"CON MATTARELLA NON SIAMO SEMPRE D’ACCORDO" – MELONI NELLA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO CONFERMA L’AMORE MAI NATO CON IL COLLE – “LA STAMPA”: “C'È UNA POSTURA VAGAMENTE TRUMPIANA IN RELAZIONE AL TEMA ISTITUZIONALE. IL CASO GAROFANI HA CERTO LASCIATO UNO STRASCICO DI FREDDEZZA E DIFFIDENZA. SULLA DATA DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA IL SUGGERIMENTO DI RISPETTARE I TEMPI PER LA RACCOLTA DELLE FIRME POPOLARI È STATO MALIZIOSAMENTE LETTO DA QUALCHE FALCO DI PALAZZO CHIGI COME UN MODO PER FAVORIRE IL FRONTE DEL NO, DANDOGLI PIÙ TEMPO. ORA MELONI TEME SGAMBETTI SULLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE CHE ANNOVERA SERGIO MATTARELLA TRA I MASSIMI ESPERTI. ECCO, LA PIEGA TRUMPIANA È TUTTA QUI. NELL'IDEA CHE..."
Estratto dell'articolo di Alessandro De Angelis per "la Stampa"
IL VIDEO CON CUI GIORGIA MELONI, NEL 2018, CHIEDEVA LA MESSA IN STATO D'ACCUSA DI SERGIO MATTARELLA
C'è una postura vagamente trumpiana, nella parte italiana della conferenza stampa di Giorgia Meloni, in relazione al tema istituzionale. Sia pur con accentuazioni diverse. Sui giudici non ci sono freni. Sono loro il vero "nemico" su cui costruire il racconto in vista del referendum costituzionale. Accusati financo di vanificare l'operato del Parlamento e delle forze dell'ordine in materia di sicurezza.
Sul capo dello Stato, invece, il freno c'è. Più per necessità, però, che per convinzione. Da un lato è irrituale, rispetto a una grammatica d'antan, mettere agli atti, come in un rapporto alla pari che non riconosce all'arbitro l'ultima parola, il «non siamo sempre d'accordo».
Dall'altra però la premier parla di rapporti «ottimi», di una consonanza sull'interesse nazionale e, passaggio forse riferibile anche alla grancassa delle gazzette d'ordine del suo campo, smonta la retorica del conflitto.
La necessità, ad esempio, è arrivare in un clima sereno alla discussione sulla legge elettorale. Giorgia Meloni teme sgambetti sull'argomento che annovera Sergio Mattarella tra i massimi esperti: costituzionalista, padre del Mattarellum in vigore dal 1993 al 2005, e membro della Corte costituzionale che bocciò il Porcellum, proprio a causa di un premio di maggioranza abnorme. [...]
sergio mattarella giorgia meloni altare della patria 2 giugno 2025
Insomma, siamo all'ennesimo capitolo di un rapporto ambivalente. Diciamocelo: la scintilla della sintonia, sin dall'inizio, non è scoccata, lo scontro aperto però non è mai deflagrato. I lustri che abbiamo alle spalle raccontano di momenti di tensione ben maggiore. [...]
E tuttavia è evidente che ci sono tutta una serie di non detti e retropensieri. Il caso Garofani, per le modalità con cui si è sviluppato, ha certo lasciato uno strascico di freddezza e diffidenza.
Ma il punto di fondo irrisolto, tra palazzo Chigi e il Colle è istituzionale e segna una discontinuità rispetto agli ultimi governi. La maggior parte dei quali si sono piuttosto affidati al Quirinale, riconoscendolo come punto di riferimento. Qui invece (a palazzo Chigi) aleggia un certo pregiudizio, tutto politico, che lo fa percepire come un freno politicamente orientato. Al Colle la sensazione è che questo pregiudizio non faccia cogliere quanto gli interventi, palesi e non, siano un invito alla collaborazione, per il bene di tutti.
È un film che si ripete da anni su parecchi interventi legislativi. Chi ha dimestichezza con i Palazzi sa che c'è una fitta interlocuzione tra uffici. Durante l'iter legislativo ci si confronta e si approfondisce. Le questioni, molto spesso, non arrivano nemmeno sul tavolo di Sergio Mattarella, c'è tutto un lavorio che precede e accompagna i provvedimenti, fatto di contatti informali.
È quel che è accaduto, ad esempio, su alcuni "ritocchi" ad emendamenti all'ultima manovra già approvati, e prima ancora, sulle norme in materia di sicurezza, rese potabili, nell'ambito di questo lavorio, rispetto agli aspetti più critici in termini di costituzionalità. O sul decreto Albania, sistemato (mica bloccato) dopo le vibranti proteste delle Corti d'appello.
L'ultimo caso è proprio la data del referendum sulla giustizia. Ove il suggerimento di rispettare i tempi per la raccolta delle firme popolari – dispensato ai tempi anche a Matteo Renzi che tentò una analoga accelerazione – è stato maliziosamente letto da qualche falco di palazzo Chigi come un modo per favorire il fronte del no, dandogli più tempo. E infatti è stato rispettato a metà indicando la data del 22 marzo (la via maestra era il 29).
Ecco, la piega trumpiana è tutta qui. Nell'idea che questa interlocuzione sia un ostacolo, rispetto a un potere che, in virtù della sua unzione popolare, si sente immune da vincoli. Concezione recepita nella "madre di tutte le riforme", il premierato. C'è il leader e c'è il popolo. Tutto ciò che è in mezzo è un impiccio, dal Parlamento al capo dello Stato, con cui evidentemente si creano – per legge - le premesse di un conflitto istituzionale permanente, tra una figura legittimata dal voto popolare e l'altra dal voto parlamentare. Ecco, il punto non è se vanno d'accordo. Ma lo schema di fondo. [...]
Consiglio supremo di difesa - CERCHIATO IN ROSSO FRANCESCO SAVERIO GAROFANI
GIORGIA MELONI - LAURA E SERGIO MATTARELLA

