PIEMONTE DI PIETÀ - BEPPEMAO ALL’ASSALTO DELLA SINISTRA BANCARIO DI FASSINO E CHIAMPARINO PER CONQUISTARE IL PIEMONTE: “HANNO COSTRUITO LA CITTÀ PIÙ INDEBITATA D’ITALIA” - ANCHE VINCENDO, IL CHIAMPA POTREBBE AVERE UNA MAGGIORANZA MUTILATA

1.GRILLO: PICCHIAMO DURO, IL PIEMONTE SARÀ NOSTRO
Andrea Rossi per "La Stampa"

«Picchiate duro. Più che potete». Alla battaglia del Piemonte Beppe Grillo si presenta con un'aria cupa e poca voglia di parlare, quando s'infila sul pulmino dell'aeronautica militare che lo porta dentro la base di Cameri, pochi chilometri da Novara, «la fabbrica del grande spreco» dove si costruiscono gli F35.

«Ne ho comprato uno», scherza quasi due ore dopo, «la prossima campagna elettorale, anziché in camper, ci muoveremo con i caccia». Sembra teso. Ma ai suoi ha consegnato un messaggio preciso: «Picchiate duro. Sul Pd, su Fassino, su Chiamparino». Come lui colpisce Renzi.

Da qualche giorno nel Movimento si convive con la speranza - e la paura - di potercela fare. Anche in quel Piemonte che fino a pochi giorni fa sembrava già pronto a gettarsi tra le braccia di Sergio Chiamparino, popolarissimo ex sindaco di Torino, richiamato in servizio per guidare la Regione.

Grillo aveva pensato di fare tappa solo a Torino. Giorni fa sono state aggiunte altre tre date: Novara, Verbania, Tortona. La procura di Milano non aveva ancora svelato gli appalti truccati all'Expo. E oggi, queste tre giornate in più sono una benedizione, la catapulta per tentare l'arrembaggio al Piemonte.

L'inchiesta sull'Expo vira anche verso Torino. E verso il Pd. Torino è la città di Primo Greganti, il faccendiere ex Pci (e oggi Pd) già coinvolto in Tangentopoli e nuovamente arrestato. «Unite i tasselli e il disegno viene da sé», ripete Grillo ai suoi.

Eccolo, il disegno che i 5 Stelle tratteggeranno ossessivamente da qui al 25 maggio: Greganti porta a Giancarlo Quagliotti, inquisito con lui nel 1993. Quagliotti porta a Piero Fassino, di cui è tra i più ascoltati consiglieri. E Fassino, inevitabilmente, conduce a Sergio Chiamparino. «Sempre loro, da quarant'anni. Hanno costruito la città più indebitata d'Italia. Il Pd di oggi è il Pci di ieri: stesse facce, stesse trame, stessi intrighi. Hanno solo messo quello là (che sarebbe Renzi, ndr) per dare una riverniciata».

I 5 Stelle fiutano la rimonta impossibile. Come minimo sperano di mutilare la vittoria di Chiamparino consegnandogli un Piemonte ingovernabile. O, peggio ancora, costringendolo a puntellare la sua maggioranza aggrappandosi a qualche frangia in libera uscita dal centrodestra, così da poter rivendicare di essere - anche a livello locale - l'unica opposizione alle larghe intese o «al grande inciucio».

Grillo ignora il centrodestra, frantumato e litigioso, come a dire che è una lotta a due. Però ne solletica l'elettorato. Una tattica già collaudata da Davide Bono, il candidato dei grillini, uno che ha liquidato la questione alla prima uscita: «Il centrodestra non esiste. Il problema è fermare la fabbrica del debito di Chiamparino e soci».

Attaccare il Pd significa corteggiare l'elettorato in fuga da Lega e Forza Italia e i militanti democratici avviliti dal caso Greganti, «uno che entrava e usciva dal Senato fino all'altro ieri».

Grillo gioca così tanto a viso aperto che il Pd è corso ai ripari per provare a fermare il terremoto, convocando d'urgenza, in concomitanza con il comizio grillino di sabato a Torino, due giorni di mobilitazione nelle strade. La partita si è riaperta. In tre anni i grillini hanno decuplicato i voti: da 70 mila a 700 mila. L'anno scorso erano il primo partito. Grillo carica le piazze: «Credevano saremmo scomparsi, invece siamo qui. E ci saremo ancora. Dobbiamo liberare le macerie con il caterpillar. Mandiamoli a casa».

2.LA GRANDE PAURA DEL PD, UN CHIAMPARINO DIMEZZATO
Luigi La Spina per "La Stampa"

Adesso «la grande paura» dilaga anche al Nord-Ovest. Quella che neanche la notorietà e il prestigio del sindaco delle Olimpiadi riesca a sconfiggere l'ondata della protesta grillina, rafforzata dall'ultimo scandalo tangentaro dell'Expo. E che Chiamparino, anche se dovesse vincere la presidenza della Regione, si trovi il 26 maggio con una maggioranza risicata e con una governabilità impossibile.

Quella che il «Movimento 5 stelle» possa diventare il primo partito e che la popolarità mediatica di Renzi non basti a mascherare le rivalità personali, gli scontri di potere, la debolezza della classe dirigente piemontese del Pd che hanno costretto questo partito a un sostanziale silenzio su una campagna elettorale già affogata nel generale disinteresse.

Quella grande paura, insomma, che anche il Piemonte, la regione culla dell'Italia unita, residuo baluardo di un senso dello Stato e delle sue istituzioni che sembrava resistere alle sirene del populismo, si arrenda al grido di «guerra» lanciato dal leader genovese.

Come è possibile che una vittoria data per scontata, dopo le divisioni nel centrodestra che è riuscito a presentare il record di ben tre candidati e, quindi, si è rassegnato a una inevitabile sconfitta, sembri, a 10 giorni dal voto, così incerta, appesa a sondaggi ballerini, perchè affidati alle tentazioni molto variabili di un elettorato sfiduciato, arrabbiato e diviso tra il rifiuto di chi diserterà le urne e la voglia di una punizione generalizzata, anti sistema che, ancora una volta, assume il volto barbuto del profeta Grillo?

Se si ascoltano i pareri di coloro che conoscono bene il territorio piemontese, con la sua storia elettorale e con gli umori dei suoi cittadini, il perché di questo pronostico così insondabile si spiega con almeno tre ragioni: l'effetto di trascinamento del voto europeo sull'elezione regionale, la libera uscita dei consensi nella destra, le persistenti «incomprensioni», per usare l'eufemismo d'obbligo in campagna elettorale, tra Chiamparino e il Pd piemontese.

Come ammette l'ex sindaco di Savigliano, Sergio Soave, il saggio «professore» reclutato da Chiamparino per sostenere la lista civica che in tutto il Piemonte affianca quella del Pd e di Sel per portarlo alla presidenza, la notorietà e il prestigio dei candidati locali al Consiglio di palazzo Lascaris potrebbero essere sopraffatti da una voglia di protesta così insopprimibile da trascurare gli effetti concreti sulla futura governabilità della Regione.

Contestazione contro tutto e tutti che potrebbe anche contagiare il vasto bacino elettorale della destra ex berlusconiana, molto forte nelle province di Novara, Vercelli e Cuneo. Con il risultato concreto non solo di ridurre i consensi alla rinata Forza Italia, ma soprattutto di impedire il raggiungimento del quorum all'altra costola della destra, il Ncd.

Dal partito di Alfano, è ormai voce comune, Chiamparino si potrebbe aspettare un provvidenziale soccorso per rafforzare la sua probabile esigua maggioranza. Ecco perché anche il centrosinistra spera che Michele Coppola a Torino e l'ex leghista Claudio Sacchetto a Saluzzo riescano a entrare in Consiglio.

Proprio nella «provincia Granda», come in Piemonte chiamano quella di Cuneo, si giocherà probabilmente la partita decisiva del 25 maggio subalpino. Qui le tensioni tra la lista civica di Chiamparino, «Monviso», e quella del Pd sono evidenti.

Da una parte, i suoi grandi sponsor, dall'ex presidente provinciale Giovanni Quaglia all'ex storico primo cittadino del capoluogo, Guido Bonino, pur pronosticando un ottimo risultato dell'ex sindaco torinese, ammettono la forte rivalità con i candidati del partito democratico. Dall'altra, si teme che proprio la grande popolarità di Chiamparino sottragga voti a un Pd che già, in quei territori, non vanta larghi consensi.

Ma in tutta la regione, come osserva l'emergente giovane sindaco di Novara, Andrea Ballarè, si teme che la protesta grillina possa far breccia nelle file di un Pd che è, sì, trascinato dall'arrembante figura nazionale di Renzi, ma che, in questi giorni, avverte le difficoltà di un premier stretto tra riforme in bilico e risultati non ancora evidenti delle sue promesse. Una impasse che potrebbe diminuire il suo effetto positivo sui consensi al partito.

Ci sono ancora 10 giorni al voto e tutto può ancora succedere. Come si augura il senatore torinese Pd, Stefano Esposito, è possibile che «il Pd si dimostri più vicino a Chiamparino, ricordandosi anche della sua reiscrizione al partito» e che quella «grande paura» finisca per rinsaldare un Pd che sembra condannato all'immobilismo politico ed elettorale dalle sue lotte interne. Come è possibile che, dalle procure, arrivino altre notizie che alimentino il fuoco propagandistico di Grillo. Ma, nel Piemonte della politica, ormai nessuno dorme sonni tranquilli.

 

LUCA REMMERT E SERGIO CHIAMPARINOCHIAMPARINO AL SALONE DEL LIBRO DI TORINOBEPPEGRILLO GRILLO A ROMAbeppe grillo, il fondatore del m5s

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