AL PACINO: LA DURA LOTTA CONTRO IL SUCCESSO DI COLUI CHE NON VOLEVA ESSERE UNA STAR

Rocio Ayuso per "La Repubblica"
El Pais Semanal 2013 (Traduzione di Fabio Galimberti)

Una star al di sopra del bene e del male o, più semplicemente, un uomo trasandato? Ha le unghie nerastre, la giacca di cuoio lisa e l'aria un po' sciatta. Eppure quel tipo attaccato al cellulare nel Four Seasons di Los Angeles, cuore di Beverly Hills, è Al Pacino. Indigente, quindi, no di sicuro. Star indiscutibile, una delle più grandi della sua generazione.

Bohémien sempre, e ancor di più adesso, con quei capelli che sembrano non vedere un pettine da anni e che sicuramente cercano di coprire la calvizie, ultimo tentativo di conservare quell'aria di gioventù disinvolta che i suoi settantatré anni si sono lasciati indietro.

I suoi discorsi sono infarciti di citazioni. Perché Al Pacino, figlio del Bronx e del dopoguerra, è soprattutto un attore che nasconde la sua timidezza dietro le parole altrui. Lì trova rifugio dalla fama che lo ha perseguitato suo malgrado per tutta la vita. Perché uno non può interpretare Il padrino, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Serpico o Profumo di donna e passare inosservato.

Non ama le interviste e di solito fa di tutto per evitarle, ma oggi è di umore allegro. Il suo ultimo lavoro, un film piccolo e quasi indipendente intitolato Stand Up Guys (in Italia uscirà in agosto, ndr), lo diverte tanto da portare sul petto il tatuaggio del suo personaggio, una testa di leone che affiora sotto le catenine con crocifissi.

Oggi Pacino ha voglia di parlare, di raccontare le cose che ha vissuto, e il suo ultimo lavoro è la scusa migliore per gettare anche uno sguardo indietro, su una vita intera. «È vero, non amo le interviste, ma in questo caso mi fa piacere. Però mi raccomando: come il mio tatuaggio, niente è permanente».

Che cos'ha di tanto speciale Stand Up Guys da averla spinta a tornare al cinema?
«Non saprei risponderle con esattezza. Dicono che certi ruoli sono il tuo centro di gravità, il tuo timone. E poi, se pure mi sono dimenticato di tutto quello che ho fatto prima, sono ormai abituato a leggere copioni. E il ritmo di questa storia di persone, la sua autenticità... insomma, è facile che un attore come me si innamori di un'opera del genere».

Facciamo un salto indietro. Cosa hanno avuto gli anni Settanta che oggi non c'è? Furono davvero migliori o è solo nostalgia?
«Me lo chiedo anch'io. Furono fantastici o siamo soltanto dei nostalgici sentimentali? È facile pensare che il passato sia migliore, ma è indubbio anche che esistono momenti in cui confluiscono fattori che propiziano la nascita di qualcosa di nuovo. E gli anni Settanta furono una rinascita, successero cose su cui si sono versati fiumi di inchiostro.

Io ho avuto la fortuna di esserci, e di prendere parte a un paio di film di quelli che hanno cambiato tutto. Quello che facevamo nel cinema, dare una visione sociopolitica del nostro mondo, o come la vuoi chiamare, oggi si fa in televisione. O sulla stampa. Allora eravamo noi al centro degli eventi».

Era consapevole del momento che stava vivendo?
«Probabilmente sì. Mi ricordo quando abbiamo girato Quel pomeriggio di un giorno da cani. Sentivamo tutti che era l'inizio di qualcosa. Ricorda la scena del ragazzo delle pizze, il circo mediatico che lo circonda e lui che esce dicendo quella battuta, "Sono una star"? In quel momento Sydney Lumet si avvicinò e mi disse all'orecchio: "Ci sfugge dalle mani. Ci scappa via". Sì, la vedevamo meglio di chiunque altro la smania di essere famosi anche solo per un minuto, l'invasione dei mezzi di comunicazione. Lo vedevamo con chiarezza perché lo stavamo vivendo».

Lumet le fece ottenere la prima candidatura all'Oscar con Serpico, ma prima ci fu
Il padrino, che la mise sotto i riflettori anche se gli studios non avevano fiducia in lei, al contrario di Francis Ford Coppola.
«Come dico di solito, mi piace il rischio ma non il suicidio. Per questo mi prendo rischi con registi esordienti, perché per me chi fa cinema è il regista. È la figura più importante. Puoi avere bravi attori, puoi avere un buon copione, ma alla fine quello che conta è la mano del regista. E a me piace capitare con i migliori».

Spesso e volentieri torna al teatro. Che cosa le dà il palcoscenico che non può trovare nel cinema?
«Probabilmente lo faccio perché è lì che ho cominciato: in teatro. Mi sento più libero, più vicino a quell'ambiente, e alla fin fine mi dà un piacere maggiore al momento di esprimermi. È solo un po' più stancante. Insomma, sì, un bel po' più stancante. Sei sempre sul filo del rasoio, ma ti tiene la mente occupata.

Il mercante di Venezia è stato particolarmente sfiancante. Avevo già girato il film, poi l'ho interpretato a Central Park, e poi a Broadway. Proprio come un tempo, quando gli attori interpretavano due o tre personaggi e li ripetevano spesso e volentieri nel corso della loro carriera. Anzi, diventavano famosi proprio per la loro interpretazione di quel ruolo. Mi è sempre piaciuta quest'idea, ed è uno dei grandi vantaggi del teatro: più interpreti una parte, più la rendi interessante. Mentre a Hollywood tutto va sempre di corsa, non c'è mai tempo».

Però il film con cui finalmente riuscì a vincere l'Oscar fu una commedia e non un dramma: Profumo di donna.
«Credo di essere una persona divertente. Lo spero almeno. Cominciai come comico, fu dopo che rimasi intrappolato nel dramma. Colpa del mio personaggio nel Padrino, che si è imposto su tutti gli altri ruoli della mia carriera, sul modo in cui mi ha visto il pubblico o l'industria del cinema da quel momento in poi.

Ma io continuo a pensare di essere un tipo divertente. Guardi De Niro. In questa seconda parte della sua carriera si è reinventato come attore comico. È una cosa incredibile e che succede raramente, ma è molto interessante».

E la pensione? Le passa mai per la testa di andarsene in pensione? Un po' di anni fa, dopo Revolution, per un certo periodo prese le distanze da Hollywood.
«Quel film segnò un momento interessante nella mia vita. Avevo rotto con una persona che amavo e mi attirò l'idea di un film che parlasse di sopravvivenza. Fu un tale fiasco! Non è che mi ritirai, ma mi sentivo deluso dall'industria cinematografica. Però ero troppo giovane per la pensione».

E ora? Che cos'è che tiene viva la fiamma della recitazione?
«Me lo domando anch'io. Parafrasando Oscar Wilde, ogni volta che ci penso mi siedo e aspetto che mi passi. Probabilmente mi piace vedermi nel contesto che rende possibile una buona interpretazione. Quanto alla pensione, non so che cosa significhi questa parola. Ritirarmi? E perché? Se un lavoro mi interessa, perché non farlo? Anche se è vero che faccio sempre più fatica a trovare lavori che mi interessino».

Al Pacino è uno dei più illustri esponenti del metodo Stanislavskij. Lui non è né una bella faccia né un gioco da bambini. Però la sua iniziazione fu questa, una facezia da bambino per scappare da una famiglia a pezzi, con suo padre che era andato via; per fuggire da una casa con troppa gente, divisa con i nonni, la madre e qualche altro parente, e come via d'uscita da un carattere timido e solitario.

Fu il film Giorni perduti di Billy Wilder, che vide un giorno al cinema con sua madre, a catturare la sua attenzione, e fu la sua imitazione di un Ray Milland ubriaco che gli fruttò un pubblico e - anni dopo - una carriera.

Che cosa ricorda della sua infanzia, ovvero di Alfredo James prima che diventasse Al Pacino?
«Io vengo dalla strada, dal Bronx, e la mia infanzia è sempre stata un'avventura. Un miscuglio di Tom Sawyer, Huckleberry Finn e uno stile di vita uscito da un romanzo di Dickens. Passavamo il tempo a inseguirci per i tetti. A quell'epoca il Bronx era il paradiso dei tetti, territorio vergine e mescolanza di lingue e cultura. Dovevo sentirmi molto sicuro di me, perché facevamo dei salti di distanza considerevole. Ma preferisco non parlare dei miei ricordi, mi sembrerebbe di stare sul divano del mio analista».

Con gli anni l'ego scompare?
«C'è una grande differenza fra l'avere successo e l'essere famoso. Nella Bibbia non si dice che il denaro è la radice di tutti i mali, ma che l'amore per il denaro è la radice di
tutti i mali. C'è una differenza. Io non ho mai creduto alla fama. Al contrario, ne sono fuggito. In seguito ho imparato ad accettarla, un processo che richiede anni. O che ha richiesto anni a me, perché ora è diverso da quando cominciai.

Ora la fama è qualcosa di accettabile. La gente vuole essere famosa anche per nessun motivo, che per me è come mettere il carro davanti ai buoi. Ma nel mio caso la fama era un onere, una pressione che mi impediva di tirare fuori il meglio da me, di liberare la mia recitazione, perché dovevo rispondere a quell'immagine artefatta di me che portava il nome di Pacino».

Marlon Brando parlava negli stessi termini, ma sembra che non sia mai riuscito a superare il peso del suo nome. Qual è stato il suo rimedio?
«Il tempo, il teatro, gli amici. Brando non è mai tornato al teatro. Io ho sempre potuto contare intorno a me su persone di cui mi posso fidare. Sento questa vicinanza. Anche il teatro è stato importante, perché quando lavori su un palcoscenico si crea un legame più difficile da ottenere su un set cinematografico.

E anche l'infanzia è stata importante, per una cosa che mi piacerebbe che avessero i miei figli, quel giro di amicizie di strada che cresce insieme a te. Senza i miei amici oggi non sarei seduto qui, sarei quel perfetto cliché di alcol e droga che è tristemente reale».

A quali amici in particolare si riferisce?
«Al mio grande amico Charlie Laughton, che purtroppo si ammalò di sclerosi multipla e visse gli ultimi anni della sua vita paralizzato. Gli scrissi tutti i giorni e resta nel mio cuore. A Francis Ford Coppola, al quale ogni volta che passo dalle sue parti telefono per incontrarci.

A Sydney Lumet. Lo amo, avevamo un rapporto speciale. Lo vidi poco prima che morisse: mi misi seduto con lui e parlammo. E anche ai miei compagni di bisbocce. O a gente con cui avrei potuto sposarmi e con cui ora sono in rapporti di amicizia. "Non è amore l'amore che cambia quando un cambiamento incontra, o che si adatta alla distanza distanziandosi" (Shakespeare,ndr)».

Non mi ha detto niente riguardo al successo.
«Il successo è relativo, come tutto. Bukowski diceva che il denaro è magico, perché non lo vedi mai, ma puoi usarlo per pagare. Un miracolo. Il successo è fantastico. La cosa brutta è che si accompagna e si confonde con la fama. Ma, come diceva Lawrence Olivier, qual è la cosa più bella della recitazione? "Il bicchiere che mi bevo quando finisce la finzione"».

Gli anni pesano?
«Chiaro. Ma dopo lo shock iniziale, una ventina d'anni fa, cominci ad abituarti e non significano più nulla. Non mi vedo diverso per il modo in cui parlo. Energie? Finché ne ho tutto va bene. Forse mi sbaglio. Sette anni fa correvo coi miei figli sulle spalle, ora non riuscirei a farlo neanche se avessero due o tre anni. Al parco mi chiedo continuamente perché gli alberi vanno più lenti. Che sta succedendo agli alberi?».

Ha letto la biografia della sua ex compagna, Diane Keaton?
«So del libro, ma ovviamente non l'ho letto... Non mi decido a farlo. Però ho sentito cose buone e ho sentito che mi tratta bene. Ho sempre pensato che era una ragazza straordinaria e questa è la conferma, no? Mi piacciono le biografie. Qui con me ho quella di Edward Robinson, e sto leggendo anche quella di Richard Burton. Ho avuto il piacere di conoscerlo.

È stata una persona che ho ammirato tanto, come Marlon Brando. Lo vidi in
Camelot che era già anziano, e mi disse che gli sarebbe piaciuto parlare con me un giorno, e di lasciargli il mio numero di telefono. E io ero talmente nervoso che invece del mio numero di telefono gli scarabocchiai un autografo: "Con affetto, Al Pacino"».

Ha mai pensato di scrivere la sua biografia?
«Finché potrò continuare a esprimermi con il mio lavoro, a che scopo? Preferisco continuare a raccontare le mie storie così. Sono una persona fortunata e non voglio rovinarmi il ballo».

 

 

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