L’ARMATA ROSSA E’ LESSA: SERVE CARNE DA MACELLO! - PUTIN È A CORTO DI SOLDATI E CONDUCE TEST PER UNA NUOVA MOBILITAZIONE DI MASSA. LA RISPOSTA DEI RUSSI? IN MIGLIAIA SCAPPANO PER LA PAURA DI UNA CHIAMATA ALLE ARMI - IL VICECAPO DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA DMITRY MEDVEDEV LI BOLLA COME "TRADITORI" DELLA PATRIA - I RUSSI SI DEVONO SCIROPPARE ANCHE LUNGHE CODE PER FARE BENZINA: LA CARENZA DI CARBURANTE È UN EFFETTO DEGLI ATTACCHI UCRAINI SULLE INFRASTRUTTURE ENERGETICHE…
(Adnkronos) - La Russia sta conducendo in modo discreto esercitazioni in tutto il Paese per verificare la capacità dell'apparato militare di gestire un'eventuale nuova mobilitazione di massa, dalla sistemazione delle reclute alla loro alimentazione e al rifornimento di armi ed equipaggiamenti.
Lo riporta il Wall Street Journal, citando funzionari dell'intelligence occidentale. In una delle esercitazioni, condotta a luglio, ufficiali militari sono volati da San Pietroburgo nell'exclave di Kaliningrad per supervisionare concretamente la pianificazione di una possibile mobilitazione dei residenti della regione, comprese le procedure necessarie per ospitare, nutrire e armare i nuovi soldati. Test analoghi sarebbero in corso in tutto il Paese "nel caso in cui venga presa la decisione" di procedere.
Il Cremlino non avrebbe tuttavia ancora deciso di ordinare una nuova mobilitazione e, secondo le fonti occidentali, difficilmente lo farà prima delle elezioni parlamentari previste alla fine di settembre. A spingere Mosca a valutare questa possibilità sarebbero le difficoltà nel reclutare abbastanza volontari per compensare le perdite subite sul campo, mentre il presidente Vladimir Putin continua a puntare alla conquista dell'intero Donbass.
A differenza della caotica mobilitazione del settembre 2022, che provocò la fuga dalla Russia di centinaia di migliaia di uomini, il Cremlino dispone oggi di un registro elettronico degli uomini in età militare che consentirebbe di procedere in maniera più graduale, convocando piccoli gruppi in diverse fasi e riducendo così il rischio di panico. Nelle ultime settimane, tuttavia, le indiscrezioni su una possibile nuova chiamata alle armi dopo le elezioni hanno già alimentato timori tra i russi, con un aumento delle ricerche online sulle modalità per lasciare rapidamente il Paese.
VLADIMIR PUTIN SULL ISOLA DI SAKHALIN
PAURA DELLA MOBILITAZIONE MIGLIAIA DI RUSSI IN FUGA MEDVEDEV: "SONO TRADITORI"
M.P. per “la Repubblica” - Estratti
Abituato a svernare ai tropici, Vasily, professionista della finanza, quest'anno sta pensando di anticipare la partenza a inizio settembre. «Giusto per essere sicuro» e per «monitorare la situazione dall'esterno».
È uno dei molti russi che prendono sul serio le voci, sempre più insistenti, di una nuova mobilitazione dopo le elezioni alla Duma del 20 settembre.
Pochi giorni fa, alcune foto sui social mostravano una lunga fila di automobili alla dogana di Verkhny Lars, al confine con la Georgia. Un numero anomalo di persone, circa ventimila, avrebbe attraversato il confine in un solo giorno, hanno riferito le autorità doganali russe, poi smentite da quelle georgiane, che hanno precisato che le cifre comprendevano il traffico in entrambe le direzioni.
armata rossa Spetsnaz truppe d’élite di mosca
Ma la notizia si era già diffusa, alimentando la paranoia collettiva e il déjà-vu del settembre 2022, quando proprio da quel valico una fiumana di russi fuggiva dalla «mobilitazione parziale», con cui Putin richiamò 300.000 riservisti per stabilizzare il fronte in Ucraina.
Nelle settimane successive centinaia di migliaia di uomini in età di leva lasciarono il Paese, molti senza più tornare. Quattro anni dopo, con l'avanzata russa che procede a rilento, centinaia di perdite al giorno e gli obiettivi dell'«operazione militare speciale» che restano una chimera, la preoccupazione per una nuova mobilitazione è più alta che mai.
Lo mostrano i dati di Google Trends: le ricerche relative a «ci sarà la mobilitazione?» hanno registrato un'impennata dalla fine di luglio. Un altro segnale arriva dagli affitti a Yerevan, in Armenia, saliti del 30% durante l'estate, secondo il portale russo Vyorstka, per la crescente domanda dalla Russia.
Un portavoce del progetto Idite Lesom, che aiuta gli uomini russi a evitare la leva, ha detto a Repubblica che nelle ultime settimane sono «sommersi» di richieste di aiuto. Per Kovcheg, organizzazione che aiuta a emigrare i russi contrari alla guerra, le richieste questo mese sono già otto volte superiori a maggio, con Armenia e Georgia tra le destinazioni più quotate.
Al momento si tratta solo di voci: non ci sono prove che il Cremlino si stia preparando a un'altra mobilitazione di massa e, secondo molti esperti, lo scenario resta poco probabile, dato il contraccolpo politico che questa misura comporterebbe.
Come riferiscono attivisti e media russi indipendenti, per rifornire il fronte, le autorità starebbero intensificando il reclutamento di volontari, anche ricorrendo a pressioni e metodi coercitivi.
Emblematico il caso della regione di Penza, dove diversi uomini sarebbero stati prelevati per strada o dalle loro abitazioni e costretti a firmare un contratto con il ministero della Difesa.
Le autorità intanto cercano di tranquillizzare. «Sciocchezze»: così il vicecapo del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev ha definito le voci di una nuova mobilitazione, sostenendo che nella prima metà dell'anno 200.000 uomini avrebbero firmato un contratto con l'esercito.
Ma lo spauracchio di una nuova chiamata alle armi non è l'unico fattore che potrebbe spingere molti russi a considerare l'espatrio. A pesare è anche un clima di crescente pessimismo: secondo un sondaggio del centro VCIOM, circa due terzi della popolazione ritengono che tempi duri attendano la Russia, il dato più alto dai tempi della pandemia di Covid.
Tra le principali fonti di preoccupazione ci sono anche il peggioramento delle condizioni economiche e gli attacchi dei droni ucraini in profondità nel territorio russo.
«Quanto più difficile è la situazione al fronte per il nemico, tanto più crudeli e barbarici sono gli attacchi compiuti dal regime di Kiev», ha dichiarato ieri Putin durante un comizio al congresso di Russia Unita, ammettendo i «danni economici» inflitti dai raid. Medvedev, intervenuto in qualità di presidente del partito, ha attaccato i cittadini che hanno lasciato il Paese e che «desiderano la sua sconfitta»: «Simili traditori non dovrebbero avere il diritto di tornare nel proprio Paese».
IL PESO DEL CONFLITTO SULLA VITA DEI RUSSI
Marco Imarisio per il Corriere della Sera - estratti
Nel momento del bisogno, l’unione tra Stato e Chiesa fa la forza. E così, mentre sempre più parlamentari propongono leggi per inasprire le sanzioni a chi sui social mostra le auto in coda per la benzina e intanto elogiano la resilienza del popolo russo, nella cittadina di Friazino, vicino a Mosca, i preti dedicano la loro omelia alla mancanza di carburante.
Dmitrij Medvedev distrugge foto di leader europei in un video generato con ai
Chi se ne lamenta «è povero di spirito», perché la religione ortodossa, quella di oggi almeno, prevede «la sofferenza come forma di rispetto per il potere laico».
La situazione è «tesa», parola del vice primo ministro Aleksandr Novak, che già altre volte si è preso l’onere di dire la verità.
Anche ieri, dentro la Mkad, il raccordo anulare che comprende la prima periferia della capitale, le code davanti ai distributori erano ovunque, e alcune raggiungevano i due chilometri di lunghezza.
Niente a che vedere comunque con quelle che si videro proprio 28 anni fa quando il rublo venne svalutato e il panico travolse gran parte della popolazione.
La crisi del carburante Quando si parla di Russia, il senso delle proporzioni va sempre mantenuto. Ma è vero che ad agosto il Paese è stato colpito da una nuova crisi del carburante. Le segnalazioni di carenza o totale mancanza di benzina e dei relativi ingorghi alle stazioni di servizio giungono praticamente da ogni parte della Federazione.
La mappa delle zone più in sofferenza e quella degli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie formano una sovrapposizione quasi perfetta.
È in corso un drastico calo della produzione dovuto alla ripresa delle incursioni dei droni di Kiev. Alcuni stabilimenti, già danneggiati, non sono più riusciti a riprendersi.
Persino Vladimir Putin è dovuto intervenire per calmare la gente. Come da tradizione, il presidente russo ha tergiversato, facendo ben presente che la colpa della attuale situazione non ricade su di lui e sulle sue decisioni, ma sui suoi sottoposti.
«Non tutte le questioni sono state ancora risolte. Certo, ci sono alcuni disagi per la popolazione, e il governo deve ovviamente tenere la situazione sotto controllo». Nessuno li chiamerà mai danni collaterali di guerra, ma di questo si tratta.
Secondo i dati di Bloomberg , nella prima metà di agosto sono state colpite da attacchi almeno nove aziende del settore petrolifero, che rappresentano circa 145 milioni di tonnellate di materie prime all’anno. Considerando che nel 2025 la lavorazione primaria ammontava a circa 265 milioni di tonnellate, la quota delle raffinerie colpite è pari al 54 per cento.
Le misure del governo Le misure adottate dal governo per stabilizzare il mercato dei carburanti non stanno facendo argine. Il divieto totale di esportazione della benzina è stato prorogato al 31 gennaio 2027, quello sul gasolio fino al prossimo primo settembre.
Inoltre, discreto paradosso per uno dei Paesi più ricchi di materie prime, fino al prossimo luglio è consentita l’importazione e l’acquisto da altri Stati.
E in almeno 59 regioni sono state introdotte severe restrizioni alla vendita di carburante. Eppure, non basta.
Secondo i dati di una app che monitora in tempo reale la disponibilità di benzina nei punti vendita al dettaglio, lo scorso 16 agosto solo il 28% delle stazioni di servizio in tutto il Paese aveva una qualche disponibilità. Una settimana prima, la percentuale era del 41%.
droni ucraini su mosca 2
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Vladimir Putin







