SE NON L’AVETE CAPUTO - SERGIO CAPUTO DENUNCIA “RADIOPOLI”, L’ IMPICCIO DELLE RADIO ITALIANE CHE PASSANO LE CANZONI PER INTERESSE, SEMPRE LE STESSE, QUELLE DI CUI HANNO LE EDIZIONI E SU CUI GUADAGNANO

da www.rockol.it

 

Dopo aver letto e segnalato il suo post su "Radiopoli", abbiamo voluto approfondire con Sergio Caputo il tema della sua ostracizzazione dai grandi network italiani in una lunga intervista (la versione integrale su www.rockol.it).

Sergio CaputoSergio Caputo

 

Madonna, un paio di settimane fa, si è lamentata con la “BBC” della stessa cosa della quale ti sei lamentato tu con “Radio 105”: le hanno sbattuto la porta in faccia, e lei non l'ha presa troppo bene. Come vedi, sei un buona compagnia...

 

«Madonna è un'artista che non puoi ignorare, se non altro a livello di notizia. E' talmente enorme che un mezzo di informazione come la “BBC” dovrebbe riferirne a prescindere. Poi non si può pensare che le notizie debbano per forza interessare a tutti...»

 

Quindi, anche nel tuo caso, ne fai una questione di cronaca, più che di selezione operata secondo i gusti del programmatore...

 

«In parte. A “Radio 105” non solo si sono rifiutati di trasmettere il mio singolo, ma si sono anche rifiutati di fare una chiacchierata con me per annunciare i miei concerti e il disco nuovo. Questo sa di discriminazione. E di lobby, perché è risaputo che a decidere se un artista interessa al pubblico è una ristretta cerchia di persone. Il mio staff ha ricevuto le stesse risposte da “Radio Italia” e in un certo senso da “RDS”, a fronte - e l'ho scritto nel mio post - di playlist tutt'altro che coerenti. Perché queste non sono radio tematiche, come quelle che ci sono negli Stati Uniti, ma emittenti che trasmettono artisti che non c'entrano nulla gli uni con gli altri e che non identificano un target. Quindi il problema è: come si sceglie la musica che si trasmette?»

 

Quando glielo abbiamo chiesto noi, le radio ci hanno spiegato che fanno delle ricerche per cercare di definire i gusti dei propri ascoltatori...

 

«Sono minchiate, non è vero. Io vengo dalla pubblicità, e ci vuole molto tempo per fare delle ricerche di mercato. E' impossibile che vengano fatte mensilmente o settimanalmente, per farle seriamente ci vogliono mesi, quindi non vengano a raccontare stronzate. I tempi di una ricerca come si deve non sono compatibili con i tempi della discografia. Il mezzo radiofonico è agonizzante, e prima o poi la pubblicità si sposterà su altri mezzi«

 

Nell’ambiente c’è chi teme lo streaming...

 

Sergio CaputoSergio Caputo

«Io non mi sono messo su “Spotify” perché non credo sia un mezzo adatto. Anche molti altri artisti internazionali hanno fatto questa scelta, perché pare che non paghino»

 

Più che altro pare paghino molto poco. Taylor Swift e Thom Yorke la pensano così

 

«Non credo che lo streaming sia un mezzo efficace, è un espediente temporaneo che non porterà a nulla. Ma tornando alle radio: mi sono arrabbiato perché quando uno lavora un anno per preparare un album, e ingaggia un ufficio stampa - pagandolo - non è disposto ad accettare certe bugie. Loro hanno detto di non aver ricevuto il disco, ma il mio staff nella mail ha le ricevute di ritorno delle cartoline digitali che dimostrano il contrario. Quindi qualcuno dovrebbe spiegarmi perché, per esempio, non rientro nella linea editoriale di “Radio Italia”. Nel nuovo album ho inserito apposta un pezzo in italiano per farmi trasmettere dalla radio. Lì c'è stata una presa di posizione precisa che esula dalla qualità dell'offerta musicale. E quando i tre maggiori network radiofonici eliminano dal panorama musicale artisti come me, o come Paolo Conte o Il Volo, il pubblico recepisce che un cantante o un gruppo sia finito. E questo trend viene assecondato anche dalle realtà radiofoniche più piccole»

 

Se non sono i risultati delle ricerche di mercato, qual è - secondo te - il motivo che spinge i tre più grandi network radiofonici italiani a compiere una scelta del genere?

 

Sergio Caputo swingsSergio Caputo swings

«Perché in qualche modo ci guadagnano, le radio. Magari attraverso l'etichetta [la Ultrasuoni]. Ma si sa che c'è un discorso di edizioni musicali dietro, e lì ci vorrebbe un'indagine approfondita per vedere a chi fanno capo le edizioni dei brani che passano in continuazione. Poi inzuppano nel live a piene mani, perché poi ognuna di queste entità organizza dei megaraduni dal vivo dove vengono invitati solo gli artisti passati e strapassati. E fare una cosa del genere costa molti soldi»

 

Quindi la tua tesi è che funzioni così: tu mi compri pubblicità, io ti passo l'artista?

 

«Anni fa era così, anche perché me lo sono sentito proporre tra le righe. A me lo dissero anche: perché dovrei passare un tuo pezzo da 5 minuti se io, radio, passando 30 secondi di pubblicità di un tal dentifricio, vengo anche pagato? Adesso credo che i giochi siano diventati più sottili, e che ci siano discorsi di co-edizioni. E il live, perché il live è rimasta l'ultima cosa che funziona. E anche lì chi viene escluso da questo giro viene fortemente penalizzato, perché chi non è mai in radio ha anche più difficoltà a fare concerti»

 

Pensi che i promoter di musica dal vivo siano conniventi e che facciano parte di quella che tu chiami "lobby"?

 

«Il promoter di per sé non è interessato a farne parte, ma ha interesse a che il suo artista funzioni dal vivo. Sicuramente certe cose vengono organizzate, e se la radio le fa, le fa perché ci guadagna»

 

Torniamo alle edizioni: pensi che parte delle royalties vengano cedute o "girate" alle radio in modo che trasmettere un determinato artista possa generare un guadagno anche alle emittenti stesse?

 

«In certi casi credo proprio di sì. E' un'indagine approfondita che io non ho fatto, e che non ho gli strumenti per fare, ma si sa da tempo che è così. Queste cose si posso capire facilmente parlando con gli uffici stampa: sono loro i primi a dirtelo. Se sei un esordiente, non entrerai mai nel giro, a meno che il tuo brano non l'abbia scritto il tale autore, ed è facile capire di chi parlo, perché ultimamente c'è chi sta scrivendo tutti i brani di tutti gli esordienti che nei palinsesti radiofonici sono presenti. E' un giro che forse non vale neanche la pena organizzare, perché non credo muova milioni di euro, se non quando entrano in gioco le grandi adunate dal vivo. Questo sistema di esclusione sicuramente un risultato lo ottiene, cioè quello di oscurare al pubblico parte del panorama musicale italiano, ingannando così l'audience nel restituire un'istantanea dello scenario tricolore che non è quella reale. Sto dicendo cose che in privato, nel nostro ambiente, dicono tutti, ma che pubblicamente fanno fatica ad emergere, perché c'è la paura di venire boicottati. Fatto sta che nelle radio passano solo un ristretto giro di cantanti per duecento volte al giorno»

 

Secondo te cosa si potrebbe fare per ovviare a questo problema?

 

«Ci vorrebbe una legge che accordi alla SIAE l'autorità per vigilare, affinché certi autori non vengano esclusi se non per motivi seri, come turpiloquio, frasi o temi offensivi. La mia proposta è che chi fa concerti e riscuote i favori del pubblico non possa essere ignorato dalle radio, al di là di quelli che sono i gusti personali di chi compila le playlist. La musica che si sente in certi network non rispecchia né il valore dell'artista né le preferenze del pubblico, ma solo la scelta interessata di alcune persone. Sarebbe onesto, più che dire che un brano "non è in linea con la radio", dire "noi mettiamo solo la musica che ci interessa", senza parlare di ricerche di mercato, che è una materia che non conoscono»

 

Le radio ci hanno detto che il target è comunque fondamentale: se mi ascoltano i venti/trentenni, devo trasmettere musica che piaccia ai venti/trentenni...

 

«L'altra sera ho suonato a Milano e avevo dei liceali, in prima fila. Queste sono scuse pretestuose: ho fatto il pubblicitario e certe dinamiche le conosco bene. E poi i target non sono mai gli stessi: un ventenne di Scampia è diverso da un ventenne di Civitavecchia. Sono cose molto complicate, che sicuramente non conoscono. E' ora di spiegare al pubblico che ciò che si sente alla radio non è espressione né della nostra cultura musicale, né dei gusti del pubblico, né della bravura o del peso di un artista, ma solo la decisione di due o tre persone, presa in totale autonomia, che decreta la sparizione di certi artisti dal panorama radiofonico nazionale. Trovo che questo sia sbagliato: se uno fa informazione in questo modo la sta facendo in modo sbagliato. Per il resto non mi sognerei mai di obbligare un'azienda a fare quello che io pensi sia giusto fare»

 

Quella che muovi è un'accusa precisa e grave. Bisognerebbe dire il perché succede tutto questo...

 

«Non sono un giornalista investigativo: se si cominciasse a scavare su questa cosa probabilmente si capirebbe di più. Se una radio si definisce commerciale vuol dire che basa la sua attività sul profitto. E se fa tutto per guadagnare vuol dire che tutto quello che fa, compresa la musica che passa, lo fa per avere un guadagno»

 

Però tu parli di informazione. Un network potrebbe risponderti: 'Noi non facciamo informazione, ma intrattenimento, e possiamo essere liberi di intrattenere il nostro pubblico come meglio crediamo'...

 

«Allora che facciano una radio tematica, come ce ne sono tante negli Stati Uniti, e trasmettano solo hip hop, liscio o quello che gli pare: nessuno glielo impedirebbe, e - in questo caso - un discorso del genere lo riterrei valido. Ma i network che ho citato occupano delle frequenze concesse dallo Stato, che accorda permessi e licenze a condizione che vengano passati un certo numero di notiziari. Il problema è che la musica in questo Paese è considerata come una cagata, una cosa della quale si potrebbe fare a meno, che si può avere gratis. Invece è un mestiere duro, che offre lavoro a un sacco di gente e rappresenta gli interessi e gli investimenti di un mucchio di persone, e non si può bistrattare in questo modo, permettendo che una radio che fa informazione possa offrire al pubblico una realtà della musica "falsata"»

 

Però sarà difficile in sede di formalizzazione rendere chiaro un provvedimento simile: ci sarà sempre qualcuno che potrà dire di essere escluso...

 

«Certo. Però è come se fosse un ristorante: non si può servire una persona e un'altra no»

 

Ma un ristorante è un servizio che si sceglie e che si paga: i passaggi da una radio (almeno in teoria) no, da parte di un artista...

 

«Per molto tempo, invece, è stato così, e adesso hanno trovato altri modi più diretti e meno esposti. Una volta si poteva venire licenziati per aver accordato favori a pagamento in termini di airplay»

 

Erano le famose “payola”sono illegali, e le major negli Stati Uniti sono state multate dopo uno scandalo del genere...

 

«Proprio perché certi modi sono illegali, sono stati trovati altri modi. Tutte le radio che mi hanno ostracizzato hanno fatto audience con i miei pezzi per anni e anni. Da quando ho smesso di piacere? Non capisco come il mio disco possa suscitare reazioni così negative da portare un responsabile di programmazione a escluderlo dall'airplay».

 

Le radio trasmettono ancora i tuoi vecchi brani?

«Le radio piccole li trasmettono ancora, sì, ma non i grandi network»

 

Nemmeno Radio Italia?

 

«No, nemmeno lei»

 

Dopo il tuo post-sfogo su Facebook, sei stato contattato da qualche artista italiano?

 

«Da molti sconosciuti e esordienti, sì»

 

Ma da artisti affermati come te?

 

«No, perché questo è un mondo nel quale ognuno coltiva il suo piccolo orticello. In ogni caso non mi aspettavo che qualcuno mi chiamasse per dirmi: 'Facciamo qualcosa'. Qui in Italia non c'è questa mentalità di comunità che c'è negli Stati Uniti o in altri paesi. Quello delle radio è un malcostume che dovrebbe essere rivelato al pubblico: se di artisti come me o Eugenio Finardi il pubblico non ha notizie non è perché siamo morti, o siamo in pensione, o abbiamo deciso di fare i pizzaioli, ma perché qualcuno dall'interno dei network stessi ha deciso che non si debbano sentire»

 

E non perché non gli piacciano...

 

«Certo che no. Lo scorso anno una persona che ha delle responsabilità in “Radio Italia” mi contattò per propormi di scrivere un brano per un artista che doveva andare a Sanremo. Se non gli piacessi, non me l'avrebbero chiesto. La collaborazione poi non si concretizzò, ma qualche tempo dopo mia moglie lo sentì comunque per chiedergli perché la sua radio non passasse le mie canzoni. Lui, molto imbarazzato, disse di essere un mio grande fan, ma che il suo editore gli aveva dato questa direttiva. Questi comportamenti stanno distruggendo la musica italiana».

 

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