CHI COMANDA NEL MONDO? FINITA L’ERA DELLA POLITICA E DELLE MULTINAZIONALI, QUEL CHE RESTA DEL POTERE È NELLE MANI DEI PICCOLI GRUPPI DI PRESSIONE (DAL CLAN ASSANGE A GRILLO-CASALEGGIO)

Marco Belpoliti per "l'Espresso"

Il potere è finito, scrive nel suo ultimo libro Moisés Naím ("La fine del potere", Mondadori). L'illustre ex direttore di "Foreign Polity" spiega nel suo saggio come e perché il potere detenuto in passato da uomini politici e di governo, da aziende multinazionali, stati e centri economici, non sia più tale. Oggi non si sa bene chi comandi davvero. Non siamo più alla catena di comando individuata da Marx, quella del "comitato d'affari", per cui l'economia detta alla politica le proprie scelte, e neppure alla Sim (il sistema imperialistico delle multinazionali) delle Brigate Rosse.

Il potere, almeno quello d'interdizione o di contrasto, sembra risiedere sempre più in piccoli gruppi, siano terroristici, internazionali o centri di pressione. Tramontata l'epoca delle maggioranze, spiega Naìm, è la volta delle minoranze, delle azioni di piccoli gruppi, che si muovono grazie alla Rete puntando a obiettivi intermedi, su scala locale, e tuttavia in grado di influenzare il globale, grazie al teorema di Edward Lorenz, per cui il battito d'ali di una farfalla in Australia è in grado di scatenare un tornado in Europa.

Javier Solana, ministro degli Esteri spagnolo, poi segretario della Nato, alto rappresentate della politica estera della Ue, ha confidato all'autore che negli ultimi venticinque anni molto difficilmente i vertici politici delle istituzioni in cui si trovava «riuscivano ancora a fare ciò che volevano»: una miriade di nuove forze ostacolavano le potenze più ricche e tecnologicamente avanzate.

Ribelli, frange di partiti politici, start up innovative, hacker, giovani privi di leader nelle piazze, nuovi media, personaggi carismatici, che sembrano spuntati dal nulla stanno scuotendo il vecchio ordine. Il caso di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio, del loro Cinque Stelle, è un caso perfetto di quanto sta succedendo, in Italia, o WikiLeaks di Julian Assange in campo internazionale.

Ma gli esempi da citare sarebbero tantissimi. Naím parla di micropoteri: figure minori, sconosciute, un tempo trascurabili, che hanno modo di indebolire, contrastare, bloccare i grandi e tradizionali protagonisti del potere mondiale, le grandi organizzazione burocratiche che hanno retto il mondo negli ultimi cento anni. Le argomentazioni dell'autore di "La fine del potere" sono fondate su tre grandi cambiamenti avvenuti, su cui si sofferma ampiamente il libro: la rivoluzione del Più; la rivoluzione della Mobilità; la rivoluzione della Mentalità.

Il primo fattore è quello della crescita economica generalizzata: viviamo in un'epoca di abbondanza rispetto al passato. Il secondo riguarda la mobilità della popolazione nel globo: 214 milioni di migranti, con un incremento del 37 per cento negli ultimi vent'anni, effetto della crescente urbanizzazione.

La terza riguarda la "rivoluzione delle aspettative": non si dà più nulla per scontato. Il libro del politologo americano è molto interessante per via degli innumerevoli esempi che cita, frutto anche della sua esperienza diretta di persona a contatto con i centri del potere politico nei molteplici scacchieri internazionali. Tuttavia se la diagnosi è giusta - i macro-poteri sono in crisi, e qui nessuno sembra più in grado di decidere nulla, anche se a capo di un forte governo - Naím non ci dice da dove tutto è cominciato.

Secondo gli storici la data da ricordare è quella del 16 ottobre 1973, quando le truppe israeliane si acquartierarono sulla riva occidentale del Canale di Suez, e il 23 dicembre l'Opec, dominata dai Paesi arabi, decise il raddoppio del prezzo del petrolio. Per alcuni economisti questo conflitto accelerò il passaggio dalla economia keynesiana dello Stato sociale, statalista, al modello a rete del neoliberismo. Nello stesso periodo la produzione industriale cominciò la sua migrazione verso i settori immateriali, e la tecnologia analogica si trasformò via via in quella digitale, producendo il modello delle reti flessibili e dinamiche.

Che la trasformazione tecnologica sia il vero fattore attuale di trasformazione, di distruzione del lavoro e dei redditi collegati, lo dicono numerosi testi e ricerche pubblicate negli Stati Uniti negli ultimi due anni: la distribuzione del potere segue le linee prodotte dal cambio di paradigma lavorativo e la conseguente distruzione delle forme tradizionali. Ma questo è un discorso ulteriore, che nel libro di Naìm trova in parte spazio.

La risposta alla domanda circa l'inizio di tutto questo è nascosta in un vecchio articolo di Italo Calvino, pubblicato nell'agosto del 1974 sul "Corriere della sera", intitolato "Il potere intercambiabile". La questione che lo scrittore italiano discute è la caduta di Nixon in seguito allo scandalo del Watergate. A volte gli scrittori sono in grado di percepire piccoli segni del cambiamento, forse in virtù del loro potere d'immaginazione.

Calvino è colpito dalla vicenda dei microfoni introdotti nella sede del comitato elettorale democratico dagli spioni al soldo del presidente americano e dai nastri di registratori utilizzati. Gli pare che sia una vicenda di gadget, di congegni tecnici che funzionano troppo, o funzionano male.

Calvino nota, sulla base di questo indizio tecnologico, come il modello su cui si regge il potere in America sia di tipo meccanico e non biologico: «Il governante deve garantire il funzionamento del grande impianto, lo scorrimento silenzioso senza raschi e sibili che attirino l'attenzione sui guasti mal aggiustati, sugli intrighi di ripiego che devono restare segreti».

La scelta di Nixon, poi la sua caduta, e quindi il passaggio del potere al vicepresidente, mostrerebbero come in America domini una sostanziale impersonalità del potere medesimo: «La società americana chiede al presidente di incarnare la rapida sostituibilità dei pezzi di ricambio che garantisce il perpetuo funzionamento del meccanismo globale, il suo continuo deperimento e rinnovamento».

Appena formulata questa ipotesi, Calvino ha però una sorta di ravvedimento: forse non bisogna fidarsi delle immagini troppo semplicistiche. E subito arriva a una conclusione davvero notevole: «La società moderna tende a una configurazione estremamente complicata che gravita su un centro vuoto ed è in questo centro vuoto che si addensano tutti i poteri e i valori».

Nixon, il presidente che voleva impersonificare il cittadino medio, è pur sempre un "personaggio", come lo sono stati Clinton, e ora Obama, si può aggiungere. Il vuoto, scrive Calvino, convive con questa personificazione. Calvino legge la caduta di Nixon come l'emblema di quel vuoto che è divenuto il potere contemporaneo. Addirittura lo identifica in un modello che è quello stesso dell'Italia: «Che affacciata su questo vuoto vive bene o male da anni, ma con costi sempre più pesanti che altrove, perché per gravitare su un centro pneumatico ci vorrebbe una società molto più solida».

Parole scritte trentanove anni fa, ma sembrano valere ancora oggi. Il centro vuoto è quello che Moisés Naím descrive nel suo libro, anche se non usa questa metafora. Di certo "il trono è vuoto", per usare il titolo del libro di uno scrittore e regista, Roberto Andò, e da un bel pezzo; tuttavia per trarre delle conclusioni, e delle previsioni, abbiamo atteso parecchio.

Non che il potere sia scomparso, ma, come ha mostrato lo stesso ventennio berlusconiano, in cui un tycoon televisivo ha conquistato il potere mediante un mezzo moderno, come la televisione, senza però essere altrettanto moderno nel gestirlo, il centro vuoto è ancora lì, in attesa di essere riempito. "La fine del potere" ci avvisa che non ci sarà più qualcuno, o qualcosa, in grado di farlo nei prossimi decenni, o almeno di imprimere una rotta unica e duratura al sistema-mondo. Grande sarà il disordine sotto il cielo? Difficile dirlo.

 

 

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