marco molendini sotto il sole di roma

PRINCIPI, PERNACCHI E BARRICATE: AL "MESSAGGERO" SUCCEDEVANO COSE UNICHE AL MONDOMARCO MOLENDINI, NEL SUO LIBRO “SOTTO IL SOLE DI ROMA” RACCONTA QUASI MEZZO SECOLO NEL PALAZZO DI VIA DEL TRITONE: DALL’USCIERE CHE GIRAVA IN PORSCHE, CANTICCHIANDO “ANIMA MIA”, PERCHÉ ERA FRATELLO DI DUE DEI CUGINI DI CAMPAGNA, ALL’ORECCHIO DI PAUL GETTY JR. RAPITO DALLA ‘NDRANGHETA, CHE ARRIVA IN UNA BUSTA ALLA SEGRETERIA DEL GIORNALE FINO ALL’ESTATE ROMANA E ALLE NOTTI A VILLA ADA CON DAGO DJ – IL 2 LUGLIO 1973, IL DIRETTORE LUIGI BARZINI JR. FU RESPINTO DAI REDATTORI CHE NON GLI FECERO SUPERARE L’INGRESSO – LA CLAMOROSA (MANCATA) INTERVISTA CON FRANK SINATRA NELLA SUA VILLA DI PALM SPRINGS

 

Da https://www.professionereporter.eu/

 

IL MESSAGGERO 2 luglio 1973 il Direttore Luigi Barzini jr respinto da via del Tritone

Sì, sì, va bene, ogni redazione di un grande giornale è un mondo pieno di storie esilaranti e drammi, amori e odi, eroi e malfattori. Ma al Messaggero c’era un usciere che andava a consegnare lettere e pacchi in Porsche, canticchiando “Anima mia”, perché era fratello di due dei Cugini di campagna, ci fu un capo della Cultura che accolse un Direttore con un pernacchio alla Eduardo, e un elicottero della proprietà portava i giornalisti in giro per l’Italia a fare i servizi che dovevano fare.

 

Questi sono solo assaggi. Marco Molendini -vissuto lì dentro, nel palazzo di via del Tritone 152, dagli anni ’70 fino ai primi del nuovo millennio- in “Sotto il sole di Roma” (Minimun fax editore) racconta le storie un po’ avventurose, un po’ esemplari, un po’ cialtrone di tutte quelle stanze distribuite su 5 piani, che erano state l’hotel Select, forma triangolare con la pensilina liberty. Storie nelle quali è Roma a essere distillata nella sue essenza.

 

 

marco molendini

Quando Molendini varca quel portone, Il Messaggero è una delle principali istituzioni cittadine. Sta aperto sui frigoriferi di tutti i bar, dal centro alle periferie, e i romani se hanno un problema o subiscono un torto telefonano o vengono in via del Tritone.

 

Molendini ha il primo colloquio con il bizzarro Direttore Sandrino Perrone, detto il Principe (in realtà è Duca), membro di una famiglia di costruttori di armi, appassionato di cavalli, auto e donne, famoso per strapparsi le ciglia, nei momenti di tensione. Il Principe, per via di una suocera francese nobile e sessantottina, tende a sinistra, mentre l’altro proprietario, il cugino Ferdinando, è un fiero conservatore.

 

Al giornale c’è un gruppo di potere molto progressista riunito attorno a Pasquale Prunas, capo dei grafici. Che da quella posizione ribalta ogni tradizione: le pagine -specie le prime- diventano opere d’arte, con grandi foto ed enormi titoli e restano celebri LUNA PRIMO PASSO, quando il primo uomo atterra sul satellite e più avanti l’immenso NO all’abolizione del divorzio.

sotto il sole di roma - marco molendini

 

L’estetica arriva a prevalere sui contenuti. Nel grande salone, dove i grafici lavorano, c’è un affresco ricalcato da una tela fiamminga del Seicento dove al posto dei volti originali ci sono Prunas, il suo geniale vice Piergiorgio Maoloni, altri due grafici Bergami e Ronchetti, Fabrizio Zampa, Fulvio Stinchelli, Ruggero Guarini e Lucio Manisco.

 

Molendini viene spedito nel reparto rematori del Messaggero, la Cronaca, che assieme allo Sport fa le fortune del giornale. C’è il frastuono delle macchine da scrivere e tutti -una trentina di cronisti- fumano, spegnendo le cicche sul parquet ormai punteggiato di bruciature. Al comando, un burbero formidabile, su cui si sarebbe potuta fare una serie tv tipo “Lou Grant”.

 

Si chiama Silvano Rizza, già pilota di caccia, già partigiano, votato quasi totalmente al giornalismo. Fa campagne sui prezzi del caffè, sugli asili nido, sulle auto blu usate per accompagnare i figli dei politici e fare la spesa e, soprattutto spinge sulla cronaca nera, come il delitto del marchese Casati, che uccide moglie e amante: Il Messaggero si impossessa della serie di foto osé della coppia. I cronisti portano i pezzi a Rizza con terrore. Certe volte lui li riduce a palla (si scriveva su carta) e butta via, altre li corregge, cancellando senza pietà aggettivi, considerazioni, luoghi comuni.

ALESSANDRO PERRONE IL MESSAGGERO

 

Quando il cugino Perrone di destra vende all’editore di destra Rusconi, viene nominato Direttore, al posto del cugino di sinistra, Luigi Barzini jr. ma -evento probabilmente unico nella storia del giornalismo mondiale- i redattori non gli fanno superare l’ingresso. Al Messaggero si lavora, ma si passa anche molto tempo in assemblea e la redazione -anche questo evento probabilmente unico- a un certo punto ottiene dalla proprietà il potere di eleggere due vicedirettori.

 

Molendini racconta dell’orecchio di Paul Getty jr. rapito dalla ‘ndrangheta, che arriva in una busta alla segreteria del giornale, le telefonate delle Brigate Rosse per far ritrovare i volantini e non sempre i giornalisti capiscono dove devono andare, con i brigatisti costretti a richiamare.

 

Al posto di Barzini jr. arriva Italo Pietra e poi Luigi Fossati, dal Giorno di Milano: pare un’invasione del nord nella capitale, la redazione scalpita. Succede un terzo fatto probabilmente unico nel giornalismo mondiale: alla fine del discorso d’insediamento Fossati batte il pugno sul tavolo e proclama: “Adesso tutti a lavorare!”. Ruggero Guarini, capo della Cultura, fa partire un pernacchio d’autore. Fossati da allora dirige il giornale blindato nella sua stanza.

MARCO MOLENDINI JUAREZ ARAUJO PAOLO ZACCAGNINI

 

Dopo la gestione familiare conflittuale dei Perrone, ecco quella industriale, Montedison di Cefis e poi Ferruzzi. Con questi ultimi -direttore Mario Pendinelli- inizia la grandeur: elicotteri, alberghi a cinque stelle per gli inviati, apertura di sedi in Romagna (patria dei padroni), Il Messaggero distribuito alla prima della Scala per avviare un’”invasione” di Milano. Ma Raul Gardini, gran capo di Ferruzzi, si suicida, coinvolto in Tangentopoli, la megalomania si spegne.

 

Scende, ancora dal Nord il Direttore Giulio Anselmi, che riporta il giornale sulla terra e poi è la volta di un nuovo padrone, Francesco Gaetano Caltagirone. Il primo giorno in portineria non lo sanno chi sia e non vogliono farlo salire, ma lui s’impegna ad eliminare ogni residuo barricadero in redazione. Nomina Direttore Pietro Calabrese, siciliano brillantissimo, che sa interpretare meglio di tutti cos’è Il Messaggero, il suo rapporto con Roma, e realizza un giornale popolare e raffinato al tempo stesso. Ineguagliato.

 

Molendini parla anche di altre due cose.

IL MESSAGGERO REDAZIONE

 

La prima è la vita fuori del Messaggero, l’Estate romana di Nicolini, le lunghe notti all’Hemingway di Billy Bilancia, “Alla ricerca del ballo perduto” a Villa Ada con Roberto d’Agostino dj.

 

La seconda è la sua passione vera. Perché Marco non voleva fare la cronaca nera, voleva seguire jazz e musica brasiliana e ci riesce, dato che il Direttore Emiliani lo nomina capo degli Spettacoli e da lì, alla guida di squadra d’eccezione – Paolo Zaccagnini, Zampa, Gloria Satta e altri- partono incontri con tutti i grandi, da Chet Baker, a Sun Ra, Gil Evans, Frank Zappa, Milas Davis, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Joao Gilberto, Sting, Chuck Corea, Michael Jackson. Fino a una clamorosa (mancata) intervista con Frank Sinatra nella sua villa di Palm Springs.

 

E tante, tantissime altre cose, sotto il sole di Roma.

 

lorenza foschini marco molendini (4)marco molendini roberto dagostino marco molendini foto di baccoRYUICHI SAKAMOTO MARCO MOLENDINImarco molendini foto di baccomolendinilorenza foschini marco molendini

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