BERLUSCONISTAN – TRA LETTONI DI PUTIN E FOTO ADAMITICHE DI TOPOLANEK, LE RELAZIONI PERICOLOSE E D’AFFARI DEL CAV COL MONDO POST-SOVIETICO

Filippo Ceccarelli per "La Repubblica"

La prima matrioska Berlusconi, di fabbricazione cinese, contenente gli approssimativi pupazzetti di Amato, Prodi, Dini e D'Alema, venne segnalata in un mercato di Chisinau, in Moldavia, nell'autunno del 2008. L'anno seguente, sia pure in un modello più rifinito, il medesimo gadget era già in vendita sulle bancarelle - peraltro severamente interdette a giornalisti e fotografi - del congresso fondativo del Pdl, alla Fiera di Roma.


Ex oriente lux, dicevano gli antichi con l'idea che dall'est giungeva il sole delle novità. Ma il tragitto della panciuta e simbolica bambolina russa indicava piuttosto una reciproca attrazione, se non un'osmosi con il mondo post-sovietico; e comunque trasmetteva l'impressione che l'Italia era avviata a trasformarsi in «Berlusconistan » (formula coniata dal giornalista di Time Jeff Israeli).

Insieme alla matrioska con le sembianze del Cavaliere, cominciò dunque a gorgogliare nell'immaginario un'insieme di indizi, segni, quattrini, visioni e ispirazioni che nelle cancellerie occidentali destavano sorpresa e anche timore. Gasdotti e giacconi (della Marina russa), salamelecchi e lettoni (di Putin). Al momento degli scandali sessuali, solo da quella parte Berlusconi trovò difesa e comprensione. «Perché prendersela con un uomo vero?» s'interrogava la Komsomolskaia Pravda.

E in un seguitissimo cartone satirico russo, Multlichnosti, il premier italiano, in veste di playboy, recava al Cremlino una torta da cui usciva la Merkel. Sono le inezie del pop, d'accordo. Ma alla lunga, insieme al pervicace maschilismo che il Cavaliere sfoggiava con i sultani e satrapi dell'Asia caucasica e non - la lode alla vitalità dei maschi del Kazhakistan presentata per interposta persona a Nazarbaev, o lo scherzoso scambio proposto al presidente del Turkmenistan Berdymukhamenov: «Noi vi diamo Sandro Bondi e voi ci date la bella ministra... « - ecco, dietro a queste scemenze pareva di cogliere un'affinità anche estetica nel comando.

La stessa concezione vagamente megalomane; lo stesso gusto di stupire con la magnificenza del potere; la stessa voglia di tenere a bada e magari togliersi di torno i
giornalisti; la stessa tendenza a tenersi le mano libere - e pesanti, se necessario - con l'opposizione.

Vennero poi le foto adamitiche del leader ceco Topolanek, al quale Berlusconi aveva prestato Villa La Certosa, con annessi e connessi. Venne l'inopinata visita di Stato al tiranno bielorusso Lukashenko, sul cui amore per il popolo egli si fece garante fino a essere qualificato dai dissidenti di Minsk «liubitel dicatatorov», amante dei dittatori. Per poi ritornare a Roma con un grazioso presente: un mucchio di carte del Kgb.

E un po' colpivano anche i resoconti seriali del numeraccio, sempre lo stesso, che il Cavaliere, spudoratissimo teatrante, ingaggiò con il serbo Todic, il montenegrino Dijkonovic e il bulgaro Boiko Borisov (che lui si ostinava a chiamare con familiarità «Boris») per ingraziarseli facendoli sentire più forti: caro presidente, hai un solo difetto, che sei tanto più alto di me e mi metti in soggezione. Oppure, e anche: comincio a provare una certa invidia per la quota di popolarità che si avvicina pericolosamente a quella di cui io godo - e giù con numeri pazzeschi, lungo un range che dal 60 arrivava anche al 70 per cento.

Soprattutto gli americani erano preoccupati, e lo si venne a sapere nel 2010 grazie ai cablo di Wikileaks. Il presidente italiano era definito «portavoce di Putin», si rilanciavano voci su «doni opulenti » e «affari lucrosi». La stessa Segretaria di Stato Hillary Clinton chiedeva di indagare su «possibili relazioni e investimenti personali». Gas e petrolio, come ti sbagli. Aeroplani, centrali nucleari. Ogni tanto Berlusconi faceva una capatina a Mosca; per riprendere fiato, o per il compleanno dell'amico Putin, che una volta lo portò a un incontro di lotta libera, un'altra gli mostrò un cavallino nano e un'altra ancora gli fece anche guidare un'idrovolante. In privato, dizione ambigua, specie quando i giornalisti vedevano Berlusconi presentarsi al lounge bar dell'oligarca, in un contorno di signorine spaziali e gorilla pelati, e il dj l'accoglieva con il remix di Carosone: «Tu vuo' fa' l'americano-mericano- mericano... «.

Ecco, appunto. Per anni i potenti si sono illusi che qui la politica si stava americanizzando, mentre in realtà metteva radici una sorta di «democratura» post-sovietica, però all'italiana. Che adesso presenta il conto, senza graziose matrioske, né lezioni di Putin all'università del pensiero liberale.

 

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