“SONO GENETICAMENTE FORTUNATO, MA MOLTO È DOVUTO ALL’ESERCIZIO FISICO E ALLA DISCIPLINA: NIENTE FUMO, NIENTE ALCOL” - ANCHE MICK JAGGER NON SI TOGLIERA' MAI DAI COGLIONI - L’80ENNE FRONTMAN DEI "ROLLING STONES", UN TEMPO EMBLEMA DELLA VITA "SESSO, DROGA E ROCK ‘N’ ROLL", S'E' DATO UNA CALMATA PER CONTINUARE A ESIBIRSI: “ROCKER A 80 ANNI? NON CI CREDEVO. NEGLI ANNI ’60 DICEVO CHE MI SAREI RITIRATO A 33 ANNI. PENSAVO FOSSIMO UN FENOMENO GENERAZIONALE” – “IL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ PER UNA BAND? PRIMA DI TUTTO, PIACERE A NOI STESSI. SE TU NON SEI PIENAMENTE SODDISFATTO, TUTTI GLI ALTRI STORCERANNO IL NASO…” – VIDEO
Estratto dell’articolo di Giuseppe Videtti per “il Venerdì di Repubblica”
Mick Jagger ha ventuno anni, (I Can’t Get No) Satisfaction esce da lì a pochi mesi. I Rolling Stones atterrano per la prima volta al Jfk Airport di New York: primo giugno 1964. […] Ad aspettarli, una folla di quattrocento adolescenti in piena crisi isterica. E ancora più febbrile è l’atmosfera allo Swing Auditorium di San Bernardino, in California, dove se ne sono radunati quattromila.
[…] Jagger – giovane capellone, bello, vistosamente sexy, provocante, ambiguo, sfacciato – ne fu travolto, sapeva che gli occhi delle ragazze (e di molti ragazzi) erano solo per lui, e rimase fulminato quando tornarono in autunno e cantarono, tra le urla e le lacrime dei presenti, Time is on My Side (finalmente una loro canzone!) all’Ed Sullivan Show.
Rolling Stones in America, 1964
«Il rock & roll non è per sempre», disse. «Quanto può durare? Mi do una scadenza, a 33 anni mi ritiro» (dopo i 33 gli Stones non erano neanche a metà dell’opera: pubblicarono, uno via l’altro, tre capolavori: Goats Head Soup, It’s Only Rock’n’Roll e Black and Blue, il primo con Ron Wood).
Sono passati sessantadue anni, Mick ne compie 83 il 26 luglio, è seduto davanti a me, bomber rosa cipria (Saint Laurent li inonda di abiti), distaccato, aristocratico, la voce tenebrosa, le labbra impertinenti più carnose di allora. […]
«Rocker a ottant’anni?», esordisce, «certo che non ci credevo! Ora, col senno di poi, devo dire che i segnali c’erano. Tutti i bluesmen che adoravamo avevano, all’epoca, più di sessant’anni. Pensavo fossimo un fenomeno generazionale, che diventato uomo – come si diceva allora – il sogno sarebbe finito e avrei avuto un’altra vita». Anche dopo Satisfaction? «Soprattutto dopo Satisfaction!».
I FAMOSI QUINDICI MINUTI
Dunque, tutto come prima? Niente è come prima. Anche il più miope dei fan si accorgerebbe che il tempo ha impietosamente accarezzato il viso di Re Sole, sul trono del R&R da sei decenni.
Ma quel che lo rende ancora un regnante, amato e longevo quanto Elisabetta II, è anche la dignità con cui ha accettato il crollo della maschera sexy che ha turbato (e bagnato) sonni e sogni per accettare con naturalezza le prime rughe, che poi sono diventati solchi, che poi sono diventate borse, che poi si sono appesantite verso il basso. […]
Mick riflette: «25 album in 63 anni (più quattro da solista)… Sono tanti, non tantissimi, avremmo potuto farne il doppio e forse anche il triplo». Risparmiarsi è stata la ricetta della vostra longevità? «Non intenzionalmente, giuro che nulla è stato programmato. Nessuno di noi ha mai detto: fermiamoci tre anni così duriamo di più.
Quando abbiamo smesso di vederci ogni giorno come compagni di scuola – insomma, quando siamo diventati uomini – anche le nostre vite private hanno preteso del tempo, e a quel punto è diventato più complicato incontrarsi per scrivere e buttare giù progetti – sa, per fare un album ci vogliono belle canzoni. I Rolling Stones sono stati fortunati, c’erano anche quando non c’erano, merito di brani che non sono tramontati… quante generazioni?... una? due? tre?».
Rolling Stones in America, 1964
[…] «La domanda che ci siamo fatti era: cosa possiamo volere di più dopo Hackney Diamonds (l’album di tre anni fa zeppo di ospiti, da Stevie Wonder a Lady Gaga)? Prima di tutto, piacere a noi stessi. Conosciamo a memoria il percorso di un nuovo disco: lo fai ascoltare agli amici, poi ai critici, poi al pubblico – ma se tu non sei pienamente soddisfatto, tutti gli altri storceranno il naso.
Con Foreign Tongues abbiamo voluto spingere gli Stones oltre le loro possibilità, fuori dalla comfort zone. Insomma, alla fine, come dice la canzone che apre l’album (Rough and Twisted, uno dei due brani già pubblicati insieme a In the Stars, corredato da un video in cui, complice l’Ia, risprofondano negli anni 70), siamo ancora nella strada accidentata e tortuosa».[…]
NELLA GROTTA DI RON
[…] Un collega scandinavo la mette così: «Gli anziani diventano imprevedibili e bizzarri, come i bambini». In effetti l’atmosfera del pensionato – mi pare brutto chiamarlo ospizio, trattandosi degli Stones – è imbarazzante. Per gli incontri stampa hanno scelto un hotel di Belgravia che pretende di essere fancy ma in realtà è freddo e asettico. […]
Una serie di vestali (dunque, mute) accompagna il giornalista di turno nei sancta sanctorum del quinto piano dove sono rintanati, e piantonati da due gorilla, Mick Jagger e Ron Wood – entrambi forniti di cronometro che la sacerdotessa aziona all’occorrenza. Alcuni intervistano Mick, altri Ron; a me sono stati concessi quindici minuti sia con l’uno che con l’altro (mezz’ora in tutto, niente male, anche se rimpiango il pomeriggio trascorso anni fa a New York, senza cronometro e senza vestali, con Keith Richards: cinque pagine su Repubblica del 30 agosto 2015).
Al contrario di Mick, che occupa una stanza piena di luce, il povero Ron Wood (che ha “appena” 79 anni ed è in buono stato di conservazione) è sistemato in un antro buio, alla fine di una intricata galleria di monitor, microfoni, cavi, telecamere. Ron è uno spasso, se ne frega, è allegro, si gode il momento, nessuna solennità (a parte i quindici minuti). […]
Entrò ufficialmente a far parte degli Stones il 14 aprile 1975, quando era già un mostro sacro della scena rock-blues inglese. «Ebbi qualche esitazione, ero ancora il chitarrista dei Faces, anche se il gruppo si stava disgregando. Fu imbarazzante, Mick me lo chiese davanti a Mick Taylor (che aveva preso il posto di Brian Jones e aveva inciso con la band capolavori come Sticky Fingers); fu lo stesso Taylor a mettermi a mio agio, confermò che se ne voleva andare davvero. Diciamoci la verità, chi avrebbe detto di no agli Stones?».
[…] Su Beautiful Delilah, che Chuck Berry pubblicò nel 1958, Mick preferisce sorvolare. Gli chiedo: ricorda chi era Mick Jagger in quel periodo? «Non ricordo niente. Come non ricordo niente dei nostri esordi». Mente, non ce la farebbe nei quattro minuti che ci restano a elaborare un oceano di memorie.
Però ricorda benissimo il primo tour italiano del 1967, quando Brian Jones (1942-1969) era ancora in squadra: «A Bologna ci furono tafferugli pazzeschi. Eravamo alla vigilia del ’68, tutta l’Europa era in fiamme. Pochi giorni prima, in Germania, le proteste erano state anche più violente. I concerti erano diventati l’epicentro della contestazione giovanile. Noi eravamo digiuni di politica, avevamo trascorso gli ultimi anni sballottati da una parte all’altra del mondo, non eravamo informati.
La nostra musica si prestava benissimo a fare da colonna sonora alle proteste, anche se non avevamo ancora pubblicato Street Fighting Man e Gimme Shelter (ispirate dal ’68 e dalla guerra in Vietnam)».
«Lo so, siamo in tempo di guerra, ma che possiamo fare noi? Solo aiutare la gente a sorridere e a sperare», dice Ron. «Viviamo in uno stato di depressione generale, il mancato rispetto per l’ambiente, la violenza, l’odio. Ho paura che sia vero quello che dicevano i nostri vecchi nel dopoguerra, quando parlavano dei corsi e ricorsi della storia».[…]
E SE (NON) FOSSE L’ULTIMO?
Foreign Tongues, che all’inizio sfoggia un assaggio del sound migliore degli Stones, ha una sterzata inaspettata dopo You Know I’m Not Good. Le canzoni migliori sono nella seconda parte: Keith Richards canta meglio di sempre in Some of Us, infine Covered in You (con Paul McCartney al basso), Side Effects e Back in Your Life sono tre brani sensazionali.
«Andrew Watt (il produttore trentacinquenne che ha lavorato anche con Justin Bieber, Lady Gaga e Pearl Jam, ndr) non voleva perdere tempo», spiega Ron, «ci ha imposto una disciplina ferrea: dobbiamo finire, continuava a ripetere. Ormai ci conosce, sa che abbiamo continuamente bisogno di essere rimessi in riga, ha ha ha!».
«È vero, Andrew ha portato energia, disciplina, chiarezza di vedute, fiuto infallibile nella scelta delle canzoni, precisione e organizzazione meticolosa del lavoro di studio», conferma Mick. Una band di veterani rimessa in riga da un trentenne? «Aspetti un attimo», protesta Mick, «io sono di natura molto disciplinato, in studio eravamo in due, per questo tutto è andato a meraviglia». «Un musicista indisciplinato dura poco con Andrew», conclude Ron. «Ce l’ha presentato Paul McCartney, lui ci stava lavorando ed era entusiasta».
Chiedo a Ron quanto possa essere logorante, alla lunga, essere in una band come gli Stones – il pubblico si aspetta il massimo, una bella responsabilità. «Responsabilità? Io direi piuttosto… irresponsabilità. Bisogna essere irresponsabili per stare negli Stones ha ha ha! A volte mi sento stremato, ma la verità è che ci divertiamo, e quando si gioca il lavoro non pesa. Vede, alcuni sostengono che la vita on the road è logorante, a me invece piace da morire (infatti ha anche una band in proprio, in cui suona Imelda May: il 17 luglio saranno a Lucca, ndr). Sono iperattivo di natura, per questo mi sono inventato un altro mestiere, se non suono dipingo».
Diventa pensoso: «Ho avuto il massimo, non posso permettermi altri sogni, sarebbe ingeneroso. Sono uno degli Stones, ho due gemelle (Alice e Gracie) di dieci anni, sono sobrio da sedici, ho sconfitto due tumori (al polmone, nel 2017, e un microcitoma durante la pandemia). Mi dissero che non avrei più dovuto/potuto lavorare… figuriamoci! Anzi, un sogno ce l’avrei: suonare con Elvis! Ma siccome è impossibile, mi accontento di quello che ho».
I quindici minuti stanno per scadere sul cronometro di Mick. Gli chiedo come faccia ad avere, miracolosamente, la stessa voce (e sul palco la stessa energia) di cinquant’anni fa. Una delle vestali entra per segnalare che il tempo è scaduto. «Non sono il solo ad avere una bella voce a questa età», taglia corto.
Bob Dylan è un grande, ma ha una voce matura, obietto io. «Forse fuma troppo. E soprattutto fa molti più concerti di noi. È in tour ogni anno. Diciamo che sono geneticamente fortunato, ma molto è dovuto all’esercizio fisico e alla disciplina: niente fumo, niente alcol. Quando hai passato i quaranta, ti rendi conto che se vuoi continuare a cantare devi riguardarti. Il segreto? La pratica e la costanza».
Sta per lasciare la stanza, sollecitato da una seconda vestale che irrompe a sostegno della prima. Gli dico, mentre “rubo” una bottiglietta d’acqua dal suo generoso catering: se questo fosse l’ultimo album degli Stones sarebbe un modo grandioso di chiudere una carriera. Si blocca, non si volta: «Noi stiamo pensando al tour dell’anno prossimo!». Poi il diavolo si dilegua.
rolling stones charlie watts 1965
mick jagger e charlie watts
charlie watts
rolling stones 2
charlie watts con la moglie e la figlia
charlie watts con la moglie shirley
charlie watts 2
mick jagger keith richards 6
mick jagger keith richards 5
mick jagger keith richards copia
mick jagger keith richards
mick jagger mick taylor 2
mick jagger sul wall street journal 1
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rolling stones hyde park 1969







