NIENTE PIÙ ORECCHIETTE AL SANGUE – DOPO GLI ECCESSI MYKE TYSON DECIDE DI DARSI UNA REGOLATA: “SONO MALATO, CAMBIO VITA” – E CHIEDE DI BERLUSCONI: “SI È FIDANZATO? FANTASTICO! SE LO MERITA” – RICORDA VERSACE: “AMAVO GIANNI”

Marco De Martino per "Vanity Fair"

Arriva con due guardie del corpo, il figlio Miguel e la testa coperta da una papalina di seta ricamata con la medusa di Versace: «Amavo Gianni: anche quando ero in prigione mi mandava inviti a tutte le sue feste. Sapeva che non potevo venire, ma era il suo modo di dirmi che mi pensava.

Fuori di prigione voleva riempirmi di regali ma io ero impaziente, compravo tutto da solo, e allora lui si preoccupava perché diceva che spendevo troppo. Proprio lui che comprava tutto quello che voleva. Ma io lo capivo: spendi così tanto solo quando sei stato molto povero».

Sto camminando al fianco di Mike Tyson in una stradina lungo il fiume Hudson, a Manhattan. Tutti quelli che incrociamo lo riconoscono e gli chiedono una foto, un autografo, un abbraccio. Lo chiamano Champ, campione, e io gli chiedo se a volte si domanda quale parte della sua storia amino così tanto:

«Credo che sappiano che ho vissuto qualcosa di simile a loro: sono stato tutta la vita sotto la lente di un microscopio. Però dico sempre alla gente: non cercate di capirmi troppo bene, non venitemi troppo vicino, lasciatemi spazio. Perché a rendermi famoso sono stati i miei difetti: l'aggressività, l'autodistruzione, la mia costante paura di fallire.

Senza la miseria e l'abuso non sarei mai diventato quello che sono. È una realtà veramente strana la mia». Più tardi parleremo dei roller pigeon, i più strani e preziosi tra i 1.200 piccioni che tiene nella sua tenuta. Sono ammaestrati per volare più in alto di tutti gli altri e poi fare capriole all'indietro, fino a perdere il controllo e a precipitare verso terra. Alcuni si sfracellano, altri riescono a riaprire le ali e a salvarsi.

Come lui che, dopo avere guadagnato 400 milioni di dollari, ha perso tutto in un mare di alcol e di cocaina. Che da bambino si sentiva a casa solo quando saliva sul tetto con i suoi piccioni, perché nella casa vera il padre non c'era e la mamma litigava coi suoi vari uomini.

È difficile concepire perfino i frammenti della vita di Mike Tyson. A 12 anni era già stato arrestato 38 volte. A 20 era campione del mondo. Ha messo al tappeto in pochi secondi decine di avversari, ma a mettere k.o. lui c'è riuscita solo una donna, che lo ha accusato di una violenza carnale che lui ha sempre negato.

Dentro portava tanta di quella rabbia da mordere l'orecchio di un suo avversario non una ma due volte, sputandone un pezzo sul ring. Tra poco sarà seduto di fianco a quell'uomo, Evander Holyfield, e parleranno di quell'episodio come se niente fosse. A mettere insieme Tyson e Holyfield è stato Bert Marcus, regista del documentario Champs, presentato al Tribeca Film Festival di New York.

Nel film c'è anche un terzo ex campione del mondo, Bernard Hopkins: come gli altri anche lui è riuscito a evadere dai ghetti delle grandi città solo a forza di pugni, e il documentario racconta la diseguaglianza americana attraverso le loro storie.

Tyson però è l'unico dei tre che per sopravvivere ha dovuto cambiare completamente vita. È salito sul palco per raccontare il suo percorso di redenzione in un one-man show diretto da Spike Lee. Si è messo a nudo in un'autobiografia coraggiosa (True. La mia storia, edizioni Piemme).

E ha fondato un'agenzia di promozione di pugili per evitare che i giovani facciano i suoi stessi errori. Arriviamo al ristorante dove lui mangia pizza e spaghetti e mi parla come combatteva sul ring, senza girarci troppo attorno: «Non sia timido: spari, mi chieda quello che vuole».

Che cosa rimpiange più di tutto?
«Avere avuto tante relazioni senza significato con donne che erano tutte in qualche modo una proiezione di mia madre, una donna molto aggressiva che buttava acqua bollente addosso ai suoi uomini: più lei li maltrattava, più loro la amavano.

Donne che combattevano i maschi: pensi che ero talmente condizionato che le vestivo tutte di abiti costosi, come faceva mia madre quando agghindava di tutto punto le prostitute che passavano per casa. Ho rotto con quel modello solo sposando Kiki.

Lei è diversa: vuole solo fare star bene quelli che le stanno attorno. È la mia salvezza».
Secondo lei, davvero tutto quello che è accaduto nella sua vita deriva solo da ciò che le è successo nell'infanzia?
«No, dipende tutto da me. Infatti mio fratello è venuto fuori tutto diverso, è un medico stimatissimo: entrambi non avevamo potere sul mondo in cui siamo nati, ma solo io sono responsabile della mia condotta. Lui amava la scuola e si faceva influenzare dai maestri, io dallo sport e dalla strada».

Come vive adesso?
«Pianifico tutto. So perfettamente quello che farò oggi, domani, tra due giorni. Non lascio spazio alla spontaneità, so di essere debole e che restare sobri è una guerra da combattere ogni giorno. Sto sempre attento: non posso uscire come la gente normale. Non posso dire certe cose perché sono prese troppo sul serio. Alla fine io sono cambiato, ma chi ho intorno non ha cambiato l'idea che aveva di me».

Qual è stato il punto di svolta?
«Credo sia stata la scomparsa di Exodus, la mia bambina di 4 anni (morta per un incidente nel 2009, ndr). Non c'è giorno che non pensi a lei. Quando sono andato all'ospedale il mio dramma mi sembrava assoluto, ma poi ho visto i genitori di altri bambini che stavano morendo e ho capito che non avevo l'esclusiva sul dolore. È stato un grande insegnamento».

È facile rimanere sobri?
«La gente pensa che basti non bere o usare droghe, invece la questione è che quando hai uno spirito malato come il mio non hai potere decisionale sulle cose che fai. Mi ci sono voluti anni di terapia prima di realizzare che sono malato: quando pensiamo alla malattia immaginiamo quelli che hanno un braccio rotto, o gli psicopatici come Jeffrey Dahmer. Sono un malato anch'io».

Le capita di aver paura?
«Talvolta temo di tornare a essere povero. Di finire in mezzo a una strada. Ho paura di non poter sostenere la mia famiglia, che loro se ne vadano via. Ma la cosa che mi terrorizza veramente è dovere fare del male a qualcuno per prendergli i soldi».

Ha mai rivisto Desirée Washington, la donna che l'ha accusata di stupro?
«Mai. Mi dicono che ha cambiato faccia con la chirurgia plastica. Ha fatto bene: per me è una criminale. Qualche tempo fa sono tornato nella prigione dell'Indiana dove ho passato tre anni per colpa delle sue bugie, ho incontrato il cappellano, è stato come tornare a casa. In prigione ero servito, riverito, stavo bene».

È ancora vegano?
«No. Lo sono stato per 5 anni: troppi, anche se quella dieta mi ha aperto la mente».

Quindi ora mangia di tutto?
«Non mangio carne rossa, solo pollo e pesce. Tantissimi mirtilli».

E spaghetti, come ora.
«Lei di dove è, in Italia?».
Milano.

«Come sta Berlusconi?».
Credo bene, ha una fidanzata.
«Fantastico (ride). Se lo merita: finalmente capisce come si sente il resto del mondo».

Le stava simpatico?
«Mai incontrato uno più cool di lui. Mi piaceva molto, era un uomo così buono. Mi regalò un quadro, ma non ce l'ho più: se l'è rubato Don King, il mio manager».

Come si sentirebbe se uno dei suoi figli le dicesse di volere fare il pugile?
«Per fortuna non credo che vogliano farlo. Ma se accadesse non vorrei mai che incontrassero uno come me».

Che tipo di genitore è?
«Migliore di mio padre e di mia madre, e questa è già una vittoria. Anche se ho smesso di andare a scuola da bambino ho tutti figli che fanno o faranno college importanti: qualcosa di giusto l'ho fatto».

Questo pomeriggio alla presentazione del film rivedrà Holyfield: avete mai parlato di quella volta dell'orecchio?
«Molte volte, ma mai da soli. Sempre davanti a una telecamera».

Ma non è strano?
«Sì, anche questo è strano. Ma deve capire che nel mio mondo non tutto è davvero come appare. E in certi casi la realtà in dosi eccessive non è neanche la cosa migliore: ci vuole un po' di fantasia, un po' di apparenza, per avere una vita serena».

 

 

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