1- LA DESTRA DI CARTA ALL’ATTACCO DI RE NAPOLITANO: “DEMOCRAZIA SOSPESA, ECCOME” 2- FERRARA: “GENTILE PRESIDENTE, IL GOVERNO ELETTO NEL 2008 E IL SUO PROGRAMMA NON CI SONO PIÙ, E L’ALTERNATIVA NON È STATA DECISA DAGLI ELETTORI. NON SIAMO FAZIOSI, MA NEGARE IL DIFETTO DI LEGITTIMAZIONE DEL GOVERNO TECNICO È SURREALE” 3- FILIPPO FACCI: “A ESSERE CAVILLOSI DOVREMMO OSSERVARE CHE “SUO DOVERE” NON È DESIGNARE UFFICIOSAMENTE UN PREMIER NON ELETTO CON UN GOVERNO ANCORA IN CARICA, E NEPPURE SFIDUCIATO; “SUO DOVERE” NON È VERIFICARE IL SIMULTANEO GRADIMENTO DI LEADER E ORGANISMI STRANIERI PRIMA ANCORA CHE ITALIANI; NON È “EVITARE LE URNE” A TUTTI I COSTI COME ALTRE NAZIONI INFATTI NON HANNO EVITATO, E COME DEMOCRAZIA IMPORREBBE; NON È ANTEPORRE ALLA FIDUCIA DEL PARLAMENTO QUELLA DELLA BANCA CENTRALE E DEL FONDO MONETARIO; SOPRATTUTTO NON È, IN UNA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE FONDATA SUI PARTITI, FARE UN GOVERNO SENZA PARLAMENTARI E SENZA PARTITI: E PRETENDERE PURE CHE NON LO SI CHIAMI “TECNICO”

1- CODAZZO DI PAGLIA
Filippo Facci per "Libero"

Giorgio Napolitano ha una coda di paglia grande come il Quirinale. Continua a ripetere che «la democrazia non è sospesa» perché sa benissimo che la nascita del governo Monti è stata quantomeno anomala, e non c'è osservatore anche moderatissimo che non l'abbia riconosciuto e infine accettato.

Perché il punto è questo, che l'abbiamo accettato: pace, fine, ne consegue che Napolitano ora potrebbe anche piantarla di pontificare e di asserire pomposamente che fosse pure «suo dovere»: excusatio non petita, Presidente.

Perché vede, a essere cavillosi dovremmo osservare che «suo dovere» non è designare ufficiosamente un premier non eletto con un governo ancora in carica, e neppure sfiduciato; «suo dovere » non è verificare il simultaneo gradimento di leader e organismi stranieri prima ancora che italiani; non è «evitare le urne» a tutti i costi come altre nazioni infatti non hanno evitato, e come democrazia imporrebbe; non è anteporre alla fiducia del Parlamento quella della Banca Centrale e del Fondo Monetario; soprattutto non è, in una democrazia parlamentare fondata sui partiti, fare un governo senza parlamentari e senza partiti: e pretendere pure che non lo si chiami «tecnico».

Napolitano ieri ha detto: «Non mi risulta il tradimento della volontà popolare»; no, infatti, la volontà popolare non è stata tradita perché non è stata proprio considerata. Nei fatti abbiamo un governo del Presidente che è composto da oligarchi competenti e che è sostenuto anche da forze che alle scorse elezioni hanno perso: Napolitano stia contento, ha avuto quello che voleva e di cui forse avevamo anche bisogno, chissà. Comunque ha vinto. Però quelli che vogliono stravincere sono insopportabili, lui e tutto il codazzo di Repubblica

2- DEMOCRAZIA SOSPESA, ECCOME
Giuliano Ferrara per Il Foglio

Gentile presidente Napolitano, noi cerchiamo di valutare sine ira ac studio la nuova situazione determinata dalle sue decisioni, accolte dalla grande maggioranza del Parlamento eletto nel 2008, all'indomani delle dimissioni di Silvio Berlusconi dalla carica di capo del governo.

Non abbiamo fatto demagogia attribuendo alla sua azione politica in favore di un governo tecnico di fine legislatura secondi fini, in conflitto con la irresponsabilità politica fissata per la presidenza della Repubblica, come privilegio e come limite, dalla Carta costituzionale.

Abbiamo fatto bene attenzione a evitare nonché asprezze anche solo giudizi affrettati. Era una variante possibile della sua condotta, la decisione d'emergenza di nominare una persona di chiara e illustre fama senatore a vita, e subito dopo di farne il nuovo capo dell'esecutivo, con ministri non parlamentari da lui proposti e da lei nominati, senza passare per lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni.

Malgrado questa clausola di cautela e di rispetto per margini istituzionali e formali che era in suo potere utilizzare, sollecitando una risposta positiva dei partiti di maggioranza e di opposizione, che disgraziatamente è arrivata, abbiamo detto a voce alta che in Italia la democrazia è sospesa nel suo significato più profondo: l'autogoverno ovvero la decisione da parte del corpo elettorale intorno a chi debba guidare l'esecutivo, e con quale programma.

Le chiediamo analogo rispetto per il nostro giudizio, che è espressione autentica di quel pluralismo dei punti di vista nel quale si realizza la libertà politica del popolo e dell'opinione pubblica, oltre che la funzione non subalterna della stampa di idee.

Nel merito della questione lei sa che abbiamo fondamentalmente ragione. Se avessimo detto che questa resa a una visione tecnocratica della cosa pubblica equivale a una soluzione autoritaria e antiparlamentare, avremmo detto una colossale sciocchezza (e forse qualche espressione troppo colorita ci è scappata).

Il carattere parlamentare e costituzionalmente accettabile della decisione presa è testimoniato dall'assenso chiesto e ottenuto dal governo in sede di voto di fiducia alla Camera e al Senato. E le procedure o prassi di consultazione tipiche del vecchio sistema repubblicano, precedente il varo di leggi elettorali maggioritarie, sono state rispettate.

Non è un ribaltone contro la maggioranza eletta, sebbene la Lega e altre componenti minoritarie della maggioranza uscente abbiano ragioni, che devono anch'esse essere rispettate, nel chiamarsi fuori da queste procedure; è un ribaltone con il consenso dei ribaltati e con il non molto fervoroso assenso di un'opposizione che si trova oggi parte di una maggioranza tripartita estranea alla fisiologia di una minoranza che si dovrebbe fare governo alternativo attraverso la conquista del consenso su una nuova leadership e un nuovo programma. Ci mancherebbe altro. Il governo Dini-Scalfaro del 1995, con il rinvio forzoso delle elezioni e le polemiche durissime a tutti note, è cosa diversa dal governo Monti-Napolitano del 2011.

Questo giornale cerca anche di capire che cosa si possa trovare di buono in una soluzione in linea di principio politicamente inaccettabile. Cerchiamo di non essere faziosi e non rinneghiamo battaglie riformatrici nemmeno se elementi di riforma necessari al paese siano realizzati in un contesto politico totalmente anomalo.

Pensiamo che i partiti dovrebbero riflettere su un sistema che non ha garantito né la governabilità piena né un pieno esercizio del diritto di opposizione, e salutiamo con simpatia l'iniziativa Calderisi, il rilancio del tema presidenzialista, nell'Italia del governo del presidente come altra pelle della democrazia maggioritaria.

Ma lei, signor presidente, deve accettare la verità delle cose, che non si può limitare a richiami formali tanto severi quanto inappropriati. Nel 2008 abbiamo scelto a mezzo voto popolare un governo, una coalizione di maggioranza, un programma e un capo dell'esecutivo il cui nome campeggiava sulla scheda elettorale; caduto quel governo, occorreva eleggerne un altro, almeno secondo le regole di una democrazia sana, organizzata nel suo momento più alto di espressione, il voto, da una legge elettorale maggioritaria.

Il nesso tra il voto degli italiani e il governo in carica non può essere trattato come un'ubbia per intellettuali rancorosi incapaci di capire il dovere nazionale e l'emergenza europea. E' un modo francamente intollerante di ragionare, ed è un messaggio al paese che indebolisce la consapevolezza di un cammino di quasi vent'anni, in cui è appunto prevalsa almeno un'idea riformatrice di valore costituzionale, di prassi costituzionale.

A quest'idea lei ha reso omaggio sostenendo la legittimità del governo Berlusconi fino all'ultimo secondo, appellandosi alla coesione per evitare la crisi, e, a crisi aperta, subordinando la scelta del governo tecnico del presidente a un chiaro sì dei vincitori delle elezioni politiche.

Tutti sanno che se Berlusconi le avesse detto: "Ora si va a votare", lei non avrebbe forzato la nascita di un governo di ribaltone con una maggioranza contraria a quella eletta. E' dunque assurdo e una punta surreale, anche a spiegazione del suo comportamento istituzionale corretto, che ieri al Quirinale lei abbia detto che tutto è regolare, che non ci sono problemi, che il governo non è tecnico, che la democrazia non è mai stata così florida. Mi perdoni, presidente, ma queste sono elusioni manipolatorie e ideologiche le quali non dovrebbero appartenere al suo linguaggio politico e istituzionale.

In una condizione diversa, con due partiti che hanno retto la prova della democrazia politica (il Psoe e il Pp), gli spagnoli hanno fatto riforme bipartisan, poi hanno concordato nuove elezioni nella bufera finanziaria, le hanno tenute e hanno cambiato governo e maggioranza discutendo con i cittadini un nuovo programma. Il risultato, buon per loro, è una forte attenuazione delle tensioni di crisi, anche sotto il profilo della credibilità di mercato della loro soluzione politica, e un rinsaldamento della procedura democratica maggioritaria.

Noi siamo nel mezzo di un passaggio molto più controverso e ambivalente. Capisco la sua voglia di difendere una scelta istituzionale complessa e sofferta, capisco la necessità di spazzare via ogni dubbio sulla legittimazione della manovra, che costerà molto agli italiani e speriamo non si riveli un boomerang recessivo nella spirale della crisi finanziaria, ma gli uomini di stato prudenti misurano le loro parole, e non rompono mai i ponti, propagandisticamente, con i dati di fatto. Che sono la base del discorso e della pratica di una democrazia.
Con osservanza.

 

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