giorgia meloni donald trump

C’ERA UNA VOLTA L’AMERICA PER GIORGIA – SCARICATA DA “THE DONALD”, MELONI TENTA L’ENNESIMA GIRAVOLTA PER RIPOSIZIONARSI E CANCELLARE L’IMMAGINE DELLA CHEERLEADER TRUMPIANA, MA LO SPAZIO DI MANOVRA È STRETTO – DE ANGELIS: “MELONI PROVA A BARCAMENARSI NELLA DIREZIONE DI UN ‘SOVRANISMO EUROPEO’. OPERAZIONE NON SEMPLICE IN UN MONDO CHE SI SENTE STRETTO IN UNA MORSA, TRA PERDERE CONSENSI SE SI SCHIACCIA TROPPO SU TRUMP E PERDERE CONSENSI SE SI SCHIACCIA SULL'EUROPA. E NON SEMPLICE IN UN QUADRO IN CUI, IN EUROPA, LA SCONFITTA DI ORBAN NON SEGNA LA CRISI DEL POPULISMO DI ESTREMA DESTRA: ALLE AMMINISTRATIVE INGLESI IL PRIMO PARTITO È REFORM UK DI NIGEL FARAGE, IN GERMANIA L'AFD VOLA…”

Estratto dell’articolo di Alessandro De Angelis per “La Stampa”

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 14

C'era una volta l'America. La sua America. Quella della «relazione speciale» predicata e di un trumpismo praticato come racconto (vedi il tema sicurezza). È stata la storia di questi anni.

 

Di parole e atti che quel racconto lo hanno fissato nell'immaginario popolare: i ponti, gli incontri, le figure simbolo, da Elon Musk a JD Vance. […]

 

E ora? Dentro la «franchezza» del dialogo con Marco Rubio c'è un nuovo posizionamento di Giorgia Meloni, come conseguenza di un nuovo contesto, sia pur subìto e non agito. E tuttavia, nel nuovo posizionamento ci sono tre messaggi, nient'affatto banali.

 

GIORGIA MELONI E DONALD TRUMP AL VERTICE DI SHARM EL-SHEIKH

Agli Stati Uniti, la premier italiana sta dicendo che l'Italia resta alleata di Washington, ma non intende farsi assorbire automaticamente dentro tutte le scelte strategiche americane. All'Europa sta dicendo che Roma non intende essere la mera piattaforma mediterranea del trumpismo.

 

All'interno Meloni sta cercando di trasmettere il messaggio che l'Italia è un alleato leale ma non subordinato, consapevole di quanto, tra dazi e pompe di benzina quel legame abbia rappresentato un costo in termini di consenso.

 

Giorgia Meloni si conferma così una leader abile come capacità reattiva, e non da oggi. La sua è una storia di adattamenti e iniziative che recepiscono stimoli esterni. Non di svolte, che si nutrono di un'elaborazione autonoma, si fissano in gesti e luoghi simbolici, si costruiscono nel travaglio di un popolo che, sorpreso dalla strambata, deve essere convinto della bontà del nuovo inizio.

 

ursula von der leyen giorgia meloni

È così che ha gestito l'avvicinamento al governo, dismettendo progressivamente tutto l'armamentario "no euro". L'operazione Conservatori in Europa e il sostegno all'Ucraina sono stati i due assi attorno a cui ha costruito un cambiamento senza che, agli occhi del suo mondo, apparisse un tradimento: Europa fin dove necessario per candidarsi a governare pur senza diventare europeista, sovranismo fin dove possibile […]

 

[…] non ha mai lavorato sulla costruzione di una "egemonia" politico-culturale, che partisse dal progetto di governo. Per usare un linguaggio d'antan, non c'è stato "revisionismo" teorico ma una astuta "doppiezza": possiamo anche accettare i vincoli di bilancio, lo spread, Ursula, Kiev ma, in fondo, "noi siamo sempre noi".

 

marco rubio e giorgia meloni foto lapresse 7

In quel "noi" restano fermi i fondamentali identitari che nel trumpismo trovano una macro-narrazione: la contrapposizione al sistema, lo spirito di tribù, la diversità, la copertura degli spazi a destra sulla sicurezza.

 

Ed è qui che si inceppa il meccanismo, nel combinato disposto di sconfitta referendaria e scomunica trumpiana. Hic Rhodus, hic salta. La crisi precipita proprio sull'elemento fondamentale di tenuta e legittimazione, a monte (nel rapporto con Trump) e a valle (nel rapporto col popolo). Insomma, sull'identità.

 

E non è un caso che, dopo l'incontro con Rubio, tutto il suo mondo, quasi in un riflesso pavloviano, ha reagito riproducendo il canone abituale della luce riflessa - "noi protagonisti della diplomazia mondiale" - proprio nel momento in cui di quel canone veniva sancita una discontinuità e, con essa, la ricerca di una nuova strada da percorrere.

 

jd vance giorgia meloni ursula von der leyen

Il tema che si pone oggi per Giorgia Meloni è quello di trasformare il nuovo posizionamento in nuovo racconto in grado di stabilire una connessione sentimentale col popolo che abbia la forza evocativa del precedente. Ecco il punto di snodo in cui si trova: barcamenarsi in una dura necessità o svoltare, nella direzione di un "sovranismo europeo" cogliendo l'opportunità.

 

È un'operazione politica, non comunicativa, che ha a che fare con la ricerca di una identità conservatrice più meditata e commisurata più al progetto che all'ideologia.

 

Operazione non semplice in un mondo che si sente stretto in una morsa, tra perdere consensi se si schiaccia troppo su Trump e perdere consensi se si schiaccia sull'Europa.

 

viktor orban giorgia meloni - foto lapresse

E non semplice in un quadro peraltro in cui, in Europa, la sconfitta di Orban non segna la crisi del populismo di estrema destra: alle amministrative inglesi il primo partito è Reform Uk di Nigel Farage, in Germania l'AfD vola, al ballottaggio per l'Eliseo il prossimo anno potrebbe andare Jordan Bardella e in Spagna l'era Sanchez, sempre il prossimo anno, potrebbe essere archiviata da un governo dei Popolari con Vox.

 

Sarebbe un "c'era una volta l'Europa", in cui financo l'attuale postura di Giorgia Meloni rischia di diventare una colpa, vista da destra.

 

DONALD TRUMP SCARICA GIORGIA MELONI - MEME

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