marco molendini sotto il sole di roma

CLAUDIO VILLA E LA DISFIDA DELL’HAMBURGER – MARCO MOLENDINI NEL SUO LIBRO “SOTTO IL SOLE DI ROMA” RACCONTA QUANDO IL "REUCCIO" NEGLI ANNI ’80 ANIMO' UNA PROTESTA CONTRO MCDONALD’S, CHE AVEVA APPENA APERTO IL SUO PRIMO FAST FOOD A PIAZZA DI SPAGNA -  "CI SONO ANCHE GIORGIO BRACARDI, RENZO ARBORE E VALENTINO, CHE HA L’ATELIER PROPRIO ACCANTO AL NUOVO NEGOZIO E VIBRA DI RABBIA TEMENDO CHE I FUMI DEGLI HAMBURGER FRITTI SULLA PIASTRA POSSANO FINIRE SUI SUOI VESTITI” – I FLIRT DI SONIA BRAGA: DA FALCAO A...MICK JAGGER - "LE TRAGEDIE DA MAGNA GRECIA" DI MINO REITANO A SANREMO OGNI VOLTA CHE...

 Brani tratti dal libro “Sotto il sole di Roma” di Marco Molendini (Minimum fax) 

 

DONA FLOR SENZA MARITI 

robert redford sonia braga

 

C’è un vecchio detto, molto abusato nelle redazioni ai tempi in cui i giornali erano ancora giornali; uno slogan autoconsolatorio che dice: «Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare».

 

Non c’è dubbio, sono stato un privilegiato, ma non perché non abbia lavorato, piuttosto perché quel mestiere, soprattutto in una redazione come quella degli spettacoli, è un lavoro dove la vita privata coincide con quella professionale e, alla fine, ho potuto soddisfare le mie passioni.

 

A volte al prezzo di qualche rinuncia. 

 

Ricordo un viaggio ad Agrigento per un festival del cinema dove sarei dovuto restare quattro giorni. Ero con una mia amica carissima, giornalista brasiliana, e con Sonia Braga, l’attrice che mi aveva folgorato in Dona Flor e i suoi due mariti e in Gabriela, accanto a un ardente Marcello Mastroianni. Una donna bella, sexy e simpatica.  

 

marcello mastroianni sonia braga

Quando ci incontriamo per la partenza Sonia è in una fase scura. A Roma ha avuto un flirt finito male con Paulo Roberto Falcão, a quell’epoca idolo assoluto della città.

 

Ma lei è piena di vita, ha voglia di divertirsi, è profondamente meridionale anche se viene da uno stato del Sud del Brasile, il Paraná, un sud che poi, nell’emisfero australe, corrisponde climaticamente al nostro nord. La Sicilia le piace. 

 

Appena arrivati andiamo in spiaggia, poi a visitare il tempio di Agrigento. Quando torno in albergo mi avvertono che il giornale mi sta cercando. È Pino Geraci, il caporedattore centrale. Siamo amici dai tempi della cronaca, quando era il fedele vice di Silvano Rizza, però stavolta Pino è infuriato con me come non l’avevo mai sentito. 

 

«Marco, ma che fai? Devi tornare immediatamente». 

sonia braga

«Che è successo, Pino?», chiedo meravigliato. 

«C’è un inserto da fare, lo hai mollato e te ne sei andato». 

«Pino, ho lasciato tutte le istruzioni, non c’è problema». 

«No, ci devi essere tu, torna subito». 

 

Balbetto qualcosa ma capisco che non mi resta che obbedire, e non provo neppure ad accennare alla situazione in cui mi trovo. Mi resta solo una cena. Ciao Sônia, buona Sicilia. 

 

La mattina un autista viene a prendermi per portarmi all’aeroporto di Palermo. Sonnecchio per tutto il viaggio, poi sento una brusca frenata: l’autista scende al volo mormorando: «Quei cornutissimi, minchia, la foto fecero». 

 

sonia braga

Si infila nella boscaglia come una furia. Sento delle voci concitate, urla in dialetto. Altri «minchia qua, minchia là» che volano.

 

Mi volto, guardo indietro e vedo l’autista praticamente in ginocchio davanti a due agenti, con accanto il trabiccolo che regge l’autovelox. È affranto, chiede scusa, implora. Alla fine commuove i poliziotti. 

 

Teatro meridionale puro. Proprio come mi è capitato di vedere una volta a Sanremo, con Mino Reitano.

 

Era ospite, durante il festival, all’Hotel Royal con la famiglia, ma era sempre circondato da una corte di amici, ammiratori, parenti a vario titolo. Stavano con lui, ridevano, lo ascoltavano, mangiavano al suo tavolo.

 

Finito il festival, quando è arrivato il conto stratosferico, Mino si è sentito mancare. Affranto, ha implorato il direttore, si è stracciato le vesti piangendo: anche qui, pura tragedia da Magna Grecia. Qualche mese dopo quel viaggio ad Agrigento leggo che Sônia ha un flirt con Mick Jagger. Falcão è dimenticato abbondantemente. 

protesta contro mcdonalds a piazza di spagna a roma 1986 - giorgio bracardi claudio villa

 

IL REUCCIO 

Una mattina squilla il mio telefono, è la portineria. «Marco, qua ce sta Claudio Villa, dice che vuole salire». «Va bene, fatelo passare». Il tempo dell’ascensore, sempre lento e cigolante come ai tempi di Sandrino, ed ecco entrare come una furia il Reuccio. 

 

Piccolo, grassottello, imbustato in una tuta di pelle da motociclista, in una mano stringe il casco, nell’altra ha un pacco di fogli. Li sbatte con vigore sulla scrivania e con la sua voce prepotente da tenorino esclama: «È una truffa, uno scandalo, qua faccio venì giù tuttooooooo», alzando il tono come fosse il crescendo finale di «Granada». 

 

Tanto per cambiare ce l’ha con Gianni Ravera, il patron del Festival di Sanremo, con il quale ha ingaggiato una guerra senza fine. «Mi ha mancato di rispetto, gliela farò pagareeeee», spara, calcando sempre sull’acuto finale. 

 

gabriella ferri claudio villa

L’offesa è che Ravera lo ha confinato in gara nella categoria a rischio eliminazione perché la rosa dei big era già stata chiusa: probabilmente gli aveva promesso che sarebbe passato lo stesso, e invece Claudio è stato eliminato. 

 

Apriti cielo, è questione di orgoglio per il monarca canoro detronizzato che, in quegli anni, fa di tutto per non affondare e si iscrive alla P2.  

 

Così denuncia Ravera e rischia di far interrompere il Festival del 1982 (quello di «Felicità», della coppia Al Bano e Romina Power, e di Vasco Rossi con «Vado al massimo», anche se a vincere è Riccardo Fogli con la dimenticabile «Storie di tutti i giorni»). 

 

CLAUDIO VILLA

Il Villa offeso e furibondo si mette a caccia delle giurie colpevoli della bocciatura. Non viene a capo di nulla, se non di un rimpiattino fra patron e comune di Sanremo, ma le giurie non si trovano. Nelle carte che ha in pugno la mattina in cui arriva al Tritone, però, c’è un’altra magagna su cui puntare, la cosiddetta mondovisione, vale a dire il fatto, così viene detto ufficialmente, che il festival andrebbe in onda in tutto il globo. 

 

«Quale mondovisioneee!», accusa il tenorino di Trastevere facendo vibrare anche le sue basette grigie, lunghe quanto le orecchie. «Sai quali sono i paesi in cui viene trasmesso? La Turchia, l’Egitto, la Romania. È una presa in giroooooo!», e la regale voce del Reuccio si infiamma ulteriormente. «Ecco qua, ti lascio le carte, a Ravera lo faccio a pezziiiiii». 

 

Infuriato, riprende il casco e se ne va imbustato nella tuta di pelle, con l’aria di voler accennare a un pucciniano «Vinceròooooo!» Ha ragione a metà: se le giurie sono fantasmi irreperibili, i collegamenti con gli Stati Uniti in realtà ci sono, con Maurice Gibb dei Bee Gees da Las Vegas e con i Kiss dallo Studio 54 di New York, esibizioni a distanza organizzate perché, secondo Ravera, gli ospiti non sono voluti venire in Italia per paura dei sequestri, allora in piena espansione (tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta sono state rapite cinquecento persone).  

 

claudio villa banda del buco

La vicenda comunque si esaurisce lì: il Reuccio ottiene la possibilità di partecipare ancora un paio di volte a Sanremo: sono passaggi assolutamente dimenticabili per il pubblico e dolorosi per lui. Lo rivedo solo in un’altra occasione, qualche anno dopo: non più furioso, ma sempre incazzato e nei panni non del motociclista ma dell’animatore di una protesta contro McDonald’s, che ha appena aperto il suo primo fast food a piazza di Spagna.  

 

Il Reuccio è ai bordi della scalinata e brandisce un cartello con su scritto: clint eastwood, you should be our mayor. Clint è appena stato eletto sindaco della sua Carmel, in California, e ha ingaggiato una lotta a coltello contro i fast food. 

 

mino reitano

È l’eroe di quella protesta, che mobilita non solo il Reuccio. Ci sono anche Giorgio Bracardi, Renzo Arbore e Valentino, che ha l’atelier proprio accanto al nuovo fast food e vibra di rabbia temendo che i fumi degli hamburger fritti sulla piastra possano finire sui suoi vestiti. 

 

Nonostante le proteste e la nascita di comitati, il Mac romano apre e, il giorno dell’inaugurazione, registra più di quattromila visite e un incasso milionario: un successo clamoroso, seppure con una vetrina rotta, non dai rivoltosi ma dall’entusiasmo dei presenti, un esercito di ragazzi e ragazze, paninari e «nati ai bordi di periferia», che sognano l’America addentando Big Mac irrorati di ketchup. 

 

Quella è stata l’ultima protesta, l’ultimo sussulto cittadino a difesa del centro storico, dopodiché la resa al degrado non ha più avuto alcuna rete protettiva  

sotto il sole di roma - marco molendini

 

Un infarto ucciderà il Reuccio poco dopo la disfida dell’hamburger a piazza di Spagna: il suo cuore già malato non regge la furia con la quale si accanisce sul pedale della sua Guzzi rosso fuoco che non si avviava, proprio come si era accanito con Ravera. Viene operato alle coronarie ma, proprio nel giorno della finale del festival di quell’anno, il 1987, il Reuccio si arrende per sempre. 

claudio villa pippo baudo romina power foto di massimo capodannomino reitano sonia braga 3paulo roberto falcao1982 - MICK JAGGER CON LA MAGLIETTA DELLA NAZIONALE ITALIANA DI CALCIOsonia braga 1SONIA BRAGAI CANTANTI RICHARD MOSER PIERO FOCACCIA GINO PAOLI CLAUDIO VILLA TONY DALLARA E BEN E KING A PASSEGGIO PER SANREMO

marco molendini foto di baccovalentino garavani marco molendini roberto dagostino renzo arbore 46giorgio bracardi ermanno catenaccilorenza foschini marco molendini (4)

 

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