mancava una cosa grande.

Era una sera buia e tempestosa... quando incontrai Clarence Clemons. Ero sempre stato affascinato dal suono del sax di King Curtis e da anni cercavo un grande sassofonista rock'n'roll. E quella sera si presentò Clarence, salì sul minuscolo palco del Prince, troneggiando su di me alla mia destra, e poi scatenò la forza della natura che rappresentava il sound e l'anima di Big Man. In quel momento, capii che la mia vita era cambiata. Mi manchi, ti voglio bene Big Man. Vorrei che lui fosse con noi stasera. Significherebbe tantissimo per Clarence.

Grazie, naturalmente, a Max Weinberg e Roy Bittan, che risposero a un'inserzione sul Village Voice. Raffinarono e definirono quel suono della E Street Band che resta tuttora il nostro richiamo in tutto il mondo. Grazie, Roy. Grazie, Max. Sono i miei sicari professionisti. Li amo entrambi.

Poi, 10 anni dopo, Nils Lofgren e Patti Scialfa si unirono a noi giusto in tempo per aiutarci nella rinascita di Born in the Usa . Nils, uno dei più grandi chitarristi rock del mondo dalla voce daragazzino, mi ha dato tutto ciò che aveva negli ultimi 30 anni.
Grazie Nils. Quanto amore.

A Patti Scialfa- una Jersey Girl- che veniva nel weekend da New York City e suonava con una band del posto allo Stone Pony, dove cantava una versione pazzesca diTell 'Emdegli Exciters. La sua voce aveva un che di Ronnie Spector, un che della piccola Dusty Springfield e tanto di personale. Andai da lei, mi presentai. Prendemmo un paio di sgabelli e restammo lì per un'ora o una trentina d'anni a parlare di musica e di tutto il resto. Così, inserimmo la mia splendida donna dai capelli rossi e lei spezzò quel circolo di soli ragazzi!...Patti, ti amo, grazie per la tua splendida voce, hai cambiato la mia band e la mia vita. Grazie per i nostri splendidi figli.

Le vere band nascono da un tempo reale e da un posto reale cercando qualcosa di più promettente di quello che si è conosciuto alla nascita. La E Street era un'idea; un desiderio; un rifugio; una casa; una destinazione; un sogno da marciapiede; e, per finire, era una band. Abbiamo lottato insieme e, talvolta, abbiamo litigato. Ci siamo crogiolati nella gloria e, spesso, nella confusione snervante di ciò che abbiamo ottenuto insieme.

Abbiamo goduto di buona salute e ci siamo ammalati e siamo invecchiati e morti insieme. Ci siamo aiutati a vicenda nei momenti difficili e ci siamo fatti del male a vicenda. Ma, alla fine, ci fidiamo gli uni degli altri. (...) È questo il marchio di una rock'n'roll band. È così per i Rolling Stones; i Sex Pistols; Bob Marley and the Wailers; James Brown and His Famous Flames; Neal Young and Crazy Horse.

L'unico rimpianto è che Danny e Clarence non possano essere qui stasera. Sono fiero di introdurre nella Rock and Roll Hall of Fame la E Street Band, band leggendaria che ti fa venire l'infarto, che seduce, che pesta duro, che fa dimenare il culo, che fa l'amore, che è un terremoto, che assume Viagra, che sfida la morte.
(Traduzione a cura di Seba Pezzani)

 

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