1- “VOLEVO FARMI SUORA, LUI SI È FATTO ME”! L’INCREDIBILE DIARIO DI UNA RAGAZZA VIOLENTATA DAL PRETE DEL PAESE QUANDO AVEVA 18 ANNI: “ERO FRAGILE, MI UBRIACAVO E QUANDO NON BEVEVO ANDAVO DAL DON PER RIEMPIRE IL VUOTO DELLA MIA ANIMA…” 2- “ERO TALMENTE INESPERTA CHE NON AVEVO MAI VISTO UN PENE IN VITA MIA, POI HO DOVUTO IMPARARE PER FORZA. STAVAMO SU QUEL LETTO, C’ERANO VOLTE IN CUI IO DOVEVO SEMPLICEMENTE STARE FERMA E LUI MI RAVANAVA DAPPERTUTTO E VOLTE IN CUI SI SEDEVA SUL MIO COLLO E IO AVEVO PAURA DI SOFFOCARE” 3- LA POVERINA SI GETTA DA UN PONTE: “MI HANNO RICOSTRUITA CON IL METALLO E CON LE VITI, MI HANNO TIRATO FUORI LE OSSA DELLA FACCIA CHE ERANO ENTRATE… VENTI GIORNI DOPO DON G. MI HA DETTO CHE NON ERO PIÙ BUONA NEANCHE A FARE POMPINI…”

Marco Politi per il "Fatto quotidiano"

"Ho iniziato a fare direzione spirituale quando avevo 18 anni e la storia è iniziata quasi subito. Il don aveva capito il mio punto debole, la carenza d'affetto e, piano piano, lavorando sulla mia psiche fragile, è riuscito a mettermi in testa che l'amore, l'affetto, è un bene che si può vendere e comprare. La nostra frase era "Cinque minuti di quello che vuoi tu in cambio di cinque minuti di quello che voglio io". Io volevo solamente sfogarmi, parlare dei miei problemi ed essere abbracciata, volevo essere messa al centro dell'attenzione, cosa che non accadeva mai nella mia famiglia.

La prima volta è stato così. "Ti porto in camera, ci sdraiamo sul letto così ti abbraccio meglio". Ero talmente inesperta che non avevo mai visto un pene in vita mia, non sapevo come si facevano certe cose, ma poi ho dovuto imparare per forza. Stavamo su quel letto, c'erano volte in cui io dovevo semplicemente stare ferma e lui mi ravanava dappertutto e a volte in cui si sedeva sul mio collo e io avevo paura di soffocare.

In camera sua c'era un crocifisso di legno pesante, proprio sopra il letto. Io avevo il terrore che quel crocifisso potesse cadermi in testa. Poi lui si rivestiva in fretta, mi buttava i vestiti e mi diceva di andarmene, aveva fretta di liberarsi di me".

Adesso Emanuela Violani (lo pseudonimo che ha scelto) ha più di ventisei anni. Il diario le è servito per rielaborare il trauma. Per cinque anni, in un paesino di campagna, è stata abusata da un prete. Aveva più di diciott'anni. Non era una minore. "Soltanto" una ragazza fragilissima, dedita all'alcol, manipolata come oggetto sessuale.

Era prete da poco. Ogni tanto andavamo al parcheggio del cimitero ed era sempre la solita storia: ho dovuto pagare tutto quello che mi ha dato. Ogni tanto mi portava al cinema o a mangiare una pizza. Io ero contenta perché non uscivo mai, solo che poi al ritorno andavamo a finire sempre in qualche parcheggio isolato e lì non mi doveva abbracciare per cinque minuti, dovevo subito iniziare.

Per due anni mi sono ubriacata quasi tutti i fine settimana e quando non bevevo, andavo dal don perché avevo bisogno di riempire il vuoto della mia anima. Capivo che lui mi stava usando, ma io volevo stare con qualcuno. Ho anche avuto disturbi alimentari, mi nutrivo quasi esclusivamente di latte e nell'estate 2003 sono arrivata a pesare 41 chili.

Era agosto, faceva caldo, stavo talmente male che non mi interessava della mia verginità, avrei dato tutto pur di essere presa in braccio e coccolata per qualche minuto, ma quando mi sono accorta che faceva sul serio, mi sono spaventata, ho iniziato a sentire male e gli ho detto di fermarsi. Lui (cento e più chili contro i miei quarantuno) con una mano mi teneva ferma e con l'altra mi tappava la bocca, poi ricordo il sangue, un "vaffanculo" detto da me e un "lo volevi anche tu" detto da lui.

Ci ho messo un anno a capire che cosa mi era successo veramente, ho capito che razza d'uomo era solo quando ci siamo rivisti dopo diversi mesi e mi ha sbattuta fuori casa perché non volevo fare porcate con lui. Da giovane Emanuela, molto credente, voleva diventare suora missionaria. Ora dice: "Volevo farmi suora e il prete si è fatto me".

Mi sono confessata da don D. Ho detto che avevo commesso un solo grande peccato: "Atti impuri con un prete" e lui mi ha detto cose orribili, mi ha detto che io ero il demonio sulla terra, che se quel prete dava la comunione dopo essere stato con me rovinava la sua comunità. Ero lì in ginocchio in quella chiesa scura con un pretino anziano che mi faceva cadere addosso dei massi enormi e non sapevo come difendermi. Non voleva darmi l'assoluzione, ma poi si è convinto e mi ha detto di non rifare più certe cose. Io sono uscita dal confessionale di corsa perché lui voleva vedermi, facevo fatica a stare in piedi, facevo fatica a parlare, ero sbiancata.

Emanuela per chiedere aiuto si confida, mandando lettere a un altro sacerdote. Don B. le leggeva ma un giorno le ha buttate via perché quando facevo le cose con don G. io descrivevo nei minimi dettagli le porcate che facevamo. Don B. ha buttato via questi miei "resoconti" perché ha detto che potrebbero finire nelle mani sbagliate.

Quando a don B. in una lettera ho descritto per filo e per segno della violenza e ho chiesto: "È stata violenza?", lui mi ha presa in un angolo della chiesa e, sottovoce per non farsi sentire, mi ha detto: "Se le cose sono andate come le hai descritte, sì, è stata violenza", poi ssst, silenzio e se n'è andato".

Don Virginio Colmegna, che a Milano dirige la Casa della Carità, afferma di aver letto il diario di Emanuela con "fatica, disgusto e conati di vomito", augurandosi che il violentatore "ammantato di potere religioso" si assuma le sue responsabilità e decida di "rompere la copertura ipocrita del silenzio".

Nel diario, Emanuela scrive di un incidente. A me ha confessato di essersi gettata da un ponte. "Venti giorni dopo l'operazione, venti giorni soltanto dopo che mi hanno aperto la testa, mi hanno ricostruita con il metallo e con le viti, mi hanno tirato fuori le ossa della faccia che erano entrate... venti giorni dopo don G. mi ha detto che non ero più buona neanche a fare pompini".

Ho voluto rompere la cortina dello pseudonimo. Ho rintracciato Emanuela per sapere cosa è accaduto dopo. Mi ha detto al telefono che per anni, dopo che si rifiutava di vedere il suo violentatore, il prete l'ha perseguitata con messaggini. Finalmente lo ha denunciato per violenza. In Questura le hanno risposto che era passato troppo tempo.

È andata dal vescovo. Il tribunale ecclesiastico doveva intervenire, ma nulla è successo. Il prete ha confessato di avere compiuto un "atto di debolezza", ora è parroco. Le hanno proposto di versare una somma di denaro a un'associazione benefica da lei indicata. Così, per non dovere ammettere pubblicamente responsabilità, Emanuela ha rifiutato. In Vaticano l'altro giorno hanno organizzato una veglia per le vittime, ma discutono ancora se rendere obbligatorio o no che il vescovo denunci i preti criminali.

 

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