la trans rossella bianchi

VITA, PIACERE, CARCERE E PROSTITUZIONE DELLA TRANS ROSSELLA BIANCHI - NEL LIBRO “ANGELI CON LE ALI BAGNATE”, RACCONTA LE ESPERIENZE PIÙ HOT, DALLA DROGA AL SESSO: “TRA I MIEI CLIENTI C’ERA UN PRETE CHE APPENA ENTRAVA IN CAMERA SI DENUDAVA E MI CHIEDEVA..."

 

Estratto del libro “Angeli con le ali bagnate”

 

il libro della trans rossella bianchiil libro della trans rossella bianchi

IO E I PRETI

 

Il mio rapporto con i preti era cominciato nel migliore dei modi. A sette anni ero un chierichetto perfetto, coccolato dall’anziano prete del paese che mi spingeva a seguire il cammino del seminario. Io ero attratto da questa idea, ma devo onestamente ammettere che l’intento aveva poco di nobile.

 

Già a quell’età io percepivo la mia diversità e mi ponevo la domanda come avrei fatto a scansare il matrimonio da grande. Ma non si trattava solo di questo. Mio nonno era un contadino, mio padre era un contadino e mio fratello maggiore sembrava deciso a proseguire la tradizione. Ma io no. Non c’era niente che minimamente mi piacesse dei lavori dell’agricoltura.

 

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Studiare da prete mi salvava da tutti e due i problemi. Mio padre non era affatto entusiasta

dell’idea, già non aveva simpatia per i preti pur essendo cattolico. Ricordo le raccomandazioni di mia madre quando si avvicinavano le votazioni: «Cecco, hai sentito cosa ha detto il prete? Dobbiamo votare Democrazia cristiana, se voti per i comunisti fai un peccato mortale». E mio padre: «I preti non si devono occupare di politica, io voto per chi mi pare!»

 

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«Ma non per i comunisti, poi devi confessarti». Allora mio padre per far cessare la discussione: «Va bene, voterò per i socialisti, ma per la Democrazia cristiana no!» E così dicendo schiacciava l’occhiolino a mio fratello e io capivo che avrebbe votato per i comunisti.

 

Quando ho cominciato a confessarmi il mio rapporto con il prete ha subito la prima incrinatura. «Padre, ho commesso atti impuri».

«Da solo o accompagnato?»

«Da solo e anche in compagnia».

«Con chi? Con bambini o bambine?»

Seguiva un silenzio imbarazzante.

 

«Perché se lo hai fatto con bambine è grave ma se l’hai fatto con bambini è molto più grave e la penitenza che devi fare è molto più pesante». E io vigliaccamente: «Con bambine». Ma il prete non mi sembrava convinto. «Guarda che se hai mentito fare la comunione è un grosso sacrilegio».

 

 

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Ma io non avevo il coraggio di dire la verità, provavo un grande senso di colpa e mi sentivo tremendamente cattivo. Avvertivo anche una forma di astio per il prete che mi “costringeva” a mentire. Tutto questo mi allontanava dalla Chiesa e il mio desiderio di farmi prete si affievoliva sempre di più. Poi, da adolescente, le prime e traumatiche esperienze sessuali con uomini adulti e sconosciuti mi precipitarono in una situazione di esistenza peccaminosa alla quale non riuscivo più a sottrarmi pur vivendo costantemente con un senso di rimorso. Intorno ai quindici anni sono andato ad abitare in città dalle sorelle di mio padre, zitelle e bacchettone.

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Per loro tutto era peccato: i fumetti, il cinema, tutto peccaminoso. Però al cinema gestito

dai frati mi lasciavano andare, anche da solo, e io malignamente mi sedevo sempre nell’ultima fila perché avevo capito che era più facile fare “un incontro”. Certo non mi aspettavo che l’incontro sarebbe stato proprio con un frate che con sfrontatezza mi chiese di seguirlo al di là delle pesanti tende. Io, spaventato e disgustato, me la svignai e certo non ne parlai con le zie. Intanto la mia considerazione per preti e frati scendeva ulteriormente.

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Molti anni dopo, già smaliziato ed esperto, tanto da farmi chiamare Rossella perché affascinato dal personaggio di Via col vento, ho lasciato città e famiglia per vivere la mia vita libera e sregolata. A Genova abitavano amici gay di Lucca, così decisi di stabilirmi in quella città e, accantonati buoni propositi e dignità, cominciai a prostituirmi, riaprendo i miei rapporti con i preti anche se quelli con la Chiesa erano chiusi già da tempo.

 

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In quegli anni ne venivano numerosi nei vicoli di Genova, vestiti con la tonaca e incuranti del giudizio della gente: andavano con le prostitute ma a volte anche con i travestiti. Mi ricordo il disgusto che provavo con il prete bestemmiatore. Veniva nei vicoli, incurante dell’abito che indossava, prevalentemente al mattino presto. Appena entrava in camera si denudava parzialmente, quel che bastava per esporre le natiche e poi cominciava a bestemmiare incitandomi a fare altrettanto e, a ogni bestemmia, dovevo frustarlo sempre più forte fino a farlo sanguinare.

 

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Un giorno oltrepassò i limiti. Arrivò con una manciata di immagini raffiguranti santi e madonne e le sparse sul letto, poi iniziò a bestemmiare, a sputare sulle immagini e strapparle. Pretendeva che anch’io facessi lo stesso e, poiché mi rifiutavo, si rivestì nervosamente dicendomi: «Non sai proprio lavorare!» Era quello che aspettavo. «Benissimo, cercati una più brava e non permetterti di ritornare qui».

 

Dopo alcuni giorni sentii suonare il campanello del portone, si trattava del prete bestemmiatore, così decisi di non aprire ritornandomene a letto. Ma lui insisteva, così irritante che decisi di dargli una lezione. Aprii la finestra e gli gettai addosso una catinella di acqua fredda. Scappò. Sicuramente non sarebbe più tornato. Invece due mattine dopo suonò il campanello della porta di casa (qualcuno aveva lasciato aperto il portone). Mi avvicinai alla porta e con voce affatto femminile gridai: «Ho già chiamato la polizia, aspetta pure, quando arriva ti apro». Scappò di corsa lungo le scale e sparì. Questa volta per sempre.

 

 

Di preti ne sono passati diversi dal mio letto, ma quello che mi è rimasto più impresso non è passato dal mio letto. Fui io a passare dal suo. Questo prete era un habitué del vizio e molte mie colleghe già lo conoscevano bene. Era un ottimo cliente, pagava dalle duecento alle quattrocentomila lire in un tempo in cui una prestazione andava dalle venti alle trentamila lire.

 

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Mi riceveva nella sua abitazione nella quale si accedeva passando per una porticina sul lato destro della chiesa del Carmine. Questo prete mi faceva abbastanza schifo, non perché fosse un prete, ormai professionalmente non andavo a sindacare l’attività dei miei clienti, ma lui era un vero maiale sia a letto sia fuori. Era sempre maleodorante, la sua igiene personale scarsissima, ma per una cifra del genere non potevo rifiutarlo.

 

Poi una sera accadde una cosa molto spiacevole. Mi fece entrare dalla solita porticina e appena arrivati in camera, senza neppure spogliarsi, guardandomi con occhi da paura iniziò con strani discorsi. «Tu sei Satana, tu vieni qui per indurmi al peccato, ma io ti dimostrerò che sono più forte di te. Ti eliminerò».

 

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Ero abbastanza spaventata, anzi ero davvero spaventata. Fisicamente era molto prestante, in un rapporto di forza non avrei avuto chance. Non so come sarebbe finita se non avessi avuto la prontezza di dirgli: «Dài, stasera facciamo presto perché mi sono fatta accompagnare dal mio ragazzo ed è giù che mi aspetta».

 

Questo sembrò farlo ritornare immediatamente in sé. Come se prima avesse recitato una parte si ricompose, ma io ormai ero traumatizzata e dissi che rinunciavo al compenso; però sarei ritornata un’altra sera. Non gli feci mai più visita, nonostante mi telefonasse parecchio. Poi ho saputo che era successo un mezzo scandalo. In parrocchia c’era stato un grosso ammanco di denaro e il giovane prete era stato allontanato.

 

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Figuratevi cosa posso aver pensato quando, molti anni dopo, mi dissero che un prete avrebbe perorato la nostra causa contro la chiusura dei bassi (i “negozi” dove noi trans esercitavamo). Il prete in questione era don Andrea Gallo ma questa è tutta un’altra storia, una storia che non mi riavvicinerà né ai preti né alla Chiesa, ma che opererà in me un profondo cambiamento interiore rendendomi finalmente accettabile a me stessa.

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