1. ATTENTO A TE, CALDEROLI! NEL VILLAGGIO DI CÉCILE KYENGE HANNO MESSO IN PIEDI UN BEL RITO TRIBALE DEDICATO AL LEGHISTA CHE HA DATO DELL’ORANGO ALLA MINISTRA! 2. DANZE TRIBALI, ASCE IN ARIA, LA SACERDOTESSA CHE TIENE IN MANO LA FOTO DI MISTER PORCELLUM. MA IL PADRE DI CÉCILE, AMATISSIMO CAPOVILLAGGIO, SPIEGA CHE NON È UNA MACUMBA: “NON È CONTRO DI LUI, MA CONTRO LO SPIRITO CHE HA ISPIRATO LE SUE PAROLE” 3. CLÉMENT KYENGE HA AVUTO QUATTRO MOGLI, 38 FIGLI, HA DIRETTO MINIERE E COMANDA SUL SUO VILLAGGIO IN CONGO. “NON TEMO PER CÉCILE, L’ITALIA LA PROTEGGERÀ” 4. “SE CALDEROLI VUOLE VENIRE QUI LO ACCOGLIEREMO A BRACCIA APERTE, COME UN FRATELLO”

Giuseppe Fumagalli per "Oggi"

L'Africa di Cecile Kyenge non è da dépliant turistico. Roberto Calderoli probabilmente non la vedrà mai. Ma l'Africa di Cécile Kyenge ha visto lui. E da un angolo sperduto nella savana gli invia un messaggio. «Il suo caso è affidato a Dio e agli antenati», dice un'anziana. «Loro si prenderanno cura di lui, apriranno i suoi occhi e parleranno al suo cuore. Non cerchiamo vendetta. Vogliamo la pace. Ma non dipende da noi. È lui che ha insultato nostra sorella, paragonandola a una scimmia. È lui che ha aperto questa storia ed è lui che la deve chiudere. Si penta davanti a tutti e per noi sarà finita».

Verba volant. Le parole di Calderoli da Treviglio in provincia di Bergamo, sono volate in capo al mondo. Hanno provocato reazioni disgustate ovunque. Non qui. Su un altopiano del Katanga, all'estremità sud della Repubblica Democratica del Congo, dove il ministro è nato 49 anni fa, il razzismo sanno cos'è. Insulti, lancio di banane e minacce vengono derubricati a pura stupidità umana.

«Cose orrende», dice Polydore Masengo, zio materno di Cécile. «Ma accantoniamo l'aspetto emotivo e guardiamo alle conseguenze. Nel contesto di un Paese civile, come l'Italia, che danni ha subito Cecile? Zero. Anzi, da questa storia lei esce più forte e sicura di sé. A essere inutilmente danneggiata semmai è la reputazione dell¹Italia».

IN SAVANA PROTETTI DA UNA CHIOCCIA

Siamo nel cuore del continente nero. Lubumbashi, capitale mondiale del rame e del cobalto, non è lontana. Meno di 200 chilometri. Ma l'asfalto è poco. Il villaggio del ministro si chiama come lei, Kyenge, ed è cacciato in fondo a una pista dissestata. A 40 gradi, in una nuvola di polvere rossa, sottile come cipria, anche il più potente dei fuoristrada rantola di fatica. Arrivare non è facile. Senza una guida sarebbe impossibile. Ma per chi trova il padre di Cécile e lo convince a partire, la strada è spianata.

All'anagrafe è Clement. Ma per tutti è Kikoko, chioccia. «È il mio simbolo e il mio nome di chef, capo tradizionale», spiega. «Me lo hanno dato gli antenati in sogno. Kikoko upu katishe bana buma pindo, la chiocchia che protegge i piccoli sotto le ali. È la mia missione. Una volta i capi erano serviti e riveriti. Oggi sono schiavi del popolo. Devono ascoltare lamentele e desideri e cercare di far contenti tutti».

Per due giorni Kikoko farà da chioccia agli inviati di Oggi. Ai posti di blocco agita uno scacciamosche. Si alzano le sbarre, militari e poliziotti scattano sull'attenti. È un carisma che affonda le sue radici in epoche remote. Prima che arrivassero i bianchi a tracciare confini, dettare regole e farle rispettare a colpi di frusta e di fucile. Amadou Hampate Ba, autore del Mali, ha scritto che in Africa un vecchio che muore è una biblioteca che brucia.

Il padre di Cecile Kyenge, 74 anni, da sei in lotta contro il cancro, è uno di quei vecchi. Signori di una terra e dei suoi abitanti. Maestri del culto. Amministratori della giustizia. Depositari della sapienza. Biblioteche viventi in cui è custodita la storia di un popolo, le sue migrazioni, i suoi eroi, le sue leggi anche i suoi segreti. «Siamo Bakunda, siamo arrivati su queste terre nel XVII secolo col grande popolo Luba, che ha portato nel cuore dell'Africa i costumi dei faraoni», dice papà Kyenge.

«Poi per un dissidio tra capi ci siamo staccati. A guidare la nostra diaspora fu una donna di nome Kyenge che ha dato il nome al villaggio e ai suoi discendenti». La jeep arranca, le storie scorrono. L'oro delle montagne scoperto e mai sfruttato dai belgi. Le croci coi nomi di coloni, decimati a vent'anni da caldo, malaria e mosca tse-tse. Gli elefanti che tornano, dopo i massacri del figlio di Mobutu. Le radici che guariscono. Le foglie che nutrono. Le bacche che avvelenano. Il fiume che divide: «Entriamo nel nostro territorio», annuncia.

Il villaggio si avvicina. La gente nei campi abbandona gli attrezzi e corre accanto alla macchina gridando e agitando le mani. al villaggio esplode la festa «Sono stato in Italia a curarmi», spiega, «sono mesi che non mi vedono e oggi mi faranno festa». Casa Kyenge è all'inizio del villaggio. A scuola i maestri interrompono la lezione. Le porte delle aule si spalancano. Impolverati, a piedi nudi, si rovesciano in strada centinaia di bambini. Urlano, ridono e corrono.

Kikoko scappa. È in abiti da città, non può presentarsi così. Entra in casa a cambiarsi. Ad assisterlo c'è Regine, ultima delle sue quattro mogli. «Il capo può prendere tutte le mogli che vuole», interviene Kyenge, «ma deve lasciare in pace quelle degli altri. Chi desidera la donna d'altri umilia i propri sudditi e non è degno di guidare un popolo». Fuori è festa. A farne le spese è una capretta, sgozzata, fatta a pezzi e messa a cuocere su fornelli a carbone. Sui gradini della casa vengono a sedersi cinque suonatori di tam tam. Iniziano a battere. Le donne ballano. I bambini guardano.

Tutti cantano. Chiamano Kyenge perché si faccia vedere. Passano i minuti. Quando esce viene salutato da un boato. È irriconoscibile. Indossa il copricapo con la criniera di leone, la collana con denti di leone e leopardo, i fili di perle blu incrociate sul torace, un bracciale d'avorio, una camicia azzurra e un ampio gonnellone blu e bianco su cui pende una pelle di leopardo. In fronte e sul petto ha un medaglione in avorio, su cui è raffigurata kikoko, la chioccia.

A fianco di Kyenge c'è una sacerdotessa in abito bianco. Alle loro spalle si forma un corteo che attraversa il villaggio. Si fermano davanti a una casetta di mattoni. È la vecchia residenza dei capi. I tamburi hanno ripreso a suonare.

TOCCA A LUI APRIRE LE DANZE

Si fa avanti ballando un adepto al culto degli antenati. Agita la lancia e l'ascia rituali. Gli va incontro e gliele consegna. È l'ultimo atto della vestizione. Kyenge, con tutti i simboli del suo potere può cominciare a ballare. A ritmo di danza si avvicina a un recinto, lo aiutano a togliere i calzari e lo portano a sedersi davanti a un tabernacolo coperto da un cono di paglia. È l'antro degli avi. La sacerdotessa spalanca una porticina. Dentro, otto termitai appoggiati su un piatto di terracotta: «Sono gli otto capi che mi hanno preceduto», spiega.

«Il termitaio simboleggia la continuità dell'esistenza. Ha un aspetto inanimato, ma al suo interno c¹è vita». Re Kikoko invoca gli avi, versa sull'altare la birra di sorgo e si sdraia in preghiera. Quando si rialza, chiama le autorità del villaggio a fare offerte e chiedere protezione. Il tam tam non si ferma mai. Kyenge esce dal recinto sacro e riprende la danza. È lui il protagonista ed è lui il regista della scena.

Quando conficca la lancia nel terreno i tamburi tacciono e la cerimonia entra nella parte politica. chi si vede, un lumbard Parla Toya, il segretario amministrativo del distretto: «Il Katanga è ricco», avverte, «ma i minerali non si possono mangiare e noi siamo indietro con la semina». Al capo chiede strade, pozzi, medicine e un¹antenna telefonica. Kyenge vorrebbe rispondere. Ma dalla folla si alza un mormorio. È uscita una foto di Calderoli ed è finita nelle mani della sacerdotessa che la mostra a tutti.

Scende il silenzio e prende la parola il pastore Eustache Youmba. Più tardi, il religioso tradurrà la sua preghiera in lingua bemba con queste parole: «Signore nella tua misericordia ci hai detto di pregare per chi ci ingiuria e ci maltratta. Non siamo contro Calderoli, il fratello che ha insultato la nostra Kashetu (nome africano di Cécile, ndr), ma contro lo spirito che ha ispirato le sue parole. Tu che puoi punire o perdonare libera questo tuo figlio dalla malvagità dello spirito. Fai che riconosca il suo peccato e che porti il suo pentimento davanti a Cécile». Amen, risponde l'assemblea.

Qualcuno gradirebbe espressioni meno concilianti, parole più dure. «L'abbiamo visto, questo signore», interviene un uomo, in francese. «Ha pelle rosa, occhi chiari ed è ben pasciuto. Perché non diciamo a chi assomiglia?». La risposta non si fa attendere. Papà Kyenge si alza. Non vola una mosca. «Così non si va da nessuna parte», tuona, «questa storia deve finire. Kashetu non è in pericolo, gli italiani la proteggono e chi l'ha insultata forse dentro di sé si è già pentito». Si procede per altre vie.

Gli adepti portano la foto di Calderoli all'altare degli antenati. Chiedono il loro intervento perché chi ha insultato sia libero da influenze cattive e attorno a Cecile, si ricrei un clima di pace. Preghiera accolta. La porticina si spalanca e Calderoli finisce tra gli otto termitai, al centro dell'assemblea dei vecchi capi di Kyenge.

Kikoko sorride. «Questa storia non mi ha mai preoccupato», dice, «mia figlia è determinata e non saranno queste stupidaggini a fermarla. Dopo l¹uscita di Calderoli, Cécile mi ha chiesto consiglio. Le ho ricordato un antico proverbio: akabua kabosa, abantu vapita. Il cane abbaia, la carovana passa».

Tutti lo chiamano papà e se lo merita. Clement Kikoko Kyenge ha messo al mondo 38 figli. Gli basta un minuto di concentrazione e partendo dal primogenito Ghislaine dà a tutti un nome preciso, un'età verosimile e una generica collocazione nel mondo. Come una multinazionale, papà Kyenge ha ramificazioni in Belgio, Canada, Irlanda, Stati Uniti, Sudafrica, Sud Corea, Italia, Irlanda Francia, Germania e naturalmente Repubblica Democratica del Congo. Se i figli sono ancora gestibili il conto dei nipoti è ormai fuori controllo.

«Il bello è che cominciano ad arrivare anche i figli dei nipoti. Sono bisnonno già da qualche anno. Bene! La famiglia cresce». I grandi numeri non gli fanno paura. Classe 1939, a partire dal 1960, fresco di diploma, è entrato alla Gecamines, la più importante società mineraria statale. A Kambowe, sede di uno dei più grandi giacimenti di rame ha lavorato alla direzione del personale. «Erano gli anni caotici ma pieni di speranza del dopo indipendenza», racconta. «Avevo sotto 15 mila operai e con le famiglie si arrivava a 200 mila persone. Ero in mezzo, tra gli interessi della miniera e quelli della gente. In prima linea tutti i giorni». Kashetu, nome congolese di Cécile, allora era una bambina.

Quarta figlia di Mathilde (prima di quattro mogli di Clement, morta tre anni fa), già da piccola si era fatta notare: «Era diversa dagli altri fratelli», ricorda il padre. «Era riflessiva, silenziosa, aveva la tendenza a parlar poco, ad ascoltare e a fare molte domande. Qualunque fosse il problema, non perdeva mai la pazienza. Era sempre serena e arrivava in fondo a tutto con una capacità di applicazione sorprendente per una bimba di quell¹età. All'epoca i belgi non permettevano ai nostri figli di frequentare le loro scuole. C¹era una specie di apartheid. Ma per Cécile fecero un¹eccezione».

Clement Kyenge esclude che le proprie responsabilità in miniera e dal 1984 quelle di capo tradizionale di un¹intera provincia, abbiano ispirato a Cécile la strada politica. «Sono ambiti diversi», spiega. «Io ero calato nell¹amministrazione, mi sono sempre misurato con problemi concreti e anche come capo tradizionale mi sono dato da fare per trovare le risorse necessarie per scuole, dispensari, strade. E quando non ce la facevo da solo rompevo le scatole a chiunque. Cécile può avere ereditato il mio dinamismo. Ma in lei vedo altri geni. È da parte materna che hanno la politica nel sangue. I nonni sono stati ministri dell'Interno e dell'Industria in Katanga».

Sulle manifestazioni di intolleranza nei confronti della figlia, papà Clement si mostra tranquillo: «Possono lanciare tutte le banane che vogliono», dice, «ma Cécile è italiana. L'Italia le ha dato la possibilità di studiare, di farsi una famiglia e una carriera. È il suo Paese. Ascolterà tutto e tutti, insulti compresi. Ma non mollerà e un passo alla volta arriverà dove vuole. Gli italiani sono stati i primi ad arrivare in Katanga. Hanno fatto fortuna, hanno sposato le nostre donne, si sono integrati. Se Calderoli vuole venire qui accoglieremo anche lui a braccia aperte, come un fratello. L'importante è parlarsi. Attraverso il dialogo i problemi si svuotano. E nascono le opportunità».

 

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