the program

IL CINEMA DEI GIUSTI - “THE PROGRAM”, FILM DI STEPHEN FREARS SULLA VITA DI LANCE ARMSTRONG, E’ LA STORIA DI UN MOSTRO DOPATO CHE PENSA SOLO A VINCERE - ALLA FINE DIVENTA UN PO’ NOIOSO MA I FILM SUL CICLISMO, DICIAMOCI LA VERITA', NON HANNO MAI FUNZIONATO

Marco Giusti per Dagospia

THE PROGRAMTHE PROGRAM

 

Diciamo la verità. I film sul ciclismo non hanno mai funzionato. Lo sappiamo bene noi italiani, che, fiction a parte, abbiamo prodotto al cinema solo la geniale parodia Totò al Giro d’Italia (“La maglia rosa/è quella cosa/che chi la porta/mai non riposa…”), o i francesi che in tanti anni si sono sporcati solo con un bel documentario sul campionissimo belga Eddy Merckx, La cours en tete di Joel Santoni.

 

THE PROGRAM THE PROGRAM

Ci sono cascati, e malamente, solo gli americani, con due film piacevoli ma inconsistenti come Il vincitore di Joh Badham, con Kevin Costner ciclista (ehhh…), e il più divertente All American Boys diretto però dall’inglese Peter Yates. E già mettere insieme americani e ciclismo, per chi è cresciuto con Il processo alla tappa di Sergio Zavoli, con gli articoli sulle pedalate padane di Gianni Brera e campioni come Taccone e Adorni, non era il massimo. Al punto che solo l’idea del campione americano Lance Armstrong che vince ben sette Tour de France ci ha mai convinto. Infatti, era una truffa.

 

Si drogava con l’EPO, o eritropoietina. Proprio sulla truffa colossale e sulle bugie del più grande campione americano di ciclismo di ogni tempo, Lance Armstrong, che aveva anche superato la sua battaglia personale sul cancro, più che sulla sua grandezza ciclistica, è costruito questo interessante, anche se non memorabile, The Program, diretto con grande intelligenza da un maestro come l’inglese Stephen Frears e scritto da John Kodsle, già sceneggiatore di Trainspotting e The Beach, che l’ha tratto dal libro e dagli articoli del giornalista irlandese David Walsh, che ha seguito per anni la carriera del campione intuendone per primo le irregolarità.

THE PROGRAM  THE PROGRAM

 

Frears ha trattato la storia di Lance Armstrong, interpretato qui da Ben Foster con molto trucco facciale e volutamente senza fascino, un po’ come Ron Howard ha trattato la storia dei campioni della Formula 1 anni ’70 in Rush, solo che il ciclismo degli anni ’90 si presta meno alla spettacolarizzazione romantica, e questa storia in particolare non era una storia di duelli eroici come quella di Niki Lauda contro James Hunt.

 

Qui il duello è quasi sempre quello interiore del campione per il controllo del proprio fisico, con l’aiuto delle bombe di EPO che gli prescrive il perfido dottore italiano, Michele Ferrari, interpretato da Guillaume Canet un po’ distrattamente. E perfino la vittoria contro il cancro finisce per essere un momento di rinascita medica che darà solo nuova forza al desiderio di Armstrong di superare se stesso e di essere il primo.

 

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Come per Merckx e per tutti i campioni di ciclismo, l’unica possibilità è quello di essere primo, di vivere “la corsa in testa”. Da qui arrivava l’antipatia che per noi avevano certi campioni imbattibili come Merckx o Anquetil. Sembravano automi. Armstrong è presentato come una macchina perfetta da esperimenti scientifici. Non c’è nessun sentimento romantico nel suo essere ciclista.

 

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Scordatevi i rapporti fra Coppi e Bartali o il sentimento di autodistruzione di un Pantani. Non c’è nemmeno gran contatto fra Armstrong e il giornalista che sa di sapere la verità, David Walsh, interpretato da Chris O’Dowd, o fra lui e il gregario americano Floyd Landis, interpretato da Jesse Plemmons, che deciderà di correre da solo e poi lo sbugiarderà di fronte al mondo.

 

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Stephen Frears e Ben Foster giocano tutto il film sulla costruzione di un mostro che pensa solo a essere il primo, a vincere la Maglia Gialla e a gonfiare il proprio fisico. Così, alla fine, The Program, che pure parte benissimo con molte corse ricostruite e alternate con veri materiali della tv sul Tour, diventa un po’ noioso. Anche Diego Maradona si drogava, e pesantemente, ma rimaneva sempre un campione, umano e romantico anche nel disastro. Qui, Armstrong è disumanizzato al punto che non ci importa granché se vinca o perda. Da vedere, a prescindere. In sala dall’8 ottobre.   

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