DAGO-OBITUARIES - NEL TRIGESIMO DELLA SUA SCOMPARSA VITA E PASSIONI DI GIULIANO ZINCONE ATTRAVERSO I RICORDI LUNGHI DI CHI L’HA CONOSCIUTO BENE E L’HA STIMATO PER ESSERE STATO L’ULTIMO “GRANDE SOLISTA” DEL “CORRIERE DELLA SERA” CHE L’AVEVA CONGEDATO DIECI ANNI FA

Un mese fa, il 2 giugno, ci ha lasciato Giuliano Zincone. In occasione del suo trigesimo Dagospia ha chiesto al riluttante Fernando Proietti, che di Giuliano, è stato a lungo amico e collega, un ricordo sul filo lungo della memoria.

LETTERA DI FERNANDO PROIETTI A DAGOSPIA
Caro Roberto,
quando a metà degli Settanta andai a lavorare all'ufficio romano del "Corriere della Sera" era quasi un obbligo per i nuovi assunti presentarsi nella sede storica a Milano, per fare la conoscenza dei colleghi impegnati nella grande fabbrica redazionale di via Solferino.

In quella prima visita "da assunto" in cronaca al giornale, il vice direttore dell'epoca, Franco Di Bella, mi presentò un collega anziano di cui non ricordo il nome. Né da quanti anni lavorasse gagliardamente al "settore esteri" dall'alba fino a notte alta. E per farmi comprendere meglio cos'era per lui lo spirito di appartenenza del Corrierone, l'amabile Di Bella - che in seguito andrà a sedersi nella stanza di Albertini allora occupata dall'eccellente Piero Ottone -, mi disse che quel redattore di lungo corso non era stato pensionato soltanto perché "insostituibile" nelle sue mansioni.

Ma, soprattutto, aggiunse Franco lasciando cadere il monocolo sul gilet impeccabile del suo abito di flanella color scuro - ancora d'ordinanza in via Solferino -, noi vogliamo far capire ai più giovani colleghi che il Corriere-istituzione non abbandona mai i suoi bravi ragazzi. Neppure dopo che essi hanno raggiunto i limiti d'età fissati dal contratto.
***
Ricordando quell'episodio della mia "iniziazione" in via Solferino, non penso tuttavia di aver consumato la mia lunga esperienza professionale al Corriere nell'illusione "pericolosa", e ambiziosa, di aver vissuto lì dentro in una sorta d'età dell'oro del giornalismo. Anzi.

Non ho avuto mai il "mito" del "Corriere dello zar" già ai tempi - figuriamoci poi! -, in cui esercitavo il mestieraccio a "il Manifesto", diretto dal comunista che non voleva morire democristiano, Luigi Pintor. E quando ancora il blasone di "corrierista" era sinonimo pure di "carrierista" un tantino superbo e paludato.

E già, perché stiamo parlando della "Corazzata Corriere" acquistata a metà degli anni Settanta dalla famiglia Rizzoli e giunta alla soglia dei suoi cento anni. La mitica "Erre Verde" edificata dall'ex martinitt Angelo Rizzoli e mandata in rovina dagli eredi che, nel giro di qualche anno, sarà travolta, in primis il suo direttore Di Bella, dallo scandalo della P2-Ambrosiano di Licio Gelli e Roberto Calvi.

Allora, per dirla con l'intellettuale americano Tony Judt, morto anche lui precocemente come Giuliano, penso che il passato, comunque sia dato (e stato), ha sempre qualcosa da insegnarci.

La scintilla (polemica) che ha riacceso in me questo pensiero fosco (era già accaduto con la scomparsa del caro Pietro Calabrese negli ultimi anni di vita lasciato ai margini della professione), è stata la notizia, atroce - comunicatami con voce strozzata dal pianto dall'amico Antonio D'Orrico -, della morte di Giuliano Zincone. Scrittore, poeta, inviato di punta, columnist estroso e brillante del Corriere.

Ecco uscire dalla scena non un Maestro, ma forse l'ultimo Grande Solista del Corriere che fino al 2003 timbrerà diligente il cartellino nell'ufficio romano di corrispondenza, lottando - alla maniera di tanti in redazione -, per sconfiggere quella sorta di "cafard" che, a dire dello scrittore Emil Cioran, è uno stato d'animo malinconico con cui - nel vivere quotidiano -, si esprime la discordanza tra il mondo che ci circonda e noi stessi.
Quel rito si è esaurito il giorno in cui Giuliano ha compiuto l'età massima della pensione.
E' stato congedato.

Un addio, il suo, in punta di piedi. Già, ancora non era ancora quel "salto nella luce" che, invece, secondo gli appunti di Giuliano per il suo dopo pubblicati da "il Foglio", non sarebbe stato "in punta di piedi". Dunque, un commiato "condiviso" quello dal Corriere. Nonostante il pigro e gentile ragazzaccio Zincone, abbia sempre mimetizzato, abilmente, i suoi reali sentimenti sulla fine del suo lungo rapporto-amore con il giornale senza neppure uno straccio di collaborazione.
Forse per un pudore estremo.
Per una timidezza di carattere.

Tanto profonda e insondabile, quanto disarmante (e a volte poteva essere arroganza). Quasi volesse godere in segreto, dell'oscena "nudità" con cui si era voluto abbigliare, per l'occasione temuta, quel suo insopportabile passaggio professionale.

E da allora, per oltre dieci lunghi anni, la firma di Giuliano, capriccioso come un bambino con la follia di un "enfant prodige", evaporerà dalle pagine già rarefatte del suo Corriere.
Ma avremmo accettato con piacere, secondo il suo stesso insondabile desiderio, questa sua nuova condizione (o costrizione) per cui a Giuliano non era dato più di scrivere sul "suo" giornale, se - all'improvviso -, nel giugno di quest'anno quell'assenza pesante (umana, intellettuale e professionale), non fosse stata colmata dall'articolo-sberleffo con il quale descriveva la propria inesorabile malattia.

Ma a ben guardare anche nel "duello più squallido che si possa immaginare" (Jose Conrad), a vincere ancora una volta sarà lui con la sua ironia leggera. "Amen e buona luce perpetua", finisce il suo dialogo immaginario al "Bar Biturico" dell'aldilà con il poeta Josif Brodskij, che non si ricorda più di ave conosciuto una volta quella "vecchia pellaccia".
Di quell'ultimo coraggioso divertissement, caro Giuliano, avremmo fatto volentieri a meno.

L'avventura di Giuliano nel "mitico" quotidiano fondato dagli Albertini, ha inizio a metà degli anni sessanta sotto la direzione di Alfio Russo, succeduto nel '61 a Mario Missiroli. Il dieci di febbraio del 1966 per l'esattezza, quando "a mezzogiorno Milano era buia per la nebbia". Una gavetta di lusso per il figliolo di Vittorio, giornalista di razza e poi parlamentare del Pli che da poco era scomparso.

Alla vigilia del Sessantotto, e per mettere un freno alla concorrenza agguerrita dell'arrembante quotidiano di Mattei, "il Giorno", a soli ventisei anni Alfio Russo destina Giuliano nello stanzone della terza pagina dove prestavano diligentemente servizio, tra gli altri, Eugenio Montale e Dino Buzzati. "Vice" del responsabile della cultura, l'ottocentesco e mite inviato piemontese Enrico Emanuelli.

"Parlando con lui (Emanuelli, ndr) lo sentivo aperto, disponibile, curioso di cosa potesse dire un giovane (o una giovane). Il suo vice, del resto, era un giovane come me, Giuliano Zincone...", è la rievocazione che ne farà su "la Repubblica", Laura Lilli.
Altra figlia d'arte.

Come Giuliano Zincone, Leo Vergani, Giula Borgese, Edgardo Bartoli, Roberto Stagno, Paolo Longanesi, Alberto Benedetti (il figlio di Arrigo morto prematuramente). A quella compagnia ben presto si unirà Alberto Arbasino che nel '68 debutterà con un elzeviro dal titolo "Le Muse e le Mode". Il che la dice lunga su come stava mutando pelle pure il Corrierone dei Crespi.

"Sotto la direzione Russo, ardita e inventiva il vecchio Corriere fu rovesciato come un guanto", ha osservato il giornalista e scrittore, Enzo Bettiza. Il nome Casta per fortuna non aveva fatto ancora capolino, maligno, nella stanze di via Solferino...

In una stagione turbolenta, per dirla con il sublime Arbasino, dove la "Forza delle Cose - improvvisamente - sbloccò situazioni culturali intere e le portò avanti come una mareggiata imprevista, fascinosa e felice...fino alla risacca successiva".

E nel rimettere mano alle pagine polverose e ingiallite dal tempo del primo giornale italiano, Alfio Russo e la proprietà, però, non mandarono a casa né racchiusero in un cono d'ombra nessuna delle loro "grandi firme": Alberto Cavallari, Mario Cervi, Egisto Corradi, Giovanni Russo, Indro Montanelli, Carlo Laurenzi, Cesare Zappulli, Enzo Bettiza, Piero Ottone, Gianfranco Piazzesi...

Nel corridoio che conduce alle stanze occupate dalle pagine culturali del Corriere, al secondo piano dell'ala nuova di via Solferino, c'è una targa che ricorda meritoriamente il "maestro" della terza pagina culturale, l'amato e gentile "paron" Giulio Nascimbeni.

Prima di prendere anch'io congedo dal giornale per raggiunti limiti di età (65 anni), più volte sono stato tentato dall'aggiungere a quella placca in ottone, inaugurata meritoriamente dall'attuale direttore Ferruccio de Bortoli, un mio graffito impertinente:
"Giulio Nascimbeni, pre pensionato dal direttore dell'epoca Piero Ostellino e riportato in servizio dal mitico Ugo Stille".

Nell'anno di grazia 1984 molte firme del Corriere (Madeo, Villani, Revelli, Manfellotto, le prime che vengono a mente) furono "espulse" dal giornale quando avevano oltrepassato di poco il traguardo dei cinquantacinque anni. Messi alla porta da quello che, pomposamente, il "liberale" Ostellino chiamava l'aristocratico "club" di via Solferino.

Il galantuomo napoletano, Rosario Manfellotto, il papà di Bruno attuale direttore de "l'Espresso", morì nel 1985 in una clinica romana nell'attesa ingannevole di una collaborazione che lo tenesse legato comunque al "suo" al giornale. Di cui, fino a poche settimane prima, era stato il capo diligente e onesto dell'ufficio di corrispondenza in via del Parlamento.

"I ricordi arrivano di slancio e volano...", ci ricorda Peter Handke, scrittore e poeta austriaco, che consigliava di affrontare la decadenza con "piena vitalità". Un'impresa che Giuliano ha coronato fino agli ultimi giorni della sua esistenza.
Come sottrarsi ahimè, dal volare allora un po' più in alto degli obituaries d'occasione ricordando il ragazzaccio Zincone?

E come dimenticare che una volta i luoghi bazzicati erano le persone che li popolavano?
La frequentazione con Giuliano e la sua adorata, insostituibile e iperprotettiva Mimmi, infatti, è precedente di qualche anno al mio ingresso al "Corriere". Risale alla fine degli anni Sessanta inizio Settanta. Lui, nel periodo del mio impegno alla redazione de "il Manifesto", mi aveva chiesto di dargli una mano per la sua inchiesta, sulle morti bianche in fabbrica. Uno dei numerosi reportage mirabili che realizzerà, controcorrente, per il Corriere di allora.

Qualcuno, ha scritto che le isole sono i luoghi privilegiati dai poeti. L'Elba, e soprattutto Anacapri sono state le terre separate per l'otium lungo di Giuliano e di Mimmi.
L'antico casolare di via Li Campi, il caffè al Bar Ferraro prima di scendere in autobus ai bagni di Gradola del pittore naive Giovanni Tessitore...
"Il mare mi piace come spettacolo", ti sorprendeva ogni volta Giuliano fissando dall'alto degli scogli la distesa verde smeraldo. E poi Capri non è un posto dove tuffarsi in acqua scompigliando gli azzuri del mare...".

Mimmi e Giuliano si erano conosciuti giovanissimi (e bellissimi) all'inizio degli anni Cinquanta al Nobile Collegio Mondragone. Il convitto dei gesuiti ospitato in un'immensa villa patrizia ai Castelli romani che negli ultimi anni della sua vita aveva accolto la scrittrice rivoluzionaria, George Sand. E tra gli ex alunni non va dimenticata la regina dei salotti della Roma-Cafonal, Marisela Federici, che al Nobile Collegio studiò sul finire del ventennio fascista.
Poi, una volta chiuso l'aristocratico convitto, Giuliano passò al liceo "Tasso" per laurearsi, dopo la maturità, in Storia del teatro con una tesi sul commediografo francese Antonin Artaud.

La notte andavamo da "Plinio".
Il baretto di via dell'Oca, a due passi da piazza del Popolo ormai orfana dei fasti perduti del bar Rosati con i suoi interminabili echi della Dolce vita (perduta), che il mitico gallerista de "la Tartaruga", Plinio De Martiis ("una mente folgorante", a giudizio del collezionista-barone Giorgio Franchetti) - comunista mai pentito -, aveva messo a disposizione dei suoi tanti amici intellettuali e artistoidi.

"Eravamo poveri, ma originali", amava ripetere Plinio.
Il bancone originale della "cave" dell'intellighenzia romana di via dell'Oca, all'angolo con piazza del Popolo e a due passi dalla ricca "mensa" del "Bolognese", era stato realizzato in legno dallo scultore Mario Ceroli.
E dietro il bancone c'era il barman Elio a governare gli umori e il tasso alcolico dell'assortita clientela.

Una galleria infinita e unica di personaggi.
Dai pittori maledetti Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli ai "contestatori-scrittori del "Gruppo 63" animati da Valerio Riva, Enrico Filippini e Umberto Eco che arrivano dalla Milano feltrinella.
"Un angolo per scontri e incontri di artisti, amici e parenti...", sempre a giudizio del barone-collezionista Giorgio Franchetti.
Per il critico Angelo Guglielmi, si poteva respirare anche da "Plinio" quel "misto di entusiasmo e menefreghismo, di attivismo e omertà, di tenacia e convivenza", che segneranno quella turbolenta stagione.
Già. Eravamo un "Paese senza" in attesa dei misteriosi anni Ottanta, a rileggere il diario culturale di Arbasino.

In quel rito etilico che s'inaugurava intorno alle sette di sera per chiudersi all'alba, eccellevano lo scrittore Germano Lombardi, zio di Giuliano Ferrara, e l'architetto Franco Lambertucci.
Il giornalista dell'"Unità" Ugo Baduel, annota la sua compagna dei tempi dell'Oca (selvaggia), Laura Lilli, "si giocava a dadi il magro stipendio in poche ore, fra Plinio e Amerigo in via del Vantaggio, tirando le cinque del mattino".

"L'alcol rende gli altri meno noiosi e il cibo meno insipido e può contribuire a fornire ciò che i greci chiamavano entheos, o quel guizzo d'ispirazione quando leggete o scrivete", ha osservato uno che se ne intende di bicchierate fuori orario, il giornalista e scrittore Christopher Hitchens.

E lì, da "Plinio", potevi incontrare abitualmente il pacioso Stefano Silvestri, esperto di battaglie militari, o il radicale Massimo Teodori che si azzuffano con i "cinematografari" Elio Petri e Ugo Pirro sulle lotte proletarie o le guerre americane. E ogni sera faceva capolino in compagnia del poeta Elio Pagliarani e di Franco e Marisa Bartoccini, il libraio Carlo Conticelli che gestiva la libreria Feltrinelli di via del Babuino.

Un piède-a-terre per nottambuli anche per la sinistra socialista. Con l'architetto lombardiano Pierino Moroni e gli economisti Giorgio Ruffolo e Franco Archibugi ad animare le notti politico-mondane della Roma anni Settanta.
Nel buio del locale annebbiato dal fumo acre delle sigarette (e altro meno consentito), appena alcuni metri quadrati, gli occhi penetranti di Tina Aumont potevano illuminare la scena buia con sottofondo le canzoni disperate del cantautore livornese geniale quanto squattrinato, Piero Ciampi.

A ripensarci ora uno dei pochi "liberal" dell'allegra compagnia del bar "Plinio" - tendenza sessantottina (e oltre) -, era proprio, il dandy Giuliano.
Uno di quei "liberali" agli antipodi della politica nelle stagioni centriste del segretario del Pli, Giovanni Malagodi.
Tanto per intenderci.

Per il giornalista-scrittore Enzo Bettiza, altro "corrierista" militante in quelle fila ultraconservatrici, Giuliano non solo aveva tradito gli ideali paterni ma era diventato "il poeta degli emarginati (...) un damerino di buona famiglia passato nel '68 dalle fantasiose cravatte yè-yè al maglione slabbrato da studente capanneo...". E dopo un corsivo in prima pagina di Giuliano sul Vietnam, critico con la politica Usa, Bettiza andrà a protestare con il direttore Piero Ottone per quel "comizio lamentoso".

Giuliano è stato sempre tollerante e aperto verso ogni atteggiamento anticonvenzionale.
Un gentleman rispettoso di ogni dissenso e contrario a ogni interferenza nella vita di un individuo. Anche in quegli anni in cui spesso si giocava pericolosamente "alla rivoluzione" o ci misurava sulle nuove tendenze estreme, sociali, di costume e artistiche.
Ma in quella temperie di pensieri e di fatti non si rinunciava neppure alla partitella di tennis ai Canottieri Roma o alle sfide di pallone ai campi dell'Acquacetosa.
Due sport in cui Giuliano, ovviamente, eccelleva per impegno e classe. E sul green dell'Acquasanta sull'Appia Antica il dandy del Corriere si giocherà nella pratica del golf le residue chance di sportivo caparbio e impenitente.

Giuliano e Mimmi dopo la parentesi milanese erano andati ad abitare proprio lì, a pochi passi da piazza del Popolo. Una strada parallela a via dell'Oca e al bar "Plinio".
Nella casa amatissima sia da Giuliano sia dalla sua famiglia che ben presto si era arricchita di Vittorio e Carolina.

Qui, il due giugno, Giuliano ha cessato per sempre d'interrogarci, tormentando come un tic irrefrenabile, il polso del braccio, attraverso il suo perenne e disincantato sorriso traboccante d'ironia.
E ha finito per scandire i secondi anche l'orologio di Topolino da cui Giuliano non si separava mai, che ha segnato così anche il suo transito discreto nella Valle di Lacrime all'Altrove.

 

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