“LA MAGGIOR FORZA CIVILIZZANTE NEL MONDO NON E’ LA RELIGIONE MA IL SESSO” – LA GIORNALISTA VALERIA ARNALDI RACCONTA IN UN SAGGIO LA FIGURA DI HUGH HEFNER, FONDATORE DI ‘PLAYBOY’, CAPACE FIN DAL PRIMO NUMERO DEL 1953, CHE OSPITAVA UN NUDO DI MARILYN MONROE, DI TRASFORMARE UNA RIVISTA IN UNO STILE DI VITA – “PLAYBOY È STATO FONDATO SULLA CONVINZIONE CHE ANCHE ALLE BELLE RAGAZZE PIACE IL SESSO” – L’INTERVISTA A ORIANA FALLACI IN CUI HEFNER SPIEGO’ LA SCELTA DEL CONIGLIO COME LOGO (DAL CONIGLIO ALLE CONIGLIETTE IL PASSO FU BREVE) - E PENSARE CHE LA MADRE SOGNAVA PER IL GIOVANE HUGH UN FUTURO DA MISSIONARIO (IN UN CERTO SENSO, IL MISSIONARIO, MA SOLO COME POSIZIONE, E’ STATO CENTRALE NELLA SUA VITA)
Alisa Toaff per adnkronos.com
Valeria Arnaldi, giornalista e autrice attenta ai fenomeni della cultura pop e dell’immaginario contemporaneo, torna in libreria con ‘Playmate & conigliette. La (bella) vita secondo Hugh Hefner’, un saggio che esplora uno dei simboli più riconoscibili e controversi del Novecento.
Al centro del racconto c’è la figura di Hugh Hefner, fondatore di ‘Playboy’, capace di trasformare una rivista in un vero e proprio universo culturale. Non solo editoria, ma un modello di lifestyle che ha inciso profondamente sull’immaginario collettivo, tra glamour, trasgressione e costruzione del desiderio. Il libro ripercorre la parabola di Hefner a partire dalla sua visione originaria.
‘’Non avevo solo una rivista, avevo uno stile di vita’’, è una delle chiavi di lettura che emergono dalla sua stessa narrazione, utile a comprendere come ‘Playboy’ sia diventato molto più di un magazine. Fin dal primo numero del 1953, che ospitava un nudo di Marilyn Monroe, la rivista si è imposta come fenomeno culturale, contribuendo a una progressiva normalizzazione del nudo nell’immaginario popolare.
hugh hefner crystal harris 2010
Nel corso degli anni, numerose icone della cultura pop e del cinema hanno posato per la rivista, trasformando il cosiddetto “paginone centrale” in un simbolo di notorietà e consacrazione mediatica. “Il paginone centrale che poi è stato il trionfo dell’oggettificazione della donna in realtà è diventato una sorta di Oscar della bellezza femminile - sottolinea Arnaldi all’Adnkronos - Arrivare su quelle pagine era un vero e proprio traguardo. ‘Playboy’ non è solo nudo, ma anche altro: Hefner l’ha costruito bene, inserendo letteratura, design e interviste. In questo modo ha rivoluzionato l’idea stessa di magazine”.
Arnaldi ricostruisce come la rivista abbia ospitato nel tempo conversazioni con protagonisti della musica e della cultura come Miles Davis e Frank Sinatra, fino a interviste considerate scomode a figure politiche e leader dei diritti civili come Martin Luther King e Malcolm X, oltre ad artisti come Salvador Dalí e attori come Marcello Mastroianni:
“Era un magazine pensato per l’uomo, ma non solo sul nudo, bensì su interessi più ampi – continua la giornalista - Dentro c’erano anche i racconti di Roald Dahl, che affidò a Playboy un immaginario erotico e oscuro, dimostrando quanto potesse essere un contenitore culturale trasversale’’.
In questo senso, ‘Playboy’ si inserisce nella stagione di cambiamento dei costumi legata alla rivoluzione sessuale, portando il nudo fuori dalla marginalità e rendendolo parte del linguaggio mainstream.
Non a caso, Hefner sosteneva che Playboy fosse stato stato "fondato sulla convinzione che anche alle belle ragazze piace il sesso”, una dichiarazione che sintetizza la sua impostazione culturale e commerciale.
Uno degli aspetti più interessanti del volume è proprio l’equilibrio tra racconto e analisi. Se da un lato ‘Playboy’ viene presentato come espressione di una nuova libertà, dall’altro emergono i limiti di un modello fondato su una rappresentazione del corpo e del desiderio fortemente codificata. Arnaldi infatti si sofferma anche sulle ombre della figura di Hefner e sugli aspetti più controversi del suo impero mediatico: “Nel libro - sottolinea - ho voluto dare conto anche di quelli’’.
Senza assumere toni celebrativi né apertamente critici, Arnaldi costruisce un percorso accessibile e divulgativo, capace di parlare a un pubblico ampio.
Il risultato è un ritratto che invita a interrogarsi su cosa abbia rappresentato davvero l’universo ‘Playboy’ e su quale sia oggi la sua eredità. In un contesto contemporaneo in cui il dibattito su immagine, identità e rappresentazione è sempre più centrale, ‘Playmate & conigliette’ offre così uno spunto per rileggere il passato alla luce del presente. Il mito costruito da Hefner continua infatti a esercitare una sua influenza, anche se osservato oggi con uno sguardo più consapevole e critico.
hugh hefner pamela anderson ph gettyimages
PLAYMATE E CONIGLIETTE
Estratti dal libro Playmate& Conigliette di Valeria Arnaldi
«Potrei essere in un posto migliore e più felice di oggi? Non credo». Così, in poche parole ma con una prospettiva decisamente ampia, Hugh Hefner, padre di Playboy, commentava la sua vita, il suo successo, la sua impresa.
Un bilancio di pochi, pochissimi, quasi nessuno, che Hefner, pioniere ma soprattutto forse avventuriero nei mercati dei tanti, tantissimi, zero, proponeva come "formula" Voleva sì mostrarsi privilegiato, ma anche e più ancora farsi icona di un mondo da sognare, desiderare e cercare di sbirciare dal "buco della serratura" della rivista per sentirsene in qualche modo parte.
Cresciuto nel mondo delle pin-up, sexy ma ingenue per definizione- e seduzione - Hefner fece del sesso uno strumento di rivoluzione e ben prima che lo diventasse per storia e movimenti giovanili. Spiegò agli uomini che le loro fantasie si potevano avverare, tutte, pagina dopo pagina. E regalò loro un nuovo immaginario, figlio dei suoi stessi desideri: donne libere, ammiccanti, felici di mettersi in mo-stra, senza pensieri o richieste, senza impegno.
Al contempo, però, Hefner usò quella stessa immagine per svelare alle donne ciò che potevano essere e avere. Non dovevano più limitarsi a farsi statu-ine, fisse e inespressive, vergognose per l'educazione al pudore e per dovere sociale. No. Potevano attrarre gli sguardi e guidarli dove volevano, potevano essere parte attiva nella ricerca del piacere e po-tevano, anzi dovevano, godere di quella situazione, nel senso pieno del termine.
«Playboy è stato fondato sulla convinzione che anche alle belle ragazze piace il sesso», dichiarò Hefner a proposito della nascita della rivista. E questa era davvero una rivoluzione. E, negli anni Cinquanta, un tabu. Non era una cosa risaputa e soprattutto non era una prospettiva concepita.
hugh hefner e la moglie crystal
Nel secondo dopoguerra, il centro della società americana era la famiglia della classe media, solida, con un sufficiente potere d'acquisto e felice anche per la possibilità di concedersi nuovi consu- mi. Il modello era conservatore: padre lavoratore - e capofamiglia, concetto da non sottovalutare - madre casalinga, impegnata a gestire ogni questione domestica, e più figli.
La casa era spesso in una zona di nuova costruzione, periferica e in crescita, e questo, oltre a renderla accessibile, creava una nuova idea di modernità. Dunque, l'uomo doveva garantire il benessere economico secondo gli standard borghesi, la donna invece doveva occuparsi della serenità della casa, facendone il nido cui tornare felici e, ovviamente, doveva badare all'educazione dei figli per creare i "buoni americani" di domani.
valeria arnaldi hugh hefner cover
Lo status si misurava in base agli oggetti, a partire dagli elettrodomestici, che diventavano misura del boom economico post bellico. E i quartieri erano piccole comunità, solide, con una vita per molti versi condivisa, fatta di incontri, amicizie, relazioni.
Era questo il modello cui aspirare, questa l'idea sociale di "normalità"
hugh hefner e la moglie crystal
Quest'idea di famiglia non era figlia del decennio ma di gran lunga precedente. Già John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti, dal 1797 al 1801, aveva teorizzato la sua importanza per il benessere collettivo: «Le fondamenta della moralità nazionale devono essere poste nelle famiglie private. Invano sono istituite scuole, accademie e università se principi lassi e abitudini licenziose vengono impressi ai bambini fin dai loro primi anni».
Suo figlio, John Quincy Adams, sesto presidente degli Stati Uniti dal 1825 al 1829, rimarcò la natura pre-politica della famiglia, ribadendola fondamentale per il benessere sociale. Nel 1842, introducendo il suo discorso al Franklin Lyceum di Providence, Rhode Island, dichiarò: «Il patto sociale, o corpo po-litico, fondato sulle leggi della Natura e di Dio, fisiche, morali e intellettuali, presuppone necessariamente un patto familiare permanente formato dalla volontà dell'uomo e dal consenso della donna, e che dalle stesse leggi della Natura e di Dio nella formazione del Patto Sociale, Il testamento o il voto di ogni famiglia deve essere dato dal suo capo, dal marito e dal padre».
Una struttura rigida, quasi stringente, salda che diventava piena espressione di una precisa morale.
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