DOVEVAMO STAPPARE IL PRODINO - SU ALITALIA E SCORPORO DELLA RETE, L’EX PREMIER È STATO L’UNICO A TENTARE ALTRE STRADE CHE POTEVANO EVITARE IL DECLINO

Fabio Martini per "La Stampa"

A New York è l'alba, ma alle 5 Romano Prodi è già sveglio, amareggiato in un modo che è difficile descrivere per la piega che hanno preso le vicende di Telecom e di Alitalia e a chi gli chiede se possa essere compiaciuto, almeno con sé stesso, per aver visto giusto, lui risponde secco: «Conta poco aver ragione a posteriori». Di più non dice, se non che l'assemblea dell'Onu lo prende «a tempo pieno» e che deve «raccogliere tutte le informazioni necessarie».

Nel corso degli ultimi sedici anni Romano Prodi è stato (assieme a Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema) uno dei protagonisti delle vicende che hanno cambiato il destino di due "campioni nazionali" che oramai di italiano hanno soltanto il nome. Due storie complesse, che hanno finito per gratificare le tasche di tanti imprenditori e finanzieri e rispetto alle quali la grande politica non ha dato il meglio di sé: Telecom e soprattutto Alitalia sono state il terreno per formidabili guerre politiche, nel corso delle quali la fortuna delle due imprese è stata l'ultima delle preoccupazioni dei partiti via via al governo.

Nella storia di Telecom la prima svolta epocale si consuma nel 1997: presidente del Consiglio è Prodi. Alla vigilia dell'ingresso nell'euro il governo decide la privatizzazione dell'azienda di telecomunicazioni, una chance rispetto alla quale l'imprenditoria nazionale nicchia: alla fine lo Stato incassa 26 mila miliardi, ma il prezzo rappresenta un affare per chi compra, tanto è vero che due anni dopo, Massimo D'Alema, nel frattempo asceso a palazzo Chigi, la racconta così «Abbiamo offerto un gioiello ad un prezzo che si è rivelato un affare e nessuno è stato capace di acquistarlo e dunque abbiamo dovuto andare a chiedere "per piacere" di comprare quote dello 0,6%».

Il sarcasmo di D'Alema rispetto al "nocciolino", che col 6,6% aveva controllato Telecom, è un modo indiretto per plaudire all'ascesa dei "capitani coraggiosi" - Roberto Colaninno, Vito Gnutti - che nel maggio 1999 lanciano l'Opa e conquistano l'azienda, pagando le azioni ad un prezzo doppio rispetto a quello ottenuto dal Tesoro appena due anni prima. Ieri Beppe Grillo ha attaccato aspramente proprio D'Alema: «La morte di Telecom Italia è iniziata con la sua cessione a debito ai capitani coraggiosi da parte di D'Alema, merchant banker di palazzo Chigi e primo responsabile di questa catastrofe».

D'Alema ha dovuto rispondergli: «Non ho venduto nessuna azienda. Telecom era già privatizzata ed è stata acquistata con una Opa sul mercato. Fu deciso concordemente che il governo non dovesse intervenire». È però vero che il governo D'Alema non si oppose alla cessione di Omnitel-Infostrada di Colaninno alla tedesca Mannesmann nel marzo 1999 e un mese dopo bloccò la fusione di Telecom con Deutsche Telekom.

Quanto a Prodi, nel 2007, fu attaccato per l'ipotetico piano di scorporo della rete Telecom immaginato dal suo amico Angelo Rovati, un problema che oggi si ripropone. Dice Giulio Santagata, braccio destro di Prodi: «La speculazione sul piano Rovati in realtà fu un pretesto colto da tutti i nemici di Prodi per attaccarlo. Anche nella successiva vicenda di Alitalia i fatti ci hanno obiettivamente dato ragione: con la nostra proposta, lo Stato avrebbe incassato tre miliardi, invece di spenderne cinque, come impose Berlusconi per fare la campagna elettorale sull'italianità di Alitalia...».

 

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