mario burlo

“DICEVANO CHE ERO UNA SPIA MANDATA DAL GOVERNO ITALIANO PER FAR CADERE MADURO” – PARLA MARIO BURLO', L'IMPRENDITORE RILASCIATO DOPO 14 MESI DI PRIGIONIA IN VENEZUELA NEL CARCERE "EL RODEO" CHE LUI PARAGONA AD ALCATRAZ E GUANTANAMO: "IO E TRENTINI NON SIAMO STATI ARRESTATI MA SEQUESTRATI. LÌ DENTRO ERA UN INFERNO. DORMIVAMO IN MEZZO AGLI SCARAFAGGI. SE TI RIFIUTAVI DI MANGIARE, FINIVI IN PUNIZIONE E VENIVI TORTURATO. QUALCUNO È STATO ANCHE INTUBATO, PURE NELLE PARTI INTIME. UN OPPOSITORE POLITICO DI MADURO L'HO VISTO IMPAZZIRE: CANTAVA, RIDEVA, URINAVA PER TERRA. A UN CERTO PUNTO HO ANCHE TEMUTO CHE MI AMMAZZASSERO…” - PS: FATE LEGGERE QUESTA TESTIMONIANZA A QUELLE TESTE DI COCCO DELLA SINISTRA CHE SI OSTINANO ANCORA A DIFENDERE MADURO...

 

1 - MARIO BURLÒ: “ERAVAMO SEQUESTRATI, NON ARRESTATI CHI RIFIUTAVA IL CIBO VENIVA TORTURATO” 

Irene Famà Giuseppe Legato per “la Stampa” - Estratti

 

MARIO BURLÒ

Mario Burlò ostenta sicurezza, ma lo tradiscono i segni della commozione accanto agli occhi e la gamba sinistra che fatica a tener ferma. È seduto nel dehors di un hotel di Trastevere, a Roma, con i due figli e tanti amici. È la sua prima ora all'aria aperta, dopo un anno nel carcere El Rodeo I di Caracas, che ora paragona talvolta ad Alcatraz, talvolta a Guantanamo. 

 

Sia lei sia Trentini l'altra sera vi siete lasciati alle spalle una delle prigioni più temute del Venezuela. Qual è stato il primo pensiero? 

«Io e Alberto siamo usciti insieme, accompagnati dai militari venezuelani. Ma il pensiero è stato di sospetto». 

 

(...) 

Quando ha capito che non era una trappola? 

«Dopo mezz'ora a bordo del volo diretto a casa. In quel momento ho assaporato in silenzio l'emozione di rivedere i miei figli e gli amici di sempre». 

MARIO BURLÒ

 

Una volta usciti dal territorio venezuelano? 

«Sì. A quel punto ho guardato Trentini e gli altri compagni di sequestro. Perché noi non siamo stati arrestati, ma sequestrati». 

 

Ostaggi? 

«È così quando sei in cella e non sai perché, non puoi parlare con i tuoi figli, non puoi contattare l'avvocato, non hai diritti. Pensi che in carcere con noi c'era un uomo detenuto da ventuno anni e ancora indossava la tuta blu». 

 

Cosa indica la divisa blu? 

«Che sei in attesa di processo. La verità è che lì dentro è un inferno». 

 

Quante persone in una cella? 

«Due. Era uno spazio grosso quattro metri e forse sto esagerando in eccesso. Con una latrina e le guardie passavano a gettare dell'acqua una volta al giorno. Lì dentro vengono stravolte anche le necessità quotidiane più semplici e necessarie. Con Trentini facevamo i turni per dormire». 

mario burlo abbraccia i figli

 

Uno stava sveglio e l'altro vegliava? 

«No, uno dormiva per terra e l'altro su una sorta di piano di cemento. Una precauzione per evitare crolli. Dormivamo in mezzo agli scarafaggi». 

 

Lei e Alberto Trentini avete condiviso l'intera detenzione? 

«Lui è arrivato in cella il giorno dopo di me e siamo rimasti insieme circa cinque mesi. Poi ho condiviso lo spazio con un romeno, uno spagnolo e un peruviano. Al El Rodeo I c'erano persone di 34 nazionalità diverse: un vero e proprio mondo». 

 

Senza contatti con l'esterno, come restava consapevole del trascorrere del tempo? 

«Facendo esercizi fisici: cinquemila addominali e mille flessioni al giorno. E così ho perso trenta chili. Avevo convinto anche Alberto a farli». 

 

Lui cooperante internazionale, lei imprenditore spavaldo. Siete diventati amici? 

«È un compagno di sventura. Ci siamo raccontati le esperienze, io quelle imprenditoriali e lui quelle della cooperazione. È una bella persona che ha sempre dedicato la vita agli altri e che vorrei andare a trovare a Venezia». 

 

Lei gli raccontava dei suoi figli? 

«Sempre, di Gianna e di Corrado. Nessuno di noi ha subito violenze fisiche, ma restare isolati, rinchiusi senza nemmeno conoscere il motivo, è qualcosa di alienante. 

Pensare al mondo fuori provoca dolore». 

 

Per il timore di non uscire mai di prigione? 

«Ad un certo punto ho anche temuto che mi ammazzassero, ma no. Non era quello l'aspetto più difficile». 

MARIO BURLÒ

 

Qual era allora? 

«Che i miei figli potessero pensare che fossi morto. Ogni giorno avrei voluto sentirli per rincuorarli». 

El Rodeo I lo raccontano come luogo di sevizie e torture. 

«Se sgarravi e magari ti rifiutavi di mangiare o ti opponevi ai controlli finivi in punizione. Spesso per motivi pretestuosi venivi portato al cuarto piso». 

 

Al quarto piano? 

«Una cella dove venivi denudato e costretto a distenderti a terra ammanettato. Poi qualcuno veniva anche intubato, pure nelle parti intime». 

 

Lei ha mai subito sevizie? 

«Fisiche no. Con Trentini cercavamo di mantenere la calma, non rispondevamo alle guardie. Lì dentro sei la parte debole. Ho conosciuto un detenuto e il suo ricordo mi tormenta». 

 

Di chi si tratta? 

«Un oppositore politico di Maduro. L'ho visto impazzire: nell'ultimo periodo cantava, rideva, urinava per terra.  A El Rodeo I, poi, l'unica luce è quella solare. Non hai libri, niente. Io rompevo l'intonaco a pezzetti per creare dei gessetti e fare di calcolo sulla parete. Nemmeno i cani vengono trattati così. Per non parlare delle guardie». 

MARIO BURLO - GIOVANNI UMBERTO DE VITO - ALBERTO TRENTINI

 

Crudeli? 

«Avevano tutte il volto coperto con un passamontagna e utilizzavano nomi fasulli. Degli alias. Una si faceva chiamare "Hitler". Mi creda, era il nome giusto». 

 

Perché ha organizzato un viaggio in Venezuela? 

«Lavoro per un'impresa di detergenti e si era deciso di aprire uno sviluppo commerciale in sud America. 

Stavo facendo uno studio di mercato». 

 

A più d'uno è venuto il pensiero che lei sia scappato dall'Italia quando la Cassazione avrebbe dovuto decidere sulle sue condanne per concorso esterno in associazione mafiosa? 

«Mi hanno assolto con formula piena. E per inciso non avrei mai abbandonato i miei figli, sia chiaro». 

 

Ricorda quando l'hanno arrestata? 

«È stato un poliziotto a un posto di blocco. Gli ho dato i documenti, l'ho visto smanettare sullo smartphone e mi ha mostrato un video di me alla Camera dei Deputati. Ero lì in veste di rappresentante delle piccole e medie imprese. Mi ha detto: "Ti ha mandato il governo italiano, sei una spia". La prima notte ho dormito seduto su una sedia con la faccia contro il muro». 

 

ALBERTO TRENTINI

Ora torna in Italia dove ha alcuni processi aperti. È preoccupato? 

«Li affronterò, ma ora penso solo ai miei ragazzi. Sono loro che mi hanno dato la forza di sopravvivere a quell'inferno». 

Sua figlia Gianna ha detto che non la lascerà più partire. 

«L'unico viaggio in programma è quello di ritorno a Torino». 

 

(…)

 

2 - BURLÒ "IN QUELLA PRIGIONE HO RISCHIATO DI IMPAZZIRE DICEVANO CHE ERO UNA SPIA" 

Giada Lo Porto per “la Repubblica” - Estratti

 

A Torino molti pensavano che Mario Burlò, l'imprenditore rilasciato dopo quattordici mesi di prigionia nel carcere El Rodeo in Venezuela, fosse in fuga dai processi in Italia e dalle possibili condanne: una per vicinanza alla ‘ndrangheta – poi svanita con l'assoluzione in Cassazione quando di lui non si avevano più tracce – e diversi processi per questioni fiscali. Lui, dopo la liberazione e l'arrivo a Ciampino dove lo hanno raggiunto i figli Gianna e Corrado e il suo legale Maurizio Basile, respinge quelle che chiama «maldicenze» riguardo la sua presenza a Caracas. E racconta a Repubblica l'incubo in un carcere «peggiore di Alcatraz, anche se in quel caso l'ho visto solo dai documentari». 

 

Nella sua città d'origine, Torino, molti non credevano alla sua detenzione e anzi da più parti si sospettava che fosse fuggito via dalla giustizia italiana. Come risponde? 

MARIO BURLO

«Guardi, non avrei mai lasciato i miei figli o rischiato di perderli per una condanna da tre o quattro anni di carcere, solo un pazzo avrebbe fatto una cosa del genere. Io sono un padre che ama i ragazzi che ha messo al mondo. Ho sempre dichiarato la mia innocenza e ne ero sicuro al 100 per cento: infatti la Cassazione mi ha assolto con formula piena dall'accusa più grave di concorso esterno». 

 

Ma lei che ci faceva in Venezuela? 

«Ero andato lì per lavoro, dovevo discutere di attività legate all'igiene. In pratica dovevo avviare un'impresa di pulizia tramite la quale vendere detergenti superconcentrati». 

 

Quando l'hanno bloccata? 

«Subito, alla frontiera». 

 

Con quale accusa? 

«Mi hanno chiesto i documenti e hanno cercato il mio nome su Internet, c'erano due video che a detta loro mi incriminavano». 

 

Quali? 

«Un video del processo Carminius (una delle più grandi operazioni contro la 'ndrangheta in Piemonte, ndr) e un altro risalente a quando ero presidente dell'Unione nazionale imprenditori e parlavo alla Camera dei Deputati». 

 

L'hanno scambiata per una spia? 

«I poliziotti mi hanno detto: "Lei è stato mandato dal governo italiano per venire qui e fare cadere il governo di Maduro". Fra l'altro quel video è servito per incarcerare me e altri 500 detenuti». 

 

La sua reazione? 

«Ho detto di chiamare subito un interprete perché non ci stavamo capendo». 

 

Poi cos'è accaduto? 

«Sono finito in una cella di quattro metri per due, con due lastroni di cemento dove appoggiavi i materassi, fra gli scarafaggi. In fondo c'era una latrina dove facevi i bisogni. Le guardie passavano due volte al giorno con un tubo d'acqua per disinfettarla». 

MARIO BURLO

 

Il momento più difficile? 

«Avevo paura che entrassero in cella e mi ammazzassero. Ogni giorno rivivevo l'incubo: non poter sentire i miei figli e dire loro che stavo bene, che ero vivo. Ho temuto di morire senza riabbracciarli». 

 

Le hanno fatto del male? 

«Nessuna violenza fisica, ma isolamento totale: senza diritto di difesa, senza un avvocato. È stato un sequestro di persona». 

 

Come passava le giornate? 

«C'erano tre libri in tutto il carcere. 

Rischiavamo di impazzire. Quindi camminavo per la cella, facevo esercizi fisici, addominali, flessioni: infatti ho perso 30 chili». 

 

Con Trentini avete stretto amicizia? 

«Siamo in buoni rapporti». 

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