COME SI FA A PRENDERE SUL SERIO L’AFRICA? – IN UGANDA IL PRESIDENTE USCENTE, YOWERI MUSEVENI, HA OTTENUTO IL 71% DEI VOTI ALLE ELEZIONI E HA CONQUISTATO COSÌ IL SUO SETTIMO MANDATO CONSECUTIVO – L’81ENNE MUSEVENI È AL POTERE DAL 1986 – LO SFIDANTE, LA POP STAR BOBI WINE, HA DENUNCIATO “UNA CAMPAGNA ELETTORALE SCORRETTA”. SOLO DOPO LA FINE DEL VOTO È STATO RIPRISTINATO INTERNET NEL PAESE...
Estratto dell’articolo di Alberto Magnani per www.ilsole24ore.com
Nessuna sorpresa dall’Uganda. Le elezioni generali di Kampala del 15 gennaio hanno già sancito la vittoria a valanga di Yoweri Museveni, eletto per il settimo mandato consecutivo e proiettato al suo 40esimo anno ai vertici del Paese dell’Africa centro-orientale.
I dati rivelati il 17 gennaio dalla Commissione elettorale registrano il 72% dei consensi a favore dell’81enne Museveni, contro il 25% raggiunto dallo sfidante Bobi Wine, l’ex pop star 43enne che aveva già denunciato i rischi di un’elezione farsesca e sostiene di essere stato arrestato nella sera del 16 gennaio.
L’opposizione respinge i risultati e invoca una reazione, ora agevolata dal ripristino di Internet dopo il blackout imposto dallo scorso 13 gennaio a Kampala, Il Panafrican solidarity network, un’organizzazione panafricana di attivisti, aveva contestato la tornata come priva di qualsiasi «credibilità» e annuncia nuove indagini sul voto.
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Il Paese, già prospero di minerali, si avvia a un a fiammata di oltre il 10% del Pil fra 2026 e 2027 grazie all’avvio della produzione petrolifera atteso entro l’anno e destinato ad attingere a riserve stimate per 6,6 miliardi di barili. Il governo ambisce a un’exploit economico fino alla soglia dei 500 miliardi di dollari Usa entro il 2040, decuplicando le dimensioni attuali del Pil.
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I dubbi più immediati riguardano sia la tenuta immediata di Kampala che la prospettiva di un settimo mandato sotto la guida di Museveni. Sul primo versante l’attenzione è concentrata sugli strascichi del voto e gli allarmi su una repressione sanguinosa del dissenso, sulla scia di quella già vissuta in Tanzania nelle elezioni di ottobre e trasparsa anche dal controllo poliziesco delle urne e dell’informazione.




