UN PICCONATORE DI NOME ZANDA: DAL CASO MORO AL CAV.

Paolo Guzzanti per "Il Giornale"

Ha una faccia da impunito, ma simpatica. O, almeno, a me è simpatico. Ma è quell'aria da impunito, appena un filo di sorriso beffardo che non gli si scolla mai forse perché è nato, cresciuto e vissuto nel ventre di vacca del potere tramandato come un titolo nobiliare, senza far altro che seguire il cursus honorum che la nomenklatura gli ha riservato. Questo spiega probabilmente la sua voglia non di combattere e vincere, ma se possibile di ammazzare (in senso politico), di azzoppare (sempre in senso politico), di ammanettare (in tutti i sensi) Berlusconi votandone appena possibile l'ineleggibilità.

Zanda, essendo nato patrizio in una società divisa in caste, vede in Berlusconi ciò che più detesta: l'homo novus che si è fatto dal nulla e che dopo il successo imprenditoriale si è anche permesso di conquistare e mantenere per vent'anni la leadership di una larga parte degli italiani. Come puoi contrastare una leadership naturale riconfermata ad ogni elezione? L'unica risposta è: accoppando il leader. E l'ultima trovata è dichiarare Berlusconi non eleggibile, liquidando con un colpo alla nuca milioni di elettori italiani che non vogliono i post comunisti al potere.

Come ho detto, Luigi Zanda nasce in un alveo patrizio, come i Kennedy o il circolo degli Scipioni della Roma repubblicana. Suo padre, Efisio Zanda Loy, era un uomo politicamente importantissimo come capo della polizia di Stato, specialmente nella dura e torbida stagione del terrorismo. Luigi, uomo peraltro intelligentissimo, fece una carriera fulminante fin da neolaureato: uffici legali dell'Iri, consulente del ministero per la riforma della Pubblica amministrazione, presidente del Consorzio Venezia Nuova, presidente e amministratore delegato dell'Agenzia per il Giubileo per un quinquennio, presidente della Quadriennale di Roma e della Fondazione Palaexpo, consigliere d'amministrazione della Rai in quota Margherita.

Infine il trionfale ingresso in politica: traggo dal Catalogo dei viventi di Giorgio Dell'Arti e Massimo Parrini, editore Marsilio: «Alle elezioni suppletive per il Senato del 23 giugno 2003 (convocate nel collegio di Frascati per la morte del senatore Severino Lavagnini) si presentò senza avversario, dato che la Casa delle libertà non raccolse firme sufficienti a candidare Francesco Aracri (An). Risultò quindi eletto col cento per cento dei suffragi, ma con la più bassa percentuale di partecipazione al voto dell'intera storia repubblicana: il 6,47%».

Ma alla sua biografia mancano i due pezzi migliori: quello di segretario e portavoce di Francesco Cossiga ministro degli Interni e poi presidente del Consiglio. E quello di consigliere e poi di vicepresidente del Gruppo Espresso, quotidiano La Repubblica incluso. Sono stato amico di Cossiga, avendolo difeso con le unghie e con i denti quando sul «picconatore» pendeva una taglia, o una fatwa, lanciata proprio da Repubblica e dall'Espresso, in forza della quale il presidente della Repubblica temeva realisticamente di essere prelevato con la forza, caricato su un'ambulanza, chiuso in un sanatorio e sostituito da un comitato provvisorio di barbe bianche che lo avrebbe sostituito.

Zanda, come ho detto, fu prima il più stretto collaboratore di Cossiga e poi di Repubblica. Senza provare imbarazzo. E oggi è nel Pd, appena eletto capogruppo, carica che gli consente di dichiarare con tono politicamente minaccioso di essere pronto a votare l'ineleggibilità di Silvio Berlusconi. Io spero che sia chiaro a tutti, compresi coloro che si sentono avversari totali di Berlusconi, che questo proposito rivela la pochezza di una nomenklatura che non sapendo liquidare politicamente un avversario, sogna - com'è nella tradizione della casa - il solito anche se simbolico colpo alla nuca.

Ma poi c'è qualcos'altro da dire sull'astuto Zanda. Non ha mai voluto dire una sola parola di quel che dovrebbe sapere, o almeno immaginare, sulla vicenda più turpe e losca della storia repubblicana: l'azione di un commando militare a via Fani, la cattura, l'interrogatorio e la soppressione di Aldo Moro. Quella storia e quelle povere vittime non trovano pace. Ebbene, Cossiga con cui concordavo quasi su tutto, aveva però una zona grigia, o se preferite un buco nero.

Lui solo sapeva quel che realmente accadde con l'affaire Moro e quel che fu fatto anche di inconfessabile e inconfessato per tentare di salvare la vita al leader democristiano. Posso dire, da ex presidente di una Commissione bicamerale d'inchiesta sulla quale fu calato il sipario della censura, che è dimostrato, per dichiarazione del procuratore generale di Budapest nel 2006 di fronte a me ed altri commissari, che molti uomini delle Br erano a libro paga e sotto comando militare del Kgb e della Stasi, inquadrati nell'organizzazione Separat del terrorista Carlos oggi all'ergastolo a Parigi.

Ebbene, sconfitte militarmente le Brigate rosse italiane, Cossiga si votò ad una vita da frate confessore in tutte le carceri italiane per concordare una «verità storica» del tutto falsa, in grazia della quale fu imposto agli italiani di credere che i brigatisti erano un prodotto doc italiano. Tutti si lasciarono intimidire e nessuno ha il coraggio di dire perché fu ammazzato Moro.

Che c'entra Luigi Zanda? Ma come! È stato ogni giorno con Cossiga nei giorni peggiori del periodo terrorista, ha visto quello che gli altri non hanno potuto vedere, e l'unica cosa che ha da dire è: impediamo a Berlusconi di entrare in Parlamento? Suvvia, un po' di decoro!

 

ZANDA LUIGI LUIGI ZANDA LUIGI ZANDA ELISABETTA SPITZ - copyright Pizzipier luigi bersani PIERLUIGI BERSANI Aldo MoroCOSSIGA

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