landini

IL FIUTO DI LANDINI: SI VA VERSO UN PARTITO CGIL? - “LA TORSIONE POPULISTA DEL SINDACATO, NON A CASO PRECEDUTA DALL’ATTACCO AI “PARTITI” NEI GIORNI SCORSI, È UN MODO ANCHE PER NASCONDERE LA PROPRIA CRISI DI RAPPRESENTANZA IN QUELLA ALTRUI, MUTANDO PELLE: DA INTERPRETE DEL MONDO DEL LAVORO A INTERPRETE DELLA PROTESTA. SPAZIO CREATO ANCHE DALL’ASSENZA DI UNA SOGGETTIVITÀ POLITICA AUTENTICAMENTE LABURISTA E DALL’AFONIA DEL PD INCAPACE DI PRONUNCIARSI DI FRONTE ALLE PIAZZE DI OGGI…”

Alessandro De Angelis per https://www.huffingtonpost.it

 

SCIOPERO LANDINI

Con tutta la buona volontà, è assai complicato districarsi in questa guerra degli spin, perché è vero che c’è sempre stato uno scarto tra i dati sull’adesione allo sciopero forniti dalle imprese e quelli dei sindacati. Ma raramente si è vista una lotteria in cui, secondo i primi, ha partecipato il 5 per cento dei lavoratori e secondo gli altri quasi venti volte tanto, con picchi dell’80 o 100 per cento in alcune realtà. Bingo. E al vecchio cronista non può sfuggire come, nel trionfale elenco fornito dalle sigle sindacali, manchi il dato aggregato sulla percentuale complessiva del mondo del lavoro coinvolto, fornito ad esempio ai tempi del Jobs act.

 

mario draghi e maurizio landini

Insomma, è anche comprensibile il tentativo di raccontare una buona giornata come un trionfo, tuttavia il colpo d’occhio suggerisce una presenza assolutamente dignitosa, ma non corrispondente ai numeri, anche nella tensione emotiva perché mancava il totem, l’oggetto vero del conflitto come fu, ai tempi di Berlusconi, la “controriforma delle pensioni” o l’articolo 18. Bastava il titolo, prima ancora dei comizi di Landini e Bombardieri, a dare il senso di una operazione politica: “Sciopero per la giustizia”, sufficientemente generico per dare sfogo a un malessere reale, ma non una piattaforma commisurata a un risultato possibile.

 

LO SCIOPERO GENERALE DI CGIL E UIL

Ci sono state piazze belle, come Roma e Milano, normali come Bari e Palermo, ma non il blocco del paese. È certo un fatto politico una partecipazione trainata dagli operai, rispetto al fallimento della scuola di qualche giorno fa che segnala, in tempi del Covid, una sofferenza autentica, aumentata in tempi di pandemia, e suggerisce cautela nel suonare le fanfare dell’ottimismo sulla ripresa. Ma il racconto di giornata è uno iato tra presenza e risultati, reso ancor più clamoroso dallo spin sulla massiccia adesione.

 

maurizio landini a l'aria che tira 3

A Pajetta, che nel dopoguerra annunciò a Togliatti la presa della prefettura di Milano come dimostrazione di forza, il Migliore rispose: “Bene, e ora che te ne fai?”. Analoga domanda si può rivolgere oggi a Landini: una volta usata l’arma più potente che ha un sindacato per far valere le sue ragioni, quale risultato di merito è stato raggiunto? L’incontro sulle pensioni della prossima settimana era già in agenda, la manovra che ha non banali contenuti sociali resta come è, l’interlocuzione col governo è come prima, e la prova di forza non ha spostato equilibri.

 

In definitiva il risultato dello sciopero è una non banale presenza simbolica, che è fino a un certo punto il mestiere del sindacato, il cui compito è quello di raggiungere obiettivi, per quelli che si rappresentato, su piattaforme concrete. E nelle condizioni date perché poi è anche bizzarro l’essere tra i primi a sostenere la necessità del governo Draghi, per poi essere i primi ad aprire il conflitto senza tener conto dei rapporti di forza concreti nell’ambito del governo auspicato.

 

LO SCIOPERO GENERALE DI CGIL E UIL

Proprio il racconto di una adesione bulgara rende quella domanda ancora più pregnante, per l’oggi e per il dopo: se davvero il grosso del mondo del lavoro ha aderito (e non si capisce perché non sono andate in piazza un milione e mezzo di persone come ai tempi di Renzi), come si giustifica verso quel mondo la mancanza di risultati e quale è la prossima iniziativa di lotta, utilizzata l’arma più potente?

 

maurizio landini 1

L’assenza di un corredo di merito alla protesta è il vero fatto politico di giornata che attiene al tema di come si rappresenta il disagio e al ruolo che, nella crisi, gioca a interpretare il sindacato. La sua torsione populista, non a caso preceduta dall’attacco ai “partiti” nei giorni scorsi e da quel “piazze piene e urne vuote” pronunciato oggi, che è un modo anche per nascondere la propria crisi di rappresentanza in quella altrui, mutando pelle: da interprete del mondo del lavoro nell’ambito di una visione generale a interprete della protesta, che pur non facendo un partito, si presenta come un partito, parlando a nome di “tutti”, ma senza doversi misurare col problema del consenso.

il leader della cgil maurizio landini 3

 

Spazio creato anche dall’assenza di una soggettività politica autenticamente laburista e dall’afonia del Pd incapace di pronunciarsi di fronte alle piazze di oggi, in un senso o nell’altro, anche per rivendicare, di fronte a una rappresentazione artata di una manovra come lacrime e sangue, le buone ragioni che lo inducono a votarla.

 

È un ruolo non banale, anche nuovo rispetto alla tradizione della Cgil, quello scelto dal sindacato, e in questo c’è il “fiuto” movimentista di Landini. Dentro c’è una doppia scommessa: l’irreversibilità del collasso partitico, nel medio periodo, e l’aumento di intensità del malessere sociale che mira a rappresentare.

maurizio landini e nicola zingaretti

 

Il che è anche una scorciatoia rispetto alla seria crisi di rappresentanza del sindacato, perché lo sciopero vero e preoccupante lo hanno fatto – e i numeri sono in aumento – coloro che dopo la prima fase della pandemia hanno scelto di non tornare al lavoro, fatto che rompe il tradizionale concetto di cittadinanza su cui si è fondato l’avanzamento sociale e civile del paese. Però è un’operazione. Politica.

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