1. QUANDO COMINCIA L'IRRUZIONE DI 50 UOMINI DELLA SQUADRA MOBILE IN UNA VILLETTA DI CASAL PALOCCO IL MINISTRO NON C'ERA. ERA FUORI DAL VIMINALE, COME SEMPRE 2. A MEZZANOTTE DEL 28 MAGGIO, ALFANO È NELL'AULETTA DEI GRUPPI PARLAMENTARI ALLA CAMERA, IMPEGNATO IN UNA INFUOCATA RIUNIONE DEL PDL SULLE ELEZIONI PERSE 3. UN MINISTRO-OMBRA, PERCHÉ AL VIMINALE, È UN OGGETTO MISTERIOSO. ASSENTE PER GRAN PARTE DELLA GIORNATA, SI MATERIALIZZA VERSO LE 18, QUANDO NON È CHIAMATO A PALAZZO GRAZIOLI DA BERLUSCONI, PROVOCANDO LO SCONCERTO DEL VIMINALE 4. MA ALFANO IN QUEL PALAZZO NON CI VOLEVA ANDARE: LUI AVREBBE PREFERITO RITORNARE ALLA GIUSTIZIA. FU BERLUSCONI A DIROTTARLO IN UNA POSIZIONE STRATEGICA, AL MINISTERO DELL'INTERNO.SPOSTANDO ANNAMARIA CANCELLIERI IN VIA ARENULA

Marco Damilano per "l'Espresso"

Quella notte il ministro non c'era. Era fuori dal Viminale, come sempre. A mezzanotte del 28 maggio, quando comincia l'irruzione di 50 uomini della squadra mobile in una villetta di Casal Palocco, alle porte di Roma, in cerca del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, Angelino Alfano è nell'auletta dei gruppi parlamentari alla Camera, impegnato in una infuocata riunione del Pdl sul dopo-elezioni amministrative, perse disastrosamente dal partito azzurro.

A conclusione di una giornata difficile per lui, in cui le agenzie avevano pubblicato le anticipazioni del libro di Luigi Bisignani: «Alfano è un Giuda che voleva mollare Berlusconi». E aggiungeva: «Ha una vera mania per i giochini sul cellulare. E ha la debolezza di consultare sempre l'oroscopo e di regolare le giornate in base a quel che c'è scritto».

Martedì 16 luglio Branko dettava per il segno dello scorpione: «Calmate i nervi, non rispondete alle critiche nel lavoro, preparate il vostro piano di attacco». Ma ad Alfano non è bastato per evitare una perfomance imbarazzante in Parlamento, con un discorso in cui ha provato a mettersi al riparo di un rapporto firmato dal capo della polizia Alessandro Pansa, in vista della mozione di sfiducia nei suoi confronti richiesta dal Movimento 5 Stelle e da Sel. Ripetendo come un mantra: «Non sono stato informato di nulla e con me tutto il governo».

Tentativo fallito. Perché sua è la titolarità del Viminale e dunque la responsabilità politica del blitz che ha provocato l'espulsione della moglie di Ablyazov Alma Shalabayeva e della figlia di sei anni Alua, rimpatriate nel Kazakistan dominato dal principale nemico del marito, il presidente Nursultan Nazarbayev. E perché il caso Shalabayeva, con i suoi misteri e le pagine oscure, il giallo internazionale che ha provocato gli attacchi agli apparati di sicurezza italiani e al governo della stampa inglese, per la politica italiana e per il fragile equilibrio che regge il governo Letta coincide con il caso Alfano.

Angelino uno e trino. Triplo incarico: segretario del Pdl, vice-premier capo della delegazione Pdl nel governo e ministro dell'Interno. Delle tre poltrone quella che ha meno in gradimento è proprio quella ministeriale che ha provocato il primo grave incidente di percorso al governo Letta. Un ministro-ombra, perché al Viminale, a due mesi e mezzo dalla nomina, è un oggetto misterioso.

Assente per gran parte della giornata, si materializza verso le sei del pomeriggio, convocando riunioni serali, quando non è chiamato a Palazzo Grazioli da Silvio Berlusconi o per qualche impegno di partito, provocando lo sconcerto di una struttura abituata ad altri ritmi di lavoro, con capi del dicastero che si chiamavano Giorgio Napolitano o Rosa Russo Jervolino e che restavano anche a dormire nella palazzina ministeriale.

Ma Alfano in quel palazzo non ci voleva andare: quando Enrico Letta lesse la lista dei ministri fu una sorpresa trovare il suo nome nella casella dell'Interno, lui avrebbe preferito ritornare alla Giustizia. Fu Berlusconi a dirottarlo in una posizione strategica, spostando Annamaria Cancellieri in via Arenula. E imponendo al suo delfino sempre più a rischio l'azzardo del ministero dell'Interno.

Una sciagura per un tipo antropologicamente prudente come Alfano, consapevole che quella poltrona ha bruciato nella Prima e nella Seconda Repubblica carriere e ambizioni. Un quarantenne amante del potere e voglioso di durare come gli avi democristiani, ma incerto, indeciso, irresoluto, condizionato dalla presenza ingombrante dell'uomo di Arcore. Con un debutto da responsabile dell'ordine pubblico che più drammatico non si può, la sparatoria davanti a Palazzo Chigi mentre il governo giurava al Quirinale in cui è rimasto gravemente ferito il brigadiere Giuseppe Giangrande.

E con papa Francesco che lo ha lasciato a terra a Lampedusa, nella provincia della sua città Agrigento e nella sua regione, la Sicilia, perse malamente nelle elezioni dell'anno scorso. Uno smacco terribile per il cattolico Alfano, sponsorizzatissimo nella sua ascesa dalle alte gerarchie ecclesiastiche.

Il metodo Alfano, già sperimentato nel partito. Primo, non parlare con nessuno, solo con i fedelissimi che si riducono ai suoi più stretti collaboratori, la portavoce Danila Subranni e l'assistente Giovanni Antonio Macchiarola, avvocato agrigentino, amico da una vita, il cerchio magico ristretto. Tutti gli altri, tenuti lontano. Nel Pdl lo sanno bene: se cerchi Angelino per una cosa urgente, non lo troverai. Ora se ne sono accorti anche al Viminale, dove però la prassi non è consentita e potrebbe non funzionare.

Secondo, non toccare i problemi, lasciare che tutto si risolva da solo: da segretario del Pdl per lunghi mesi nel 2012 ha tergiversato annunciando che il leader del centrodestra sarebbe stato scelto con le primarie e che lui si sarebbe candidato, alla fine, dopo tanto cincischiare, non se n'è fatto nulla. Il caso Shalabayeva è stato segnalato per la prima volta dal "Messaggero" (1 giugno) ,"Corriere della Sera" (2 giugno) e dall' "Espresso", ma per oltre quaranta giorni il ministro dell'Interno ha lasciato correre senza sentire il bisogno di intervenire in una vicenda che lui stesso ora definisce grave, anomala e da non ripetersi mai più.

Al Viminale, tra un rinvio e l'altro, in più di due mesi non si è ancora trovato il tempo di assegnate le deleghe al viceministro Filippo Bubbico (Pd) e ai sottosegretari, il Pd Giampiero Bocci, legato a Giuseppe Fioroni, e Domenico Manzione, magistrato, indicato da Matteo Renzi (la sorella Antonella è la comandante dei vigili di Firenze). L'unica a essere stata sistemata è la moglie di Gianni Alemanno, Isabella Rauti, nominata consigliere del ministro contro il femminicidio.

Terza regola del metodo Alfano, legata alla precedente (mai affrontare i problemi, sempre aggirarli): delegare la ricerca delle soluzioni ad altri, possibilmente ai rappresentanti dei poteri costituiti. Nel Pdl l'uomo forte è Denis Verdini? E la macchina organizzativa è rimasta saldamente in mano a lui, il capo della corrente dei falchi che vorrebbe tornare al voto in tempi rapidi. Quando era ministro della Giustizia, Alfano si era totalmente affidato al capo dell'ufficio legislativo Augusta Iannini.

Al Viminale ha confermato capo di gabinetto il prefetto Giuseppe Procaccini, in una posizione che occupava dal 2008, con Roberto Maroni e poi con la Cancellieri, dopo essere stato per sette anni vice-capo della Polizia. Un funzionario di grande esperienza, legato a Gianni De Gennaro, che è stato il suo diretto superiore e di cui ha preso il posto al Viminale. Impossibile immaginare che Procaccini possa avere incontrato l'ambasciatore del Kazakistan per sua iniziativa, senza una copertura politica o di un livello superiore.

E infatti, subito dopo le dimissioni, l'ex capo di gabinetto ha rilasciato le prime interviste della sua vita per rivelare che Alfano era stato informato delle richieste kazake, la cattura cioè di un pericoloso latitante che si è rivelato essere un oppositore del regime. In quelle ore si stavano chiudendo i giochi per la nomina del nuovo capo della polizia, avanzava forte la candidatura di Pansa, che nel Pdl conta sull'appoggio di Francesco Nitto Palma, presidente della commissione Giustizia del Senato, ma qualche possibilità era ancora aperta per lo stesso Procaccini e per il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, sfiorato ma non colpito dal caso Kazakistan e che ora potrebbe ambire alla poltrona di Procaccini. Mentre Pansa ha la possibilità di approfittare del pasticciaccio per togliere di mezzo i pezzi da novanta dell'era De Gennaro.

Un vuoto di potere. Nella notte tra il 28 e il 29 maggio il nuovo capo della polizia non era stato ancora nominato e il ministro dell'Interno era distratto dalle beghe nel Pdl. Ma anche un vuoto di politica: un'incredibile sequenza di errori, assenza di capacità decisionale. Nel momento più delicato, alla vigilia della sentenza della Cassazione che stabilirà il destino giudiziario e politico di Berlusconi, le larghe intese si restringono improvvisamente.

Il Pd è in sofferenza, Scelta Civica anche, Matteo Renzi attacca. E i rapporti tra il Cavaliere e Alfano sono tornati al minimo. Per giorni Berlusconi non ha speso una sola parola per difendere il suo ministro dagli attacchi, quando lo ha fatto ha denunciato la debolezza della politica rispetto alla burocrazia. La debolezza di Angelino, l'uomo che non aveva il quid. Specchio della debolezza dell'intero governo che ora rischia di essere inghiottito dal vuoto.

 

 

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