ERDOGAN, IL PRIMO CAPITALISTA CHE SOGNA DI DIVENTARE UN SULTANO

Gigi Riva per "l'Espresso"

Con tutto il rispetto per i 600 alberi del Gezi park di Istanbul, è la pianta della democrazia quella che una variegata opposizione sta cercando di salvare nel "giugno turco" non solo climaticamente diverso da quelle "primavere arabe" a cui troppo frettolosamente è stato apparentato. La Turchia è musulmana ma non araba, anzitutto.

Soprattutto, la Turchia ha una radice laica lacerata ma non essiccata che ora si prende la sua rivincita e trova coraggio, dopo undici anni di strapotere del partito islamico (Akp) di Recep Tayyip Erdogan, aggrappandosi alla nuova linfa che arriva da un movimento trasversale, giovane, inedito, della "società civile" come ci piace dire in Occidente.

Davanti a un piano urbanistico, imposto dall'alto e con arroganza, che stravolge il centro cosmopolita della metropoli sul Bosforo, da piazza Taksim al parco Gezi, dapprima sono stati i comitati ambientalisti a organizzare la protesta. Una faccenda da circoscrizione municipale si è presto saldata con i malumori troppo a lungo repressi di una fetta di popolazione, in maggioranza urbana, nutrita dal laicismo di Stato del fondatore della patria moderna Mustafa Kemal Ataturk, figura accantonata dai nuovi padroni del Paese in favore di un neo-ottomanesimo i cui riferimenti sono i sultani che fecero grande la Sublime Porta.

Il primo Erdogan ha giocato con freno e acceleratore, rallentando astutamente i rimandi agli antenati imperiali quando il Paese non era, dal suo punto di vista, "pronto", salvo dilagare dopo le elezioni del giugno 2011, quando ottenuta la maggioranza assoluta di oltre il 50 per cento di voti, ha gettato la maschera e pensato di poter regnare come un Sultano del Ventunesimo secolo, imponendo l'invadenza di uno Stato ispirato dalla religione nella vita privata di cittadini che, almeno nelle grandi metropoli e lungo la costa contaminata dal turismo, mal sopportano di diventare sudditi.

La nuova legge anti-alcol firmata lunedì 10 giugno dal presidente della Repubblica Abdullah Gul è solo l'ultima norma nella direzione di un islamismo pervasivo che limita alcune libertà acquisite. Prevede che non si possano vendere alcolici dalle 22 alle 6 del mattino, che non lo si possa fare comunque e mai entro i cento metri di distanza da scuole, dormitori per studenti, moschee, che le bottiglie incriminate non possano trovare posto nelle vetrine.

Arriva dopo la reintroduzione del velo femminile negli uffici pubblici, l'invenzione di un ministero per gli Affari religiosi dedicato ai musulmani, la riapertura di scuole religiose per i bambini, i corsi aggiuntivi sulla vita del profeta Maometto e sul Corano. Per non dire della campagna contro le effusioni tra innamorati nei luoghi pubblici, le divise caste imposte alle hostess della Turkish Airlines, con gonne ampie sotto il ginocchio e tessuti in stile ottomano, le norme più restrittive sull'aborto vagheggiate dai parlamentari della maggioranza.

Il tutto si aggiunge alle profonde revisioni costituzionali che hanno, di fatto, limitato le prerogative dell'apparato giudiziario e delle forze armate (vere garanti del laicismo), in un equilibrio dei poteri ormai perduto e sbilanciato in favore di quello esecutivo. Le patrie galere ospitano il 20 per cento dei generali, accusati a vario titolo e coi loro sottoposti di tentativi di colpo di Stato contro l'Akp (golpe che in effetti ci sono stati ma fino agli anni Ottanta quando l'esercito dovette intervenire per preservare le prerogative della Costituzione).

Nulla sembrava poter fermare Erdogan, preso da un delirio da padrone della patria, stretto parente del gigantismo con cui vorrebbe trasformare l'Istanbul di cui fu sindaco negli anni Novanta.

Il centro commerciale al parco Gezi è un'inezia se lo si confronta con la monumentale moschea in costruzione sulla collina di Camlica, una delle poche aree verdi rimaste, 15 mila metri quadrati e un enorme parcheggio per i fedeli, visibile da ogni angolo e coi minareti più alti del mondo, in una metropoli già punteggiata dai luoghi sacri, l'ultimo inaugurato l'anno scorso e intitolato all'architetto Mimar Sinan, autore di tutte le più belle costruzioni ottomane.

Poi il terzo aeroporto per 100 milioni di passeggeri, un canale artificiale tra il mar di Marmara e il Mar Nero lungo 45 chilometri dove dirottare il traffico delle petroliere, già battezzato come "progetto magnifico e folle" dallo stesso Erdogan e ora nella fase delle gare d'appalto. Infine la distruzione programmata di un terzo delle case, le più fatiscenti.

L'insieme della rivoluzione urbanistica in nome di una candidatura alle Olimpiadi del 2020 che i disordini rischiano di allontanare e, nel sottotesto, la voglia di essere ricordato nei secoli come l'uomo che cambiò il volto alla città.

La tracotanza, l'eccesso, rischiano di costargli caro ora che è stato costretto a constatare che sultani non si diventa, almeno non qui, non adesso, se le sue sparate contro i "terroristi" in piazza e i social network, i blindati, i gas lacrimogeni e gli idranti non fermano il dilagare del malcontento. E se i sondaggi lo puniscono e gli accreditano il 38,5 per cento (superava il 50) mentre cresce il kemalista Partito repubblicano del popolo (31,8) di Kemal Kiliçdaroglu, il primo a schierare gli attivisti a piazza Taksim e che vede rinvigorire le sue fila dagli ex sfiduciati militari, giudici, dipendenti pubblici che avevano perso la speranza.

Sarebbe tuttavia un errore di prospettiva immaginare che piazza Taksim, o la capitale Ankara, o l'Antalya dei Club Med (dove il sindaco si è rifiutato di dare l'acqua agli idranti della polizia) siano rappresentative della Turchia tutta. Perché esistono al minimo due Turchie. Quella urbana, filo-occidentale, aperta al mondo e ai forestieri. E quella rurale dove Ataturk non attecchì mai del tutto e dove resistono tradizioni secolari.

Nell'Anatolia profonda non si trova una birra nei bar da molto prima del divieto, il velo è un'identità remota e Erdogan il campione contro la secolarizzazione. Nei quartieri periferici della stessa Istanbul asiatica, gli inurbati recenti dalle terre contadine impongono la Sharia in piccole "Repubbliche di quartiere" di ispirazione islamista.

L'arretratezza delle aree anatoliche spaventa anche il governo se ha varato un piano per dare ulteriore impulso a un'economia che è stata denominata, con felice neologismo, "capitalislam". L'altopiano è stato diviso in sei fasce a seconda del grado di sviluppo. Più sono indietro e più gli imprenditori che ci andranno a investire potranno contare su benefici fiscali e su un piano di infrastrutture che prevede aeroporti e autostrade per facilitare le comunicazioni.

Sarebbe il salto decisivo per un Paese dove, va riconosciuto a merito di Erdogan, negli ultimi dieci anni il reddito medio pro capite è passato da 3.500 a 10.500 dollari, il tasso di disoccupazione è sceso al 9 per cento dal 14 e la produzione industriale ha fatto segnare l'anno scorso un incremento del 13 per cento: ritmi cinesi alle porte dell'Europa.

Sono questi i successi che Erdogan può sbattere in faccia all'opposizione e alla comunità internazionale. Unitamente all'obiettivo proclamato di fare della Turchia la decima potenza economica mondiale entro il 2023, centenario della fondazione della Repubblica. E ciò nonostante siano già nate le prime perplessità per un'inflazione alta (9 per cento), per un marcato disavanzo nella bilancia commerciale (la Turchia importa per 217 miliardi di dollari ed esporta per 140) e per un indebitamento delle famiglie in aumento.

Se sia o meno la fine della festa, come sostengono i pessimisti, i giorni del Gezi park dicono comunque che nemmeno la pancia piena è un ingrediente sufficiente per placare l'ansia di altri diritti, magari meno prosaici ma fondamentali. Si è perdonato troppo, sinora, a Erdogan.

Il suo sicuro ancoraggio alla Nato, il ruolo che può giocare in Medio Oriente, l'esempio che poteva dare ai Paesi arabi affinché prendessero una svolta moderata, sono stati il salvacondotto che gli ha permesso, in casa propria, di segnare il record di giornalisti in galera (un centinaio nell'ultimo anno), stessa sorte che hanno i vignettisti quando si occupano di sesso, alcol e islam, per non dire delle restrizioni dei programmi tv se un canale è stato persino multato per una puntata dei "Simpson" giudicata blasfema. Carceri, diritti umani violati, minoranza curda, sono gli altri temi che allontanano Ankara dagli standard necessari per raggiungere quell'Unione europea che un tempo era un obiettivo.

Forse non lo è più per lo stesso Erdogan, peraltro buon amico di Silvio Berlusconi. L'uomo, 59 anni, prima dell'irresistibile ascesa fu incarcerato nel 1998 per incitamento all'odio religioso quando declamò in pubblico i versi del poeta Ziya Gokalp: «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati». Poi la svolta moderata, ci si chiede quanto tattica.

Il suo consigliere principale è quell'Ahmet Davutoglu, 54 anni, già professore universitario, dal 2009 anche ministro degli Esteri, che nel 2003 scrisse un libro considerato la Bibbia degli islamici turchi. Il titolo: "Profondità strategica". Il concetto: Istanbul faro della vasta area mediorientale, come già fu nel passato, e capitale che conta nel mondo grazie allo slogan "nessun problema con i vicini".

Un Paese, insomma, che guarda alla sua tradizionale area d'influenza e perciò si volta verso Oriente per una politica definita, appunto, neo-ottomana. Erdogan consulta Davutoglu frequentemente. Gli sarà prezioso nella battaglia che si profila nel 2014 contro l'attuale presidente della Repubblica Abdullah Gul, un moderato del suo stesso partito, per la più alta carica.

Il progetto del sultano in fondo è chiaro. Cambiare la Costituzione (un'altra volta) in segno presidenzialista, occupare la poltrona di Capo dello Stato e regnare il più a lungo possibile. In un Paese addormentato dal nazionalismo dei risultati e dal "capitalislam" gli sarebbe persino riuscito il gioco. Ora che, a Gazi park, il treno ha fischiato,

 

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