HOLLANDE E CAMERON ALLA GUERRA DELL’EUROBILANCIO - DOMANI A BRUXELLES INIZIA LA MARATONA: L’INGHILTERRA VUOLE TAGLIARE, LA FRANCIA NON CI PENSA NEMMENO - L’ITALIA? FARA’ QUELLO CHE DICE LA MERKEL (CHE FINGE DI FARE L’ARBITRO MA STA CON HOLLANDE) - INTANTO, RIESPLODE LO SCANDALO DELLA DOPPIA SEDE DEL PARLAMENTO EUROPEO - L’ESODO MENSILE VERSO STRASBURGO COSTA CIRCA 350 MILIONI DI EURO L’ANNO AI CITTADINI…

1 - HOLLANDE SFIDA LONDRA: NO ALL'UE À LA CARTE
Alberto Mattioli per "la Stampa"

Alla vigilia, l'Eliseo aveva fatto sapere che il discorso euroconvinto di François Hollande al Parlamento europeo in trasferta a Strasburgo, «non sarebbe stata la risposta» a quello euroscettico di David Cameron. Però ieri lo è proprio sembrata, con tanto di citazione: il Président proclama che non vuole «un'Europa à la carte».

Non è solo questione di massimi sistemi ma soprattutto di molti soldi. Domani inizia a Bruxelles la maratona negoziale per il bilancio 2014-2020 dell'Unione. Cameron e Hollande appaiono i capitani delle rispettive squadre: quella di chi vuol tagliare tutto il tagliabile, guidata dal Regno Unito con il sostegno dei nordici, e quella di chi vuol salvare il budget Ue, visto keynesianamente come una molla per la mitica «croissance», la crescita, la parola più amata da Hollande.

E qui i francesi sono sicuri dell'appoggio dei mediterranei, Italia compresa. In mezzo, a fare da arbitra, Angela Merkel. In occasione del fallitissimo negoziato precedente, appoggiò Cameron. Ma a Parigi sono convinti che invece adesso lavorerà per un compromesso. Intanto stasera la Cancelliera andrà allo stadio con Hollande a vedere l'amichevole Francia-Germania: un'occasione per parlarsi.

Nell'emiciclo di Strasburgo, Hollande è apparso in ottima forma. Nel discorso, lui (o chi per lui) ha anche trovato qualche formula brillante: «Ciò che minaccia oggi l'Europa non è la sfiducia dei mercati, ma quella dei popoli»; «Fare delle economie, sì; indebolire l'economia, no»; «Un compromesso è possibile ma dev'essere ragionevole, quindi bisogna ragionare»; e poi l'euro che «non può sottostare agli umori del mercato». L'idea francese dell'Unione resta quella gaullista di un'Europa delle patrie, ma revisionata dal Delors dell'«Europa differenziata» dove si va avanti con chi ci sta.

Sul bilancio Hollande annuncia di «volere il compromesso». Però pianta subito i suoi paletti. Tagliare va bene, purché a forza di amputare non muoia anche il paziente. La Politica agricola comune (43% delle uscite), feticcio dei coccolatissimi «paysans» francesi, non si tocca o si tocca il meno possibile; idem i fondi per le politiche di coesione (36%), leggi per le regioni più deboli; idem quelli per la gioventù e anzi da Parigi fanno sapere che l'Erasmus verrà allargato anche a chi non studia, tipo gli apprendisti.

La minaccia neanche tanto velata è di contrattaccare i tagliatori mettendo in discussione il sistema degli chèques, gli sconti accordati alla signora Thatcher nel 1984 e diventati da allora il feticcio inglese. Hollande la butta lì: «È un paradosso che quelli che chiedono tagli al bilancio europeo siano i più affezionati agli chèques».

Sportivo, però. Come Capo di Stato, a Hollande sarebbe spettata la seduta solenne, un discorso e via. Invece accetta il dibattito che inaspettatamente risulta vivace. Più tosto perfino di madame Le Pen, spicca il conservatore inglese Martin Callanan, che sfotte sulla disfatta a Roma della Francia del rugby («Complimenti all'Italia»), fa l'avvocato del diavolo Cameron («Lui non vuole dei privilegi, vuole solo un mercato») e punge sulla cocciuta pretesa francese di continuare a imporre all'Europarlamento un continuo, insensato, costosissimo pendolarismo da Bruxelles a Strasburgo.

Ma da quest'orecchio i francesi non ci sentono. Per giustificare il bengodi per osti e albergatori strasburghesi, il Président la butta in retorica: «Difendo Strasburgo perché Strasburgo è l'Europa, perché è la Storia, perché è il simbolo della riconciliazione franco-tedesca». Una fonte dell'Eliseo sussurra che la posizione di capitalina della città è garantita dai trattati, quindi intoccabile. Sarà. Intanto però la trattativa sul budget si farà a Bruxelles. E sarà l'ennesima battaglia francoinglese.

2 - IL PARLAMENTO PENDOLARE CHE COSTA MILIONI ALL'EUROPA
Marco Zatterin per "la Stampa"

Lo scorso ottobre il 78% degli eurodeputati ha votato per avere una sola sede di lavoro. Hanno chiesto di restare a Bruxelles tutto l'anno, piuttosto che transumare mensilmente a Strasburgo, eliminando così i disagi e i pesanti costi provocati dall'esigenza di spostare qualche migliaio di persone, e le loro carte, dal Belgio all'Alsazia. L'ultimo dato ufficiale sul conto del periodico esodo dell'Europarlamento è di 169 milioni, ma risale al 2002. Ora si stima possa essere raddoppiato, tra allargamento a Est e inflazione. «Un conto difficile - ammette una fonte europea -. Ma non andiamo lontano se diciamo 350 milioni».

Tutto per niente. O meglio per una vecchia decisione presa al momento di disegnare l'Europa con l'intenzione di non scontentare nessuno. Nel 1952 si è stabilita la sede della Ceca (Comunità carbone e acciaio) a Strasburgo, città di frontiera simbolo della riconciliazione auspicata tra Francia e Germania. La revisione delle istituzioni europee - con la fusione di Ceca, Cee e Euratom - ha quindi aggiudicato all'Alsazia (1965) l'assemblea parlamentare comune, mentre il suo segretariato andava a Lussemburgo. Il Consiglio e la Commissione venivano stabiliti a Bruxelles.

L'Europa comunitaria si ritrovò con tre capitali pur essendo piccola cosa, e l'assetto geografico dei poteri fu scolpito nei trattati, prerogativa che impone l'unanimità per qualunque modifica sulla dislocazione delle sedi. Pertanto, se anche l'assemblea europea è divenuta la seconda camera Ue ed è composta da 751 deputati, non si può tenere tutto in un solo posto, cioè a Bruxelles, se la Francia non vuole. E la Francia non vuole.

Il capogruppo liberaldemocratico all'Europarlamento, Guy Verhofstadt, ha ricordato ieri a Hollande che «ci sono milioni da risparmiare se vogliamo avviare il dialogo sulle sedi delle nostre istituzioni». Lo dimostrano i numeri. Abbiamo 751 deputati che si spostano dodici volte l'anno per tre notti con una squadra equivalente di assistenti. Nel 2009 l'assemblea contabilizzava 587 missioni mensili a Strasburgo, cifra che corrisponde ai funzionari mobilitati. Aggiungiamo due centinaia di giornalisti e altrettanti lobbisti, una ventina di commissari Ue con annesso staff, un pugno di esponenti governativi nazionali, e si supera agevolmente la soglia dei 2500 migranti comunitari forzati.

Uno studio del 2008 firmato tra l'altro da Monica Frassoni (Sel) calcolava in 19 mila tonnellate le emissioni di Co2 annue del grande trasloco. Il trasporto delle casse dei funzionari da solo vale 28 mila euro al mese (2009); le spese ordinarie lorde tutto compreso di viaggio ammontavano invece a 1,7 milioni. Bruxelles costerebbe meno anche solo per la regolarità di affitti e spostamenti.

È infatti furba norma per gli hotel di Strasburgo elevare, sino a raddoppiarli, i listini durante la sessione. Lo stesso fa la Brussels Airlines, l'unica compagnia che colleghi Bruxelles con Strasburgo aeroporto che - fra l'altro - ha voli diretti solo con sei capitali, compresa Parigi. Ci guadagnano in tante da quelle parti, anche le prostitute che approdano a fiotti dalla Germania per la sessione. Per la città francese è business senza fine, anche se i palazzi europei sono vuoti tre settimane su quattro. Per l'Europa è un costo che si potrebbe evitare come chiede una petizione firmata da 1,2 milioni di cittadini in favore del «tutto a Bruxelles». Parigi guarda dall'altra parte, per Grandeur e orgoglio. Mentre Europantalone, mesto, paga.

 

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