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LISA GASTONI, CHE ALL'APICE DEL SUCCESSO MOLLÒ CINEMA E TEATRO: ''NON NE POTEVO PIÙ, NON AMAVO IL SUCCESSO E NON SAPEVO NIENTE DELLA VITA. PER 25 ANNI, NESSUN FILM'' - ''GRAZIE ZIA'', ''LA SEDUZIONE'', PER TRUMAN CAPOTE ERA L'ATTRICE PIÙ CONTURBANTE DEL CINEMA ITALIANO - CON TOTÒ UNA GAFFE TREMENDA - ''HO SEMPRE VOTATO PCI. POI HANNO SCELTO PRODI, IL PIÙ DEMOCRISTIANO DI TUTTI E ALLORA HO CREDUTO IN BERLUSCONI. DELUSIONE. NON PUOI ESSERE PREMIER E FARTI LE RAGAZZINE'' - OZPETEK ''UN GRAN TALENTO, PURTROPPO È TURCO''

Malcom Pagani e Fabrizio Corallo per ''il Fatto Quotidiano''

 

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Lisa Gastoni ricorda che Mario Cecchi Gori, un poco, ambiva: “Il mondo del cinema era convinto che tra noi ci fosse una storia, ma io non l’avrei mai sfiorato neanche con un dito. E glielo dicevo: ‘Devi fartene una ragione, Mario. Non ho nulla contro di te, ma fisicamente non ti sopporto e non riesco ad averti a un metro di distanza’.  Lui ascoltava e poi senza cambiare espressione rispondeva soltanto: “Cambierai idea’.

 

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Era un bruto. Un cafone convinto di potermi comprare. Fece arrivare sotto casa mia un’Alfa Romeo con un mazzo di fiori sul sedile del passeggero e la chiave d’oro dentro. Telefonai immediatamente al concessionario: ‘Venite a prendervi la macchina’. Il proprietario ero sconvolto: ‘Ma signora Gastoni, è tutta accessoriata, è l’ultimo modello, c’è anche il mangianastri per la musica’. “Non voglio i fiori, non voglio gli accessori e neanche il mangianastri. La aspetto tra mezz’ora’.

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Cecchi Gori se la legò al dito. Intimava alle produzioni di non ingaggiarmi: ‘Non vi azzardate’. Mi faceva terra bruciata intorno. Uno sforzo inutile. Con il tempo, in poco tempo, mi ritirai dalle scene spontaneamente e con grande sollievo”.

 

Lisa Gastoni disse addio a 45 anni, per il dolore di Truman Capote: “È stata la donna più conturbante del cinema italiano” e di tutti quelli che l’avevano ammirata in oltre 50 film sognando di esserle nipoti in Grazie zia di Salvatore Samperi.

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“Capote non l’ho mai conosciuto, ma ricevetti un invito a cena da casa Agnelli perché lo scrittore, grande amico di Donna Marella, avrebbe avuto piacere di conoscermi. Dovetti rinunciare e una seconda occasione non ci fu. Se non ritiri certi biglietti, depennano il tuo nome dalla lista”. Lei tolse il suo dai titoli di testa: “E fu liberatorio. Io non ho amato il successo perché non l’ho capito. Ho lottato per averlo e quando l’ho ottenuto è subentrata una grande solitudine.

 

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Ero a disagio, non ne potevo più. Dissi basta alla vigilia di una lunga e tristissima tournée teatrale con Luigi Squarzina. Andai in camerino e trovai mio marito: ‘Posso venire con te? Non voglio più fare l’attrice’. Pensava scherzassi e invece ero serissima. Sono stata lontana per 23 anni e cinema e teatro non mi sono mancati per un solo istante. Ho imparato a cucinare, a dipingere, a scolpire. Sono tornata a leggere, ho imparato a conoscermi”.

 

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Oggi ha 80 anni. È stato semplice?

 

Dovevo riempire il tempo. Lo feci compulsivamente. Quando scoprii il legno e imparai a intarsiarlo, cominciai a raccattare rami ovunque. Quando spuntarono ceppi sui divani e tronchi sulla soglia della camera da letto, mio marito Claudio Isgrò, un avvocato che aveva una vita professionale molto incasinata e aveva seguito processi importanti occupandosi di Aldo Moro e di Roberto Calvi rallentò con il lavoro e mi portò a vedere il mondo: “Così non si può andare avanti”. Mettemmo il naso fuori. Viaggiammo per mesi. Fu come rinascere.

 

Perché recitare equivaleva a morire?

 

Perché della vita non sapevo più niente. Leggevo solo copioni, passavo da un set all’altro, dominavano disagio e nevrosi. Non ne valeva più la pena.

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Era un disagio maturato nel tempo?

 

Avevo decine di offerte, da Lizzani a Vancini, ma qualcosa si era rotto. Ero aggravata. Oppressa. Nell’ultima scena recitata, uscivo da una tomba. C’era qualcosa di simbolico. Mi guardai intorno e dissi: “È finita. Grazie a Dio è finita”.

 

Com’era iniziata?

 

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In modo avventuroso. Madre di nobilissima schiatta irlandese e padre poeta di cui ero innamorata con quell’amore speciale che solo le figlie sanno provare per i padri. Lui era un uomo dolce, un antifascista piemontese, una persona inadatta a cui la guerra aveva lasciato ferite profonde. Quando tornò dall’Albania parlava da solo. Vivevamo in Liguria, sul mare, gestendo un albergo di famiglia che mio nonno aveva fatto costruire insieme a molti altri sulla riviera da Bordighera a Sanremo partendo da zero.

 

Sono ricordi nitidi?

 

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Nitidissimi. La memoria è una cosa strana. Ho cancellato il passato perché nella vita devi viaggiare leggero e se torni indietro non combini più niente. Però certe cose non si dimenticano. L’arrivo dei tedeschi a cavallo, ad esempio. I nazisti erano nudi, galoppavano nell’acqua. Scesero dalla sella e fecero il bagno. Io guardavo attonita e mia madre che era intelligentissima mi tenne la mano sussurrando: “Everything is under control”. Mio padre, pessimista di natura perché i poeti sono tutti tristi, ai fascisti resistette fin quando fu possibile.

 

E poi?

 

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Era stato nominato podestà del borgo da nostro zio Pinotto, fascistissimo. Per qualche tempo si prestò alla recita e poi un bel giorno del ’39, decise che Mussolini non era solo un innocuo deficiente, ma un deficiente pericoloso. Impacchettò Fez, stivali e labari e si presentò al comune per dimettersi. Non fu una grande idea perché il regime era vendicativo e i gerarchetti di provincia punivano i colpi di testa. Mia madre lo appoggiava: “Bravo, hai fatto bene” però venimmo sbattuti in garage, cacciati dall’albergo e costretti a dormire per terra.

 

Suo padre era un idealista?

 

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A casa c’erano due quadri. Nelle cornici, il Führer e il Duce a cavallo. Papà non li poteva vedere. E li spostava continuamente dalla sala da pranzo allo sgabuzzino. Mia zia lo rimproverava: “Virginio, non fare il coglione, se i fascisti che frequentano la casa se ne accorgono, tornano e ci ammazzano tutti. Quando vengono a cena, i quadri devono esserci”. Poi restavamo finalmente soli e papà correva a toglierli ridendo: “Al galoppo, al galoppo”. Quella storia purtroppo finì male.

 

Quanto male?

 

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Dopo l’invasione dell’Austria e della Polonia, capimmo l’aria che tirava. Saremmo dovuti partire, andare in Inghilterra, emigrare. Ma papà era timoroso: “Dove vado? Non parlo inglese, è meglio che stia qui”. Lo presero e lo portarono in un campo di concentramento. I tedeschi uccidevano a caso dopo aver messo gli uomini in fila:  “Tu sì, tu no” e simulavano esecuzioni per puro sadismo. Alla terza fucilazione scampata se ne andò con la testa e invecchiò in un sanitario a Londra.

 

In Inghilterra emigrò anche lei.

 

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Studiai in un collegio cattolico, Il Loreto, a St Albans. Poi prevalse la curiosità per il teatro. Iniziai in una compagnia sull’isola di Wight. Molta gavetta. Una settimana lavavi il palcoscenico, l’altra facevi il suggeritore. A insegnarmi tutto, prima che imparassi a camminare con le mie gambe, fu una meravigliosa coppia di caratteristi.

 

Cosa le insegnarono?

 

Ad abbassare la testa al momento giusto. Nei teatri c’era un pubblico virulento, simile a quello dell'avanspettacolo descritto da Fellini in Roma: se non convincevi, ti colpivano con i cartocci di fish and chips.

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Il primo incontro con il cinema?

 

Feci la bella ragazza in They who dare con Dirk Bogarde. Sul set c’era anche Akim Tamiroff, simpatico da morire e sposato con una moglie bellissima, proprio lui che somigliava a un bulldog. Mi vide e si avvicinò a Bogarde, “She’s beautiful”. Gli dissi di lasciarmi in pace e non so come a un certo punto venni sbattuta su una parete. Si accese la luce della cinepresa. Capii. Era un provino. Dopo quel giorno fu tutto rapidissimo. Improvvisamente ottenni contratti e proposte di lavoro.

 

Buone?

 

C’erano tre categorie molto chiare: Serie A, B, e C. Le ho conosciute tutte.

 

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Cosa ricorda del cinema italiano di inizio anni ’60?

 

Tanti toupet, tante ciglia finte, tanti mantelli, tante partite a carte tra una scena e l’altra. Si parlava di Hollywood sul Tevere, ma il 70 per cento dei film costavano due lire e venivano girati in Jugoslavia o in Tunisia. Io facevo inderogabilmente la regina.

 

 

Ha lavorato spesso con Totò.

 

Iniziai con una gaffe tremenda. Balliamo in scena e mentre danziamo, Antonio diventa serio: “Discendo da antenati nobilissimi”. Lo prendo in giro: “Io dalla Regina d’Inghilterra” e lui ci resta male. Al titolo principesco teneva moltissimo, a casa aveva il trono con il cordone intorno. Era un uomo di una bontà e di una generosità assolute, Totò. Ma chiuso, spaventato di farsi scoprire.

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Il regista de Il Monaco di Monza era Sergio Corbucci.

 

Un romanaccio che mi sfotteva. Gli piaceva canzonarmi, mi riteneva altera.

 

E lo era?

 

Ho avuto un’educazione anglosassone. E sono cose che non puoi scrollarti di dosso in 5 minuti. Non ero in grado di parlare in dialetto e lui infieriva: “È arrivata sua altezza”. Io pensavo e forse dicevo: “Ma vai un po’ a fare in culo pure tu”.

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Primo matrimonio nel 1961.

 

Una ragazzata. Mi sposai in Grecia, durò un soffio. L’unico vero uomo della mia vita è stato Claudio. Ce l’ho accanto da decenni.

 

Nonostante i tanti corteggiatori.

 

Non mi sono fatta mancare niente. Gli uomini mentono sapendo di mentire. Io l’ho capito presto.

 

Nastro d’argento e primo grande successo con Carlo Lizzani in Svegliati e uccidi.

 

Venne a cena due mesi prima di buttarsi dalla finestra. C’era tanta gente. Mi prese da parte: “Possiamo parlare un po’ per conto nostro?”. Ci siamo confessati. Aveva le lacrime agli occhi: “Io ti ho amata, sai?”. Di Carlo ero un po’ innamorata anch’io. Non ce lo siamo mai detti, forse è meglio così.

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Cos’altro le disse Lizzani?

 

“Sai Lisa? Io non ce la faccio più a vivere, non ho più risorse, sono sfinito”.  “Non devi dire così, sei stato paziente, puoi reggere ancora”. In fondo la sua carriera era già finita da un pezzo. Allora rilanciai: “Facciamo una cosa insieme?”. Si animò: “Davvero?”. “Ma certo, anche una cosa piccola, anche se non ci danno soldi. Lavoriamo gratis”. Non c’è stato tempo.

 

Le dispiace essere ricordata soprattutto per Grazie Zia?

 

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Il successo di quel film non l’ho mai capito. Rimane un mistero. Ero morboso e bizzarro, ma non avrebbe dovuto fare una lira. Invece, non so come, riempì i cinema.

 

Come arrivò a interpretare la seduttiva Lea in quel film di Samperi?

 

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Ero sul set de L’ultimo gladiatore di Umberto Lenzi, in Tunisia. Terzo aiuto regista, si agitava un omino con gli occhi azzurri: Enzo Doria, poi coproduttore de I pugni in tasca. Portava il caffè e le sigarette: “Signora, se un domani dovessi produrre un film lei lo farebbe?”. Io ero sotto contratto e dissi di sì per pura gentilezza: “Mi porti un copione, lo leggerò senz’altro”.

 

E il copione arrivò.

 

All’epoca ero pagata mensilmente. Ricevevo copioni insulsi, li rimandavo indietro e rifiutando ogni proposta e interpretando un solo film all’anno per contratto, avevo già una solida nomea di pazza irrimediabile.

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Veramente?

 

“La Gastoni è felice solo quando dice no” sosteneva la mia agente. Debuttavo comprensiva: “La sceneggiatura è bella” e poi al dunque: “Allora il film lo fai?” scappavo sempre: “Neanche per idea”. Fu allora che arrivò il copione, anzi il quaderno di Grazie Zia. Mi folgorò.

 

Il quaderno?

 

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Samperi tartagliava. Era un uomo piccolo, basso, con i baffetti sottili e una grande intelligenza istintiva: “È il mio primo film e non ci sono soldi”. “Non mi importa, la storia mi piace”. “Dovrà truccarsi e pettinarsi da sola, siamo messi così purtroppo”. Non c’era una lira che fosse una. Partimmo per Montegrotto Terme. Arrivai in macchina e l’auto, l’unica di tutto il set, divenne in breve taxi per la troupe e deposito per le luci. Per risparmiare, Doria aveva assunto un direttore della fotografia del Centro Sperimentale.

 

Andammo a vedere i giornalieri e scoprimmo il disastro. Tutto buio. Io, un fantasma. Presi Doria da parte: “Enzo, caro, dobbiamo parlare”. Poi telefonai ad Aldo Scavarda, direttore della fotografia ne L’avventura e in Prima della rivoluzione: “Lisa, qual buon vento?”, “Un vento di merda. Mi devi salvare”. Scavarda  si precipitò a Montegrotto. Mi vergognavo: “Hai visto che tragedia il materiale?”. “Quale materiale? Io non ho visto niente. Iniziamo oggi”. Grazie zia nacque così.

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Rimpianti?

 

Nessuno. Neanche il mancato premio di Cannes. Mi telefonò Polanski: “Avresti vinto, ma io sto per dimettermi dalla giuria con Louis Malle e Monica Vitti. Chiudiamo. Il Festival finisce qui”. I registi di sinistra nel ’68 erano sulle barricate, l’anno dopo li vidi felici in smoking a ritirare i premi.

 

Lei è di destra?

 

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Ho sempre votato Pci. Poi hanno scelto Prodi, il più democristiano di tutti e allora ho creduto in Berlusconi. Grande delusione. Il re buffone che si porta in Sardegna le ragazzine per farsele. Non sono moralista: per me puoi andare anche con tre cinesi ogni notte. Ma brutto stronzo?, tu sei il capo, hai una responsabilità. Un contegno minimo devi tenerlo. Berlusconi si è fatto fregare dalla grandeur e non ha capito un cazzo. Peccato perché è capace e anche simpatico.

 

La sua migliore interpretazione?

 

Non mi sono mai rivista, non me ne è mai fregato niente. Quando chiudo, chiudo. Mi sono riconosciuta un’unica volta, ne I diafanoidi vengono da Marte, un folle film di Antonio Margheriti. Scendevo da un accrocco con la carta stagnola in testa e il volto coperto. Dissi a mio marito: “Sono proprio io”.

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È un paradosso. 

 

Non amare la mia immagine è stata una tragedia. Se fai l’attore, sei fottuto. Ma sono così, non sono mai stata capace di entrare in una stanza e dire: “Eccomi qui”.

 

Ora è alla quinta stagione della serie L’onore e il rispetto prodotta da Alberto Tarallo, ma al cinema, tornò con Cuore Sacro di Ferzan Ozpetek.

 

Un grande talento, purtroppo è turco.

 

Come scusi?

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Lo stimo tanto, ma è arrogante e molto pieno di sé. Nei suoi film gli uomini sono sempre bellissimi e le donne mostruose. Ma non è per il taglio di alcune mie scene che non ci siamo amati. È per carattere. Siamo troppo diversi.  Al secondo giorno di riprese me ne volevo andare. Sapete cosa diceva mio padre?

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Cosa?

 

 “Anche se la chiudi in una stanza, Elisabetta sa benissimo quel che succede. Sa guardarsi intorno”.

 

 

 

 

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