1. CHI È PIÙ “FIGHETTO” TRA RENZI, CIVATI, ALESSANDRA MORETTI, ORFINI E SERRACCHIANI? 2. ESSÌ, DOPO I GIOVANI TURCHI E I “ROTTAMATORI”, DOPO I VELTRONIANI E I DALEMIANI, DOPO I TEO-DEM E GLI OCCUPYPD, ORA ABBIAMO ANCHE I “FIGHI”. BATTEZZATA DA LETTAENRICO STESSO, LA NUOVA CORRENTE DEL PD, TRASVERSALE AGLI SCHIERAMENTI TRADIZIONALI E’ DESTINATA A FAR MOLTO PARLARE DI SÉ NEI MESI CHE CI SEPARANO DAL CONGRESSO 3. MA IL MIGLIORE FIGO, IL PREMIER LO HA ACCANTO: È FRANCESCHINI, COSÌ FIGHETTO DA SOPRAVVIVERE ANCHE AL PROSSIMO GOVERNO: PERCHÉ IL FIGO, SI SA, SE LA CAVA SEMPRE 4. USANO TUTTI LA STESSA TECNICA: SI DICHIARANO SUBITO IN DISSENSO, CONQUISTANO UN'INTERVISTA AL CORRIERE O A REPUBBLICA, DOPODICHÉ SI DISINTERESSANO DELLA QUESTIONE E VANNO IN CERCA DI UNA NUOVA OCCASIONE PER “FARE IL FIGO”

1 - QUEI FIGHETTI DELLA SINISTRA TUTTI GIUBBOTTI E SGOMITATE
Fabrizio Rondolino per "Il Giornale"

E così, dopo i Giovani turchi e i «rottamatori», dopo i veltroniani e i dalemiani, dopo i teo-dem e gli OccupyPd, ora abbiamo anche i «fighi». La nuova corrente del Pd, trasversale agli schieramenti tradizionali e destinata a far molto parlare di sé nei mesi che ci separano dal congresso, è stata battezzata dal presidente del Consiglio in persona.

Mercoledì scorso Enrico Letta, forse stanco di vedere il suo governo bersagliato ogni giorno proprio dal Pd, ha aperto il fuoco - pacatamente, com'è suo costume - all'assemblea del suo gruppo parlamentare: «Basta giocare a fare finta, a darsi un tono su Twitter, a cercare l'applauso facile, a fare i fighi». Vediamo di capire meglio.

Tanto per cominciare: fighi o fighetti? I giornali si sono divisi nell'interpretazione, ma Letta ha parlato chiaro. Nel mirino non ci sono i «fighetti» - fra i quali, secondo alcune malelingue democratiche, rientrerebbe anche il presidente del Consiglio - ma quelli che «fanno i fighi», cioè che si danno un tono, che sgomitano per comparire, che prendono continuamente le distanze per mettersi in mostra, che la sparano grossa, che non s'azzittano mai, che lavorano soltanto per se stessi in perenne ricerca dell'«applauso facile».

Difficile non pensare a Matteo Renzi: così, almeno, lo dipingono da tempo i dirigenti del correntone bersaniano. Per loro il sindaco di Firenze è un provocatore in servizio permanente effettivo, e ogni sua presa di posizione, soprattutto quando gradita all'opinione pubblica, viene irrimediabilmente etichettata come prova di esibizionismo e becera ricerca del consenso. È stato così con il finanziamento pubblico ai partiti, con la politica economica del governo, con la sospensione dei lavori parlamentari chiesta dal Pdl: il Pd ogni volta ha detto una cosa, e Renzi un'altra.

Meglio fighi che sciacalli, ad ogni modo. Proprio in occasione dello scontro sul blocco del Parlamento, un paio di settimane fa, Orfini chiamò «sciacalli» i renziani che s'erano opposti alla richiesta di Berlusconi. I renziani s'infuriarono e scrissero una lettera indignata a Epifani, Orfini replicò sottolineando che si trattava non di un insulto, ma di «un giudizio politico». Insomma: anche a Orfini, ogni tanto, piace fare il figo: come quella volta che, entrato da poco a Montecitorio, chiese invano di avere per sé lo scranno che fu di Togliatti.

Un figo di professione è senz'altro Pippo Civati, che ha votato contro la fiducia al governo, sogna un esecutivo con Grillo e si è candidato alla segreteria del Pd. Migliorista in tenera età, Civati è salito alle cronache nazionali come spalla di Renzi, da cui si è poi allontanato per una felice carriera solista che oggi lo colloca al polo opposto. Più a sinistra di lui, infatti, c'è soltanto Laura Puppato, oscura dirigente locale del Pd divenuta, a forza di dissentire, la reginetta dei talk show che piacciono alla gente che piace.

Entrambi - come del resto anche il senatore ed ex pm Casson, l'eroe dell'ineleggibilità di Berlusconi - usano una tecnica simile: si dichiarano subito in dissenso, conquistano un'intervista al Corriere o a Repubblica, dopodiché si disinteressano della questione e vanno in cerca di una nuova occasione per «fare il figo».

Distinguersi per esistere è un segno evidente della crisi democrat, perché dimostra come il partito, in quanto tale, non sia più percepito come un ancoraggio sicuro che determina le carriere, lo status, il prestigio, ma, al contrario, sia ormai una zattera di naufraghi, o una zavorra che impiomba le carriere e appanna l'immagine. In quale altro partito la portavoce del segretario nazionale si permetterebbe di disobbedire nell'elezione del presidente della Repubblica? Eppure Alessandra Moretti, per «fare la figa» e guadagnarsi un invito in tv, ha allegramente twittato che mai e poi mai avrebbe votato Marini al Quirinale, in barba agli accordi presi dal suo principale.

Sputare nel piatto in cui si continua a mangiare è un'attività piuttosto diffusa nella corrente dei «fighi», e non fa eccezione la neogovernatrice del Friuli. Mesta e lamentosa, Debora Serracchiani fa dell'antidivismo la chiave del suo successo e per colpire il Pd si trincera dietro un buonsenso da Bar Sport: tanto che si fatica a capire se, come dicono a Roma, ci fa o ci è. «Ultimamente tiriamo il sasso e nascondiamo la mano» è la sua ultima perla di saggezza: il riferimento è all'alleanza con il Pdl, ma ha il pregio, come i foglietti dei Baci Perugina, di funzionare sempre.

Francesco Boccia, lettiano di ferro e sposo felice di una ministra del Pdl, ha invece deciso di fare il figo difendendo ogni giorno il governo, a prescindere: nel coro assordante di critiche, è un buon modo per farsi notare. Figo di tutt'altra tempra è Dario Franceschini: ha scritto romanzi, si è fidanzato con una giovane e promettente dirigente di partito, s'è fatto crescere una barba vagamente castrista. L'effetto total makeover si è esaurito presto, ma il neoministro non per questo ha rinunciato ai suoi progetti: oggi (moderatamente) antirenziano, si confermerà abbastanza figo da sopravvivere anche al prossimo cambio di maggioranza. Perché il figo, si sa, se la cava sempre.

2 - IL FIGHETTO DEM
SDM per "il Foglio"

E' quasi peggio dell'accusa - che piove da destra, che piove da sinistra - di essere dei radical chic. L'ha buttata lì Enrico Letta, nella sua lavata di capo ai deputati del Pd: "Basta fare i fighetti, cercare l'applauso individuale con un tweet o su Facebook non basta più". La figura del Compagno Fighetto comincia ad avere una sua stabile presenza, nella quotidiana ammuina del teatrino democratico - tant'è che pure il povero Bersani, pochi giorni prima di sprofondare, quasi disperato invocava i suoi: "E spegnete 'sti telefonini ogni tanto! La politica non si fa a colpi di tweet e di sms!".

E identica disperazione s'ode adesso nelle parole di Letta - che pure, di suo, a un tweet quando può non si sottrae. Fare l'eletto e fare insieme il figo, oh che bel mestiere!, soffiare aria, praticare una sorta di pedante scanzonatura. Perenne segnalarsi, costante presentarsi, traboccante differenziarsi: un po' splendore di pavoni, un po' goffaggine di tacchini.

E', il figo a caratura democratica, sorta di neo yuppies politicamente corretto - mica "bottiglia nel secchiello / e delle donne appariscenti", come decenni fa si cantava e si sfotteva (Luca Barbarossa, "Yuppies"), ci mancherebbe altro, ma un po', ecco, "fanno passi da giganti / nei debutti in società / sempre pronti ad ogni avvenimento" - questo sì. Hanno l'hashtag facile, il tweet sempre in canna, l'essemmesse volante, lo sguardo imbronciato, il piedino imperioso, la favella lesta: più del pensiero a volte lesta, pare voler dire Letta, che rischia di schiantarsi politicamente tra una posa e una comparsata.

Quasi a sostegno (anzi, a preciso sostegno) dell'analisi politico-sociologica del premier, ecco accorrere dalle pagine del Fatto addirittura Jerry Calà - riconosciuta autorità in materia di fighi e fighetti, quale protagonista, insieme a Diego Abatantuono, di una superlativa pietra miliare come "I fichissimi", e pertanto dall'intervistatore Andrea Scanzi presentato così: "Tra i molti misteri degli anni Ottanta, c'era quello di vedere Jerry Calà nella parte del gran figo".

Quindi autorità pratica, oltre che autorità teorica. E di come il Figo possa generare, a distanza di decenni, il Fighetto lettiano, ecco Calà che si avventura in una rivalutazione di quegli anni Ottanta (quando per la verità lo yuppy al figo ombra faceva), "se questo decennio avesse metà dell'entusiasmo che avevamo noi, non vivremmo i problemi che abbiamo", la denuncia della sottovalutazione critica del suo film "Vita Smeralda", vabbè, l'approdo all'analisi politica di oggi: "Sono un po' di sinistra e un po' di destra, come questo governo", dice. Così libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi, per il Nipote premier?

Macché. "Mi piace Renzi: se la sinistra avesse scelto lui, non avremmo vissuto quel teatrino ridicolo dopo il voto". Ora, chissà se Enrico pure a Matteo pensasse - fichissimo non poco, c'è da dire, con il giubbino da Fonzie sulle pagine di Chi - quando ha scagliato il suo anatema sul Fighetto Dem intemperante e vociante sull'orlo del baratro nazionale, "se falliamo saremo travolti tutti insieme e con noi l'Italia", ma la presa di posizione di Calà, direttamente dal fronte padellariano, è insieme ammonimento e Cassazione.

ESISTE ANCHE IL FIGHETTO VENDOLIANO
Resta che il fighettismo, quale malattia infantile prima del bersanismo e poi dell'epifanismo, pare ormai saldamente piantato al centro della scena politica giornaliera. Incerta la via congressuale, indeterminata la verità politica, è nella vanità del Fighetto che tanta della politica a sinistra - anche ben più a sinistra del Pd: allora si muta nello spin-off del Fighetto Left dal vendoliano periodare - si consacra e si smarrisce: ché a destra, casomai, più il tamarrismo che il fighettismo affanna.

Caratteristica del Fighetto Dem è l'autocertificata indispensabilità: né tira avanti il mondo, dovesse mai esso sparire dalla scena, né soprattutto sa come tirare avanti la sua giornata, se non si ritrova al centro (pure a tre quarti: il Fighetto è risoluto ma accontentabile, choosy ma mediaticamente satollabile) della stessa. Il saggio e barboso ammonimento gramsciano, "studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza", si è mutato, per ragione e disperazione, per opportunità e rassegnazione, in un "mostratevi, perché avremo bisogno di tutti i vostri hashtag".

Letta, gran cultore delle virtù del Subbuteo, potrebbe fornire ai suoi Fighetti Dem opportuna formulazione zemaniana per darsi almeno una regolata: 4-3-3, all'attacco, ma adelante con juicio. Quattro tweet, tre hashtag e tre quarti d'ora al giorno su Facebook: poi stop, e dritti al lavoro e alla lotta.

3 - DA CIVATI A PUPPATO, LA RIVOLTA DEI «FIGHI» EVOCATI DA LETTA
Fabrizio Roncone per "il Corriere della Sera"

Il premier Enrico Letta, l'altra sera, all'assemblea del gruppo pd di Montecitorio (accigliato, con tono di voce grave, ruvido, e ricorrendo a un linguaggio per lui piuttosto inconsueto).
«Non c'è alternativa a questa maggioranza, e nemmeno il voto, lo è. Perciò basta fare i "fighi": cercare l'applauso individuale con un tweet o su Facebook non basta più. Se falliamo saremo travolti tutti insieme. E, con noi, l'Italia».

Ieri mattina, titoloni sui giornali e, subito, l'inevitabile giochino: chi sono i «fighi» del Pd a cui allude Letta?
Proviamo a tracciare un identikit. Il «fighetto» piddino è molto presente sui social network, cinguetta con puntualità, e ciò che scrive su Face è poi anche ciò che ripete quando viene invitato in uno dei tanti contenitori televisivi dove si ragiona di politica. E cosa dice il «fighetto» quando sta lì, alla tivù? Critica il proprio partito, polemizza con il Pdl, rintuzza il premier, graffia le larghe intese. I conduttori non lo interrompono e, anzi, di solito, gongolano.

Qui bisogna parlare subito con Pippo Civati (37 anni, da Monza: un inizio da «rottamatore» con Matteo Renzi, poi da solo, ma sempre controcorrente; anche in Transatlantico, dove passeggia con sguardo torvo, come tormentato da riflessioni profonde).

Lui, prontissimo.
«Beh, sì, certo: mi sembra chiaro che Letta alludesse a me, a Renzi... insomma a chi non è allineato...».

Prosegua, onorevole.
«Sono giorni che noi dissidenti subiamo attacchi durissimi. Prima Franceschini, poi Stefano Esposito... speravo che Letta non si accodasse. E invece, anche lui...».

Anche lui, cosa?
«Un prepotente. Perché no, dico: usare certi toni antipatici nei confronti delle minoranze mentre fai il premier e hai tutto il gruppo dirigente del Pd, Renzi a parte, al tuo fianco. Dai, su: ma come si fa?».

Cioè, i «fighetti» sarebbero la minoranza del Pd?
«Nel partito c'è gente che le cosiddette "larghe intese" se le immaginava in un altro modo, che non ha paura di sottolineare certi equivoci del Pdl, che sulla legge elettorale e sull'Imu vorrebbe sentire discorsi diversi, che su un fatto gravissimo come quello che ha coinvolto Alfano avrebbe preferito un atteggiamento più serio... Non so se siamo "fighetti" o dissidenti o semplice minoranza: ma certo vorremmo essere rispettati».

Dovendo fare un piccolo elenco di «fighetti» dissidenti...
«I sovversivi del Pd si chiamano Renzi, Casson,Tocci, Puppato...».

Certo, Laura Puppato. La senatrice che va alla tivù e molla sberle con quel suo sorriso sarcastico. La Puppato, sì.
«Mah... i "fighetti" sono quelli che passano da un salotto all'altro, e magari li conosce bene Letta, non certo io. Io lavoro dieci ore al giorno in Parlamento e poi vado alle feste del partito: stasera a Fiumicino, domani in Toscana... E lì dico quello che penso su questo governo».

E prende applausi, vero?
«Sì, e tanti».

Letta allora si riferiva anche a lei.
«Guardi, il mio dissenso è sempre motivato. Purtroppo sa qual è il ragionamento di Letta, no?».

Lo dica lei...
«Lui dice: l'unico governo possibile è questo, discutere è tempo perso, tante vale ingoiare i rospi senza fare gli schizzinosi... Per fortuna, però, un giorno io, un altro Civati, un altro ancora Renzi, alziamo il ditino e...».

L'onorevole Simona Bonafé (40 anni, da Varese) è stata la portavoce di Renzi nelle primarie di un anno fa: va in tivù spesso, ed è rapida, tignosa, sempre piuttosto propensa ad essere severa con l'attuale governo.
Identikit perfetto per non piacere a Letta.
«Vuole la verità?» (ironica il giusto)

Sempre, la verità.
«Io non mi sento una dissidente».

Però viene percepita un po' così.
«Percezione sbagliata: io, infatti, non critico l'azione del governo per provocarne la caduta. Io, al contrario, cerco di dare una spinta propositiva».

Se Letta la legge, stavolta s'innervosisce davvero.
«Ma no! Sono sincera, mi creda...».

La Bonafé non sembra una dissidente «fighetta». Parla, dice, ci mette la faccia. Un altro così è Matteo Orfini (studi politici dal maestro D'Alema). Potrà non stare simpaticissimo a qualcuno, ma quando i suoi colleghi di partito uscivano dal cinema Capranica cercando a passi svelti la penombra dei vicoli di Roma - erano i giorni drammatici in cui non si riusciva ad eleggere il capo dello Stato - lui, Orfini, era tra i pochi a fermarsi davanti alle telecamere, e a dire magari cose scomode.

Figurarsi se adesso ha paura di essere definito un «fighetto».
«A Letta risponderò in direzione. Dirò in quella sede cosa penso di lui e dell'azione di questo governo».

 

 

 

RONDOLINOENRICO LETTA MATTEO RENZI FIRMA AUTOGRAFI MATTEO ORFINI Renzi epifanipippo-civatiLaura Puppato FELICE CASSON moretti alessandra alessandra moretti x serracchiani default RENZI SERRACCHIANI FC ACB Dario Franceschini Marco Miccoli DARIO FRANCESCHINI JERRY CALA jpegJERRY CALA NICHI VENDOLANIKI VENDOLA

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