1- SIETE COSÌ SICURI CHE IL BANANA ABBIA PRENOTATO UNA PANCHINA AI GIARDINETTI DI ARCORE? SENTITE BERSANI E D’ALEMA COSA DICONO LONTANI DALLE TELECAMERE 2- CULATELLO: “IL GIOCO LO HA ANCORA IN MANO BERLUSCONI, NONOSTANTE TUTTO, E LUI PUNTA ALLE ELEZIONI ANTICIPATE. IN QUESTE CONDIZIONI E CON QUESTA DESTRA, UN GOVERNO DI RESPONSABILITÀ NAZIONALE È IMPRESA ARDUA. E SPERARE IN UNO SMOTTAMENTO DEL PDL, ALTRI 60-70 “RIBELLI”, CHE CONVINCA BERLUSCONI A METTERSI DEFINITIVAMENTE L'ANIMA IN PACE. UN GOVERNO DI RESPONSABILITÀ NAZIONALE DEVE AVERE UNA MAGGIORANZA DI CINQUECENTO PARLAMENTARI, SENNÒ È UN'ALTRA COSA …” 3- ANCHE IL MAGO DALEMIX NON SCOMMETTEREBBE SULLE CHANCE DI UN GOVERNO DI RESPONSABILITÀ NAZIONALE CON MONTI O AMATO PREMIER: “SE IL CAVALIERE RIESCE A TENERE TUTTI I SUOI, IL VOTO ANTICIPATO È PIÙ CHE PROBABILE. LA PARTITA SI GIOCA TUTTA QUI” 4- ATTENTI A VENDOLA E DI PIETRO CHE AL GOVERNISSIMO MONTI PREFERISCONO LE URNE 5- FIORONI PRONOSTICA L´INELUTTABILITÀ DEL GOVERNO DI LARGHE INTESE: “NON È PIÙ NÉ NELLE NOSTRE MANI, NÉ IN QUELLE DI BERLUSCONI. SARANNO I MERCATI AD IMPORLO”

1 - Maria Teresa Meli per il "Corriere della Sera"

E ora? E ora «il gioco lo ha ancora in mano Berlusconi, nonostante tutto, e lui punta alle elezioni anticipate»: davanti a telecamere, microfoni e taccuini, Pier Luigi Bersani canta vittoria, ma, appena si apparta con i compagni di partito, parole, toni e analisi del segretario cambiano.

Soddisfatto è soddisfatto - non potrebbe essere altrimenti - però di qui a cantare vittoria e a ipotizzare altri successi ce ne manca. Il leader del Pd sa che le opposizioni non sono ancora in grado di determinare il futuro e non esclude che alla fine si arrivi alle elezioni anticipate, perché riuscire a metter su, «in queste condizioni» e «con questa destra», un governo di responsabilità nazionale è impresa ardua.

Dunque, la preannunciata resa di Berlusconi non basta a tranquillizzare del tutto i leader delle opposizioni. Perché è vero che quello di ieri «è stato un risultato storico», visto che Partito democratico, Udc e Idv hanno agito di conserva, seguendo un percorso unitario. Ed è vero che Bersani, Casini e Di Pietro sono riusciti a ottenere dal Colle una tempistica rigida, per evitare il bis del 14 dicembre.

Ma è anche vero che le opposizioni, in questo momento, possono solo giocare di rimessa. E sperare, per dirla alla Bersani, «in uno smottamento del Pdl», che convinca Berlusconi a mettersi l'anima in pace e non lo induca a tentare altre manovre. Nel frattempo, la mozione di sfiducia, il cui testo è pronto, non viene seppellita. Resta lì, non si sa mai sia necessario usarla dopo l'approvazione della legge di stabilità. Insomma, per farla breve, neanche il comunicato ufficiale, con il preannuncio delle dimissioni del presidente del Consiglio, sopisce del tutto i sospetti degli esponenti delle opposizioni.

È scontato che in una fase delicata come questa nessun dirigente del Pd pronunci la parola elezioni. È proibita. Anzi, proibitissima. Se la sentissero, i transfughi della maggioranza potrebbero cambiare idea e tornare in soccorso di Berlusconi. A un gruppetto di parlamentari dell'Udc basta dare un'occhiata a Luciano Sardelli per capire quello che potrebbe accadere.

Su un divanetto qualcuno ipotizza che il voto anticipato sia l'unica soluzione e il viso di Sardelli trascolora: da bianco a grigio, senza sfumature. Bersani è pragmatico, non vuole illudersi o creare illusioni: «Il Partito democratico non può partecipare a un ribaltone. Un governo di responsabilità nazionale deve avere una maggioranza di cinquecento parlamentari, sennò è un'altra cosa». Morale della favola? «Non darei le elezioni per sicure, ma diciamo che c'è un cinquanta per cento di probabilità che si vada allo scioglimento anticipato della legislatura».

Persino Massimo D'Alema non scommetterebbe sulle chance di un governo di responsabilità nazionale. Proprio lui che tanto si è speso per arrivare a questo obiettivo: «Se il Cavaliere riesce a tenere tutti i suoi, il voto anticipato è più che probabile. La partita si gioca tutta qui». È di questo che si parla nei conciliaboli dei dirigenti delle opposizioni. È su questo che riflette Bersani, cercando di capire quanto tempo riuscirà a guadagnare Berlusconi: «Non possiamo dargli ancora quindici giorni».

Ma quei quindici giorni - e forse qualcosa di più - il presidente del Consiglio se li è presi tutti. Le opposizioni mordono il freno: Casini cerca Bersani, Bersani cerca Casini, i due leader si arrovellano e si consultano. Ma non riescono a venire a capo delle intenzioni del premier: «Quello non molla», osserva il leader dell'Udc, che aggiunge: «E quindi non dobbiamo mollare nemmeno noi».

Per accelerare la dipartita del governo Berlusconi, a questo punto, Pd e Udc sono disposti a tutto, anche, come spiega Enrico Letta, ad «assicurare una tempistica rapidissima» per la legge di stabilità. E il capogruppo della Camera Dario Franceschini: «Siamo pronti ad approvarla, senza il nostro voto, entro una settimana in tutte e due le camere». Già, senza il voto del Partito democratico: è in questa formula che si racchiude il futuro travaglio delle opposizioni.

C'è chi dice, come Di Pietro, che bisogna assolutamente esprimersi contro la legge di stabilità, senza però fare ostruzionismo, e chi, come il pd Beppe Fioroni, ritiene che occorra «astenersi». Gli stessi dubbi agitano l'Udc. Ma questo è un altro capitolo della lunga saga del centrosinistra, che si aprirà prossimamente.

2- "PER IL GOVERNISSIMO CI VOGLIONO ALTRI 60-70 RIBELLI" - ATTENTI A VENDOLA E DI PIETRO CHE AL GOVERNISSIMO MONTI PREFERISCONO LE URNE - FIORONI: SARANNO I MERCATI A DECIDERE"
Goffredo De Marchis per "la Repubblica"

Una battaglia di anni sembra finita con le dimissioni annunciate di Berlusconi. Eppure alle opposizioni manca il sorriso. Massimo D´Alema, nei colloqui a Montecitorio, spiega il motivo dei volti tirati: «Questo ci porta dritti dritti dove vuole lui». Lontani dall´esecutivo di emergenza, di cui il presidente del Copasir rimane uno sponsor, e vicinissimi al voto anticipato nel 2012, forse già a gennaio-febbraio.

«Stavolta non basta lo schema del 14 dicembre, non bastano 15 deputati che passano da una parte all´altra - argomenta D´Alema -. Ci vuole uno smottamento totale del Pdl: 50, 60, 100 parlamentari dovrebbero lasciare solo il premier. Per fare un governo di transizione occorre almeno l´80 per cento del Parlamento, non qualche passaggio di campo». Anche Pier Ferdinando Casini, che continua a raccogliere i cocci del centrodestra, non partecipa alla festa: «Chi vince non deve stravincere», sentenzia.

Solo una questione di stile? «So bene che non bastano due o tre cambi di casacca per arrivare al dopo Berlusconi in questa legislatura. Ma i ribelli sono più di 60, più di 70. Noi puntiamo all´intero Pdl», dice battagliero con un pizzico di sana propaganda. Conclusa una riunione sulle strategie parlamentari e vergata una dichiarazione in cui parla di «svolta», Pier Luigi Bersani, pure lui, scuote la testa: «Un governo di transizione? Lo vogliamo, ma non è mica facile».

C´è dunque grande prudenza nei vincitori di ieri. Nessuna corsa sotto la curva, nessuna bandiera da sventolare. Il traguardo resta quello del governo Monti, ma lo scetticismo (o il realismo) si fa strada. Le certezze risiedono nell´atteggiamento del Colle: «Non vuole le elezioni anticipate», rassicurano gli esponenti del Pd. Ma non gradisce ribaltoni. Tantomeno quelli fondati su una pattuglia di transfughi.

Walter Veltroni, uno dei primi a credere nella "decantazione", però è convinto che non esista in natura la via delle urne: «È finita, il governo è dimissionario, è scritto in una nota ufficiale del Quirinale, stavolta Berlusconi non sfuggirà alle regole». Sì, ma dopo? «Dopo c´è solo la soluzione greca. I mercati premono, l´Europa è durissima e il nostro Paese non può permettersi in nessun modo 4 mesi di campagna elettorale. L´unica strada è un governo di tutti, un governo istituzionale».

Qualche soluzione Berlusconi, con la sua mossa, l´ha già tolta dal tavolo. Tanto da far pronunciare parole sconsolate a Francesco Boccia: «Quell´uomo ha sette vite...». Non ci sarà ad esempio un incarico a Gianni Letta, Angelino Alfano o Renato Schifani. «Dopo il voto sul Rendiconto l´ipotesi è stata spazzata via. Berlusconi l´ha cancellata - ammette il vicesegretario democratico Enrico Letta -. Possono tornare a 316-319. Ma come si fa un nuovo governo che parte con una maggioranza di due-tre voti? Impossibile». Lui crede ancora al governissimo.

Letta è tra i dirigenti più vicini a Giorgio Napolitano e si è convinto che il presidente saprà come uscire dalle consultazioni con una soluzione. Non bisogna sottovalutare il credito conquistato dal capo dello Stato nel Pdl in questi tre anni. Quelli che alcuni leader dell´opposizione (Di Pietro) hanno considerato delle leggerezze, oggi danno a Napolitano una legittimità piena e assoluta anche agli occhi di Popolo delle libertà e Lega.

Ottimisti e scettici. Ma il fantasma della trappola appare nelle stanze dell´opposizione. L´unico argine alla resa dei conti berlusconiana è una direzione univoca, senza sbavature, sul dopo Silvio. La mega-riunione dei vertici Pd convocata stasera dovrà quindi sciogliere qualche sospetto residuo sulla linea "governo di emergenza". È veramente appoggiata da tutti? Con le dimissioni di Berlusconi sul piatto (più o meno) è necessario scoprire le carte, dare un volto e un programma all´esecutivo tecnico, individuare le priorità, spiegare bene per fare cosa.

Ecco perché sarà inevitabile un chiarimento. Nel fronte della minoranza Antonio Di Pietro è già uscito dalla "coalizione" del non voto. Nichi Vendola, da fuori ma con un peso crescente, invoca le elezioni e ieri a Montecitorio, attivissimo, c´era il suo emissario Gennaro Migliore.

Ha parlato con D´Alema, con Enrico Letta. Ha sondato gli umori degli alleati di Vasto. Dario Franceschini vedrà oggi i capigruppo dell´opposizione per tenere unito il fronte. Beppe Fioroni pronostica l´ineluttabilità del governo di larghe intese: «Non è più né nelle nostre mani, né in quelle di Berlusconi. Saranno i mercati ad imporlo». Eppure il voto è lì, a un passo. E per il governissimo vale la battuta di Bersani: «Mica facile».

 

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