marta cartabia - giuseppe conte - luigi di maio - virginia raggi - enrico letta - nicola zingaretti

DAGOREPORT! - PER LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, IL MINISTRO MARTA CARTABIA HA UN PROBLEMA: LO SFASCIO DEL 5STELLE E L'ASSENZA DI UN LEADER: CONTE NON CONTA UN CAZZO - E' BASTATO IL SI' ALLA CANDIDATURA DELLA RAGGI BY DI MAIO PER SCONFESSARE L'ACCORDO TRA CONTE E LETTA-BETTINI CHE PREVEDEVA VIRGINIA A CASA E LA CANDIDATURA DI ZINGA - A SEGUIRE SONO CROLLATI GLI ACCORDI PD-M5S PER I SINDACI DI TORINO E NAPOLI (NO FICO) - GLI EX RENZIANI PD ASPETTANO UN FLOP ALLE COMUNALI PER RISPEDIRE LETTA A PARIGI - BERTOLASO, CHE I SONDAGGI RISERVATI DANNO SICURO VINCITORE A ROMA, VUOLE UNA ''LETTERA DI INVESTITURA" SOTTOSCRITTA DA SALVINI, MELONI E BERLUSCONI. E PIENI POTERI...

Dagoreport

 

marta cartabia

Chi ha sfogliato oggi i quotidiani, ha avuto l'occasione di spiluccare le saporite anticipazioni sulla riforma della giustizia a cui alacremente lavora Marta Cartabia.

 

Sono praline regalate ai cronisti dall'entourage del ministro che, da abile donna di potere, non parla, non pontifica ma opera in silenzio: non ha mai pubblicamente criticato o cestinato la riforma di Bonafede ma la andrà a sconquassare per il 90%.

 

Per orientarsi nel dedalo del processo civile, penale e Csm e riformarli ex novo, Cartabia si è affidata al giurista Massimo Luciani, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico alla facoltà di Giurisprudenza all'università "La Sapienza" di Roma. Che la consegnerà entro fine maggio. Dopodiché inizieranno gli incontri preliminari della Cartabia con i responsabili giustizia dei vari partiti .

MASSIMO LUCIANI 1

 

Qualsiasi direzione prenda la riforma della Giustizia, dovrà arrivare a compimento  entro il 30 giugno. 

 

L'occhiuto controllo dell'Ue sul Recovery fund italiano, di cui la Giustizia è tassello fondamentale, impone una road map accelerata.

 

Il vero problema per il ministro Cartabia è l'assenza di un chiaro interlocutore del M5s, ormai un partito allo sfascio. Dalla palude grillina - resa fitta da beghe legali, possibili scissioni e progetti di riforma - sta emergendo una sola certezza: Conte non conta un cazzo.

 

L'Avvocato di Padre Pio è partito per suonare ed è finito suonato: la sua scalata al Movimento si è fermata prima di cominciare. Il suo nemico più intimo, anche se nascosto nelle retrovie, è il "coniglio mannaro" Luigi Di Maio, vero sabotatore dell'accordo Pd-M5s alle elezioni comunali.

 

goffredo bettini gianni letta giuseppe conte

Conte aveva garantito al suo fan numero uno, Goffredo Bettini, e a Enrichetto Letta di fermare la corsa di Virginia Raggi per dare il via libera alla candidatura a sindaco, a quel punto condivisa dai due partiti, di Nicola Zingaretti.

 

Senza questa garanzia, d'altronde, Letta non avrebbe spinto così tanto il governatore del Lazio ad accettare l'investitura.

 

Di Maio, invece, ha operato da "guastatore": ha appoggiato Virginia Raggi, che già aveva ottenuto la benedizione di Beppe Grillo, lasciando Conte col cerino acceso in mano a vagheggiare la fantomatica discesa in campo di Zingaretti. A quel punto, "Giuseppi" ormai panato e fritto ha dovuto rinculare, buttandosi tardivamente su "Virgy", sconfessando ancora una volta la sua leadership formato stracchino: moscia e spalmabile.

 

conte di maio

Non solo. Due giorni fa, Conte è stato impegnato in una conference-call via Zoom con i vertici del M5s di Torino (dove ha sempre rivolto lo sguardo, sognando di avere Chiara Appendino come sua "vice") per perorare l'accordo con il Pd anche sotto la Mole Antonelliana.

 

I suoi interlocutori l'hanno sfanculato rigettando la proposta ed evocando, a sostegno del vaffa, l'endorsemente di Di Maio alla Raggi: "Perché dovremmo appoggiare il Pd - è stato il senso del ragionamento - se a Roma andiamo con un nostro candidato? Facciamo lo stesso anche qui".  

 

ENRICO LETTA GIUSEPPE CONTE

Il marasma interno al M5s costringe Conte a rimandare la sua discesa in campo e a rinviare l'ormai mitologico progetto di riforma delle macerie grilline: ha fatto sapere a Vito Crimi che non sarà pronto prima di un mese.

 

Lo schiavo di Casalino non aveva fatto i conti con la fronda di Di Maio, che sembrava oramai addomesticato al regno della Pochette dal volto umano. Luigino da Pomigliano è ancora convinto che sia meglio avere un Movimento coeso al 10% del pastrocchione contiano al 15. Senza contare che almeno un terzo dei parlamentari cinquestelle sono ancora fedeli a Di Maio, mentre un 20/25% sbanda dalle parti di Casaleggio-Di Battista.

 

conte zingaretti

L'ex bibitaro, che sarà anche naif ma non è fesso, ha capito di doversi legare mani e piedi al governo Draghi e spingere a testa bassa per il suo successo.

 

Se SuperMario va avanti fino al 2023, lui resta ministro degli Esteri (e non è poco), contando sul primo gruppo parlamentare, e rimanda a data da destinarsi le elezioni politiche che dovrebbero certificare l'ascesa di Conte e del suo partito. Non è un caso che Letta abbia ascoltato più volte Luigino.

 

Tra l'avvocato e l'ex bibitaro, nonostante le smancerie d'obbligo, pende una vecchia ruggine mai risolta, legata all'ambizione dell'ex legale dello studio Alpa.

 

Nel 2018 Di Maio scelse Conte come presidente del Consiglio in ragione della sua totale inadeguatezza politica: avrebbe dovuto fare da burattino-garante al governo Gialloverde e obbedire agli ordini. Poi, a partire dal Conte 2, insufflato dal canto della sirena Casalino, rinfrancato dai sondaggi (farlocchi) e sedotto dal potere, l'oscuro professore si è affrancato dal giogo e ha iniziato a far da sé, sfilando leadership e partito allo stesso Di Maio che l'aveva creato. (Stessa cosa è avvenuta con il Quirinale: negli ultimi sei mesi del Conte 2 non ha dato più retta ai "consigli" di Mattarella).

 

mario draghi luigi di maio 1

Lo scontro di potere nel saloon grillino sgonfia i piani di Enrichetto Letta che, da quando è diventato segretario del Pd, non ne ha imbroccata mezza (dall'assalto strumentale a Salvini fino alle battaglie identitarie e scaccia-voti su Ius soli, legge Zan e tweet pro Fedez, fino ai migranti).

 

Gli ex renziani della corrente "Base riformista" (Lotti, Guerini, Marcucci), che non vedono l'ora di fare le scarpe a Sotti-Letta, non aspettano che un primo inciampo (magari proprio un mega-flop Pd alle amministrative) per partire all'assalto e rispedirlo a Parigi.

 

Anche perché l'accordo con i Cinquestelle per ora è un buco nell'acqua, non solo a Torino e Roma (dove lo sfollagente Gualtieri correrà in tandem con Lady Franceschini, Michela De Biase, come vicesindaco). Anche a Napoli il candidato in pectore Roberto Fico (che avrebbe dovuto lasciare la poltrona di presidente della Camera a Su-Dario Franceschini) ha riposto nel cassetto l'idea di tornare nella città del golfo. E il Pd ha in mente di candidare Gaetano Manfredi, l'ex ministro dell'università e della ricerca del Governo Conte II.

bertolaso

 

E il centrodestra? Meloni e Salvini non si parlano da tempo e mercoledì manderanno avanti i luogotenenti per stabilire chi mandare in prima linea. Bertolaso, che i sondaggi riservati danno sicuro vincitore, per accettare la candidatura al Campidoglio, chiede una lettera scritta (quindi un impegno formale) di tutti i leader dei partiti della coalizione di centrodestra.

 

Ma ha già fatto capire di non volere ingerenze sulla scelta della giunta. Come previsto dalla legge, è il sindaco a dover scegliere i suoi assessori e non i suoi dante-causa. Per la serie: ci metto i miei fedelissimi non i vostri amichetti. Coalizione avvisata, mezza salvata? Ah, saperlo….

salvini melonifranceschini giachetti lotti guerini boschi

Ultimi Dagoreport

sigfrido ranucci valter lavitola giampaolo rossi

DAGOREPORT - MARTEDÌ PROSSIMO CALERÀ IL SIPARIO SU RANUCCI: A OTTOBRE, QUANDO RITORNERÀ IN ONDA “REPORT”, L’AMICO FRATERNO” DI WALTERINO LAVITOLA NON SARÀ PIÙ ALLA CONDUZIONE - IN SEGUITO ALLE VERIFICHE INTERNE (“AUDIT) SUL RISPETTO DEL CODICE ETICO DELLA RAI E IN ATTESA DELLE DECISIONI DEGLI INQUIRENTI E DEI MAGISTRATI SULLA MA-LAVITOLA ALLE VONGOLE SGUSCIATE, L'AMMINISTRATORE DELEGATO GIAMPAOLO ROSSI COMUNICHERÀ A RANUCCI IL CAMBIO DI CONDUZIONE (SOSTITUZIONE CHE È NEL PIENO DIRITTO DELLE PROCEDURE AZIENDALI) - QUINDI, A DISPETTO DI QUANTO PIÙ VOLTE SCRITTO, IL DIPENDENTE RAI RANUCCI SIGFRIDO NON VERRÀ ASSOLUTAMENTE “SOSPESO” DAL RUOLO DI VICE-DIRETTORE DI RAI3, IL SUO STIPENDIO CORRERÀ TRANQUILLO COME OGNI MESE, MA VERRÀ SPOSTATO DAL RESPONSABILE DEI PROGRAMMI DI APPROFONDIMENTO, PAOLO CORSINI, AD ALTRI IMPORTANTI INCARICHI - FINE DEL PRIMO TEMPO....

giorgia meloni e primo ministro etiope abiy ahmed sem fabrizi

DAGOREPORT – COME SI È ARRIVATI AL CLAMOROSO SCAZZO DIPLOMATICO CON L’ETIOPIA? BISOGNA TORNARE AL 2024, QUANDO IL PREMIER DI ADDIS ABEBA, ABIY AHMED, AIUTA GIORGIA MELONI A CONVINCERE L’UNIONE AFRICANA A FIRMARE IL PIANO MATTEI. GLI ALTRI LEADER DEL CONTINENTE NERO ERANO SCETTICI (EUFEMISMO) E AHMED TIRA FUORI DAL CILINDRO IL COINVOLGIMENTO DELL’UE – SOLO CHE IL GOVERNO ETIOPE SI ASPETTAVA QUALCHE “VANTAGGIO” CHE, EVIDENTEMENTE, NON È ARRIVATO. RISULTATO? LA “RITORSIONE” CONTRO SEM FABRIZI, OTTIMO AMBASCIATORE, CHE DOPO DIECI MESI È STATO RICHIAMATO IN ITALIA PER EVITARE L’UMILIAZIONE DI ESSERE DICHIARATO “PERSONA NON GRATA"

ceuta migranti spagna francia pedro sanchez giorgia meloni emmanuel macron

FLASH – IN POCHI SOTTOLINEANO QUALI SONO GLI UNICI DUE GRANDI PAESI DELL’UE A NON ACCODARSI AI “RESPINGIMENTI” DEI DUBLINANTI VERSO L’ITALIA: FRANCIA E SPAGNA – MACRON E SANCHEZ SE LA RIDONO DI FRONTE ALLE DIFFICOLTÀ DI GIORGIA MELONI, E MOSTRANO ORGOGLIOSAMENTE MA SENZA PUBBLICIZZARLA LA LORO POSIZIONE: NOI SIAMO PER L’ACCOGLIENZA, NON RIMANDIAMO INDIETRO NESSUNO, ANCHE SE POTREMMO. UNA MOSSA POLITICA CHE MANDA FUORI GIRI GLI OTOLITI DELLA “SIRENETTA DEL COLLE OPPIO”

giorgia meloni antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT – I FRANCHI-TIRATORI PER IL “MELONELLUM” INIZIANO A ESSERE TANTI, FORSE TROPPI – SE LA LEGA VA DRITTA VERSO LA RESA DEI CONTI, ANCHE FORZA ITALIA È IN TUMULTO - DOPO LA “FRONDA” DELLE DONNE, GUIDATE DALLA BERLUSCHINA DEBORAH BERGAMINI, SU PREFERENZE E PARITÀ DI GENERE, ORA È IL MINISTRO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, PAOLO ZANGRILLO, A INCAZZARSI CON TAJANI PER IL MANCATO COINVOLGIMENTO NELL’INIZIATIVA ANTI-BUROCRAZIA DEL PARTITO – IL GUAIO PIÙ GROSSO PER LA DUCETTA, PERÒ, RESTA QUEL CARTOCCIO DEL CARROCCIO: CON IL 6% CHE GLI ATTRIBUISCONO I SONDAGGI (DI CUI QUASI LA METÀ “CONTROLLATO” DAI GOVERNATORI DEL NORD), LE TRUPPE DEL PARTITO DI SALVINI SI SGONFIERANNO. DEGLI ATTUALI 95 TRA DEPUTATI E SENATORI, E SARÀ UN MIRACOLO SE RESTERANNO UNA TRENTINA - IN CASO DI VITTORIA DEL CENTROSINISTRA, LA SITUAZIONE POTREBBE ESSERE ANCORA PEGGIORE: DUE LEGHISTI SU TRE RISCHIANO DI NON ESSERE RIELETTI - CHISSA' COSA SUCCEDERA' A SETTEMBRE, QUANDO ALLA CAMERA I DEPUTATI DI LEGA E DI FORZA ITALIA (MA ANCHE FRANGE DI FDI) SARANNO CHIAMATI A VOTARE (CON SCRUTINIO SEGRETO) LA NUOVA LEGGE ELETTORALE, UNICA RIFORMA RIMASTA IN PIEDI DEL GOVERNO MELONI....

meloni schlein lovaglio messina donnet

DAGOREPORT – A FERRAGOSTO UN COLPO DI “SOLE” CI STA. FIRMATO DAL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO DELLA CONFINDUSTRIA, FABIO TAMBURINI ANNUNCIA CHE PER CONTRASTARE L’OPAS DI INTESA SU MPS NELLA MENTE DI LUIGI LOVAGLIO FRULLEREBBERO NON UNA, MA ADDIRITTURA DUE OPS (OFFERTA PUBBLICA DI SCAMBIO). UNA PER PRENDERE IL CONTROLLO SUL BANCO BPM E L’ALTRA PER ACQUISIRE BANCA GENERALI – NON FINISCE QUI: IN BALLO CI SAREBBE ANCHE LA POSSIBILE VENDITA DEL 13,2% DI GENERALI POSSEDUTO DA MEDIOBANCA, VERO OBIETTIVO DEL RISIKONE BANCARIO – A INGARBUGLIARE LA PARTITA, SI È AGGIUNTA LA PRESA DI DISTANZA DALL’OPAS DI INTESA, LA “BANCA DI SISTEMA” GUIDATA DA CARLO MESSINA, DA PARTE DEL POTERE POLITICO AL COMPLETO, CON MELONI E SCHLEIN PER UNA VOLTA SULLO STESSO FRONTE – ‘STA MEGA-OPERAZIONE DELL’IRRIDUCIBILE LOVAGLIO, CHE DOVREBBE ESSERE ANNUNCIATA NEL CDA DI MPS CONVOCATO PER DOMANI, PUÒ AVERE TANTI VARIABILI DA SCHEDINA: 1-2-X – IN TALE LABIRINTO DI SPECCHI, C’È UN ‘’CONVITATO DI PIETRA’’ CHE TUTTI NOTANO MA CHE NESSUNO NOMINA: IL CEO DI GENERALI, PHILIPPE DONNET, CHE OVVIAMENTE NON FA SALTI DI GIOIA AL PENSIERO DELLA POSSIBILE ACQUISIZIONE VIA OPAS SU MPS DI BANCA INTESA DEL 13,2% DEL COLOSSO ASSICURATIVO…

classifica universita shanghai ranking consultancy politecnico milano torino corgnati donatella sciuto

DAGOREPORT – LE LUSINGHE ALLA CINA NON RI-PAGANO – LE UNIVERSITA’ ITALIANE, IN PARTICOLARE I POLITECNICI DI MILANO E TORINO, HANNO STRETTO DA ANNI CONVENZIONI CON GLI ATENEI CINESI PER SCAMBI DI STUDENTI (PIUTTOSTO ASINI) E DOCENTI, CON APERTURE DI SEDI E PROGRAMMI DI RICERCA COMUNI (TANTO GLI STIPENDI LI PAGA LO STATO) – MA LA CINA NON RICAMBIA TANTO AFFETTO: NELLA CLASSIFICA DELLE UNIVERSITA’ PIU’ PRESTIGIOSE PUBBLICATA DALL’ORGANIZZAZIONE “SHANGHAI RANKING CONSULTANCY” I NOSTRI ATENEI LI VEDI CON IL BINOCOLO! PER IL POLITECNICO DI MILANO, IL PIU’ ATTIVO CON LA CINA, DEVI ARRIVARE AL TRECENTESIMO POSTO...