UN PARTITO SFONDATO SUL LAVORO - IN-CULATELLO E BAFFINO HANNO CAPITO CHE DIETRO L’ART. 18 E LA GUERRA ALLA CGIL SI NASCONDE UN CETRIOLO PER IL PD - MONTI BANANIZZATO E THATCHER-FORNERO VOGLIONO CASTRARE LE SPINTE ‘SINISTRE’ NEL PARTITO, AVENDO COME QUINTA COLONNA I VELTRONIAN-LETTIANI, PER CONSEGNARLO ALLA GRANDE COALIZIONE, SGANCIANDOLO DA VENDOLA E DI PIETRO - IL 60% DEGLI ELETTORI PD NON VUOLE LA RIFORMA E L’UNICA VIA D’USCITA PER BERSANI È UNA LEGGE DELEGA CHE PORTI TUTTO PER LE LUNGHE…

Maria Teresa Meli per il "Corriere della Sera"

«Così non reggiamo»: è preoccupato, il segretario del Pd. E sospettoso. Non ha capito a che gioco stia giocando il governo: «Vogliono lo scalpo dell'articolo 18 per mettere all'angolo la Cgil? O siamo noi l'obiettivo?».

Già, i vertici del Partito democratico temono di essere loro stessi il bersaglio di questa operazione. Sono convinti che si stia puntando a neutralizzare il Pd e a consegnarlo alla logica della grande coalizione chiudendogli ogni spazio di agibilità politica. Per questa ragione Massimo D'Alema usa parole dure, per questo motivo Rosy Bindi non esclude che il partito possa scendere in piazza con la Cgil: «Noi siamo sempre al fianco dei lavoratori».

La verità è che il Pd rischia di spaccarsi: ieri, alla Camera, metà gruppo era contrario alla riforma. E tra questi anche parlamentari moderati, come i «franceschiniani» Antonello Giacomelli e Saverio Garofani. Del resto lo stesso capogruppo Dario Franceschini è più che perplesso nei confronti di questa riforma.

Non è sicuramente il caso di Veltroni. Il suo plenipotenziario Walter Verini, in Transatlantico, ieri pomeriggio ha accolto con queste parole il ministro Fornero: «Noi siamo con te». E nemmeno la minoranza dei Modem, o il responsabile del Welfare Beppe Fioroni e il vicesegretario Enrico Letta hanno dei problemi su questa riforma. Ma il resto del partito è in subbuglio.

Al telefono con Mario Monti, Bersani ha insistito su una modifica dell'articolo 18: se i motivi economici dei licenziamenti sono fraudolenti il lavoratore può rivolgersi al giudice che deciderà per il reintegro o l'indennizzo. In cambio il Pd offriva al presidente del Consiglio la possibilità di blindare il testo, anche con un decreto. Ma il governo ancora ieri sera non si spostava di un millimetro.

Anzi. Il ministro Fornero ha cercato di convincere i deputati del Pd. Prima impietosendoli: «Lo vedete che ha fatto Diliberto? Ha abbracciato una donna con una maglietta su cui campeggiava la scritta: Fornero al cimitero». Poi cercando di farli ragionare su un altro aspetto: «Non dovete focalizzarvi sull'articolo 18, dovete pubblicizzare tutte le cose che vanno bene anche a voi e su cui invece il centrodestra è contrario».

Se l'ipotesi del ritocco della norma che modifica l'articolo 18 è impossibile, come pare, al Pd resta solo un'altra linea Maginot su cui assestarsi. Ossia quella di rinviare i nodi di questa riforma del mercato del lavoro a una legge delega, in modo da mandare per le lunghe tutta la vicenda ed evitare di andare alle elezioni con un provvedimento impopolare.

Anche perché i sondaggi, dopo che si è aperto il caso dell'articolo 18, non sono poi così favorevoli. Infatti il 60 per cento degli elettori del Partito democratico è contrario a questa modifica. Bersani, quindi, è sulle spine: «Non posso concludere la mia vita dando la monetizzazione del lavoro, per me è una cosa inconcepibile».

E di nuovo, in serata, prima di andare a Porta a Porta, nella mente del segretario si affollavano i sospetti: «A che gioco sta giocando il governo? Ci vogliono dividere? Vogliono che rompiamo con la Cgil e con le forze alla nostra sinistra? Io stimo Monti, e lo giudico una persona perbene, ma il presidente del Consiglio ci deve dare una dimostrazione del fatto che da parte dell'esecutivo non ci sono retropensieri».

Non è una situazione facile, quella del segretario del Partito democratico. Anche perché all'interno del Pd cominciano a levarsi le critiche per come il leader ha gestito questa trattativa: «Prima aveva dato il via libera nel corso del vertice con gli altri segretari, poi ha fatto retromarcia». E qualche veltroniano mette in discussione un altro aspetto di questa vicenda: «Il segretario l'ha fatta troppo facile e ci ha fatto pensare che Susanna Camusso avrebbe detto di sì».

Ed effettivamente Bersani una decina di giorni fa era riuscito a convincere la segretaria della Cgil ad addivenire a più miti consigli. Poi una consultazione interna con le Camere del Lavoro, i sindacati più forti (pensionati, scuola, ecc.) aveva fatto registrare la svolta di Camusso. I «no» alla riforma dell'articolo 18 erano la maggioranza, troppi per non prenderli in considerazione. Bersani a quel punto ha sperato in Monti. Non c'è stato niente da fare. E ora al leader del Pd non resta che dire ai fedelissimi: «Non posso essere io il segretario che cancella la concertazione ed emargina la Cgil».

 

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