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LA VIA STRETTA PER UN PAPA ITALIANO: GLI ELETTORI DEL NOSTRO PAESE SARANNO 19. I PIÙ QUOTATI SONO IL SEGRETARIO DI STATO PAROLIN CAPACE DI CALAMITARE CONSENSI TRASVERSALI, ZUPPI, PROVENIENTE DA SANT’EGIDIO, E PIZZABALLA (L’ANNUARIO PONTIFICIO LO ANNOVERA TRA I CARDINALI ASIATICI, IL FATTO DI AVER TRASCORSO TRENT’ANNI IN MEDIO ORIENTE LO RENDE IL MENO ITALIANO DEGLI ITALIANI) - TRA I CARDINALI PESANO LE DIFFERENZE GEOGRAFICHE E CULTURALI. I DUE “BLOCCHI”, CONSERVATORI E PROGRESSISTI, NON BASTANO PIÙ...

I.SCA. per “la Repubblica” - Estratti

 

pietro parolin

Può essere l’ultima chance. Il prossimo Papa potrebbe essere uno dei cardinali italiani che entreranno in Cappella Sistina – Pietro Parolin, Matteo Zuppi, Pierbattista Pizzaballa – nonostante i numeri. Perché nel Conclave più affollato e più internazionale della storia, in realtà, gli italiani sono una sparuta minoranza. 19 su 135, il 14 per cento.

 

Erano 28 su 115 nel Conclave del 2013 che ha eletto papa Francesco, 20 su 115 in quello che elesse Benedetto XVI, 26 su 111 nel voto che incoronò Wojtyla, e più si va indietro nel tempo e più la percentuale aumenta. Al primo Conclave del Novecento, per dire, nel 1903, ad eleggere Pio X furono 60 cardinali elettori, 38 dei quali italiani, pari al 63 per cento.

 

Da allora è cambiato il mondo ed è cambiata la Chiesa: l’italiano è ancora la lingua naturale della Chiesa cattolica, dopo il latino, il Papa non può non essere vescovo di Roma, ma la fede in Italia si assottiglia, come nel resto dell’Occidente, mentre cresce in Asia ed Africa, ed è maggioranza in America Latina. 

 

(...)

 

pietro parolin

A condizione, però, che i porporati italiani facciano gruppo e non siano in competizione tra loro. Come avvenuto, ad esempio, nel 1978, quando i due favoriti, Giuseppe Siri e Giovanni Benelli, si eliminarono a vicenda, aprendo la strada prima a Luciani, Giovanni Paolo I, morto però 33 giorni dopo, e poi al lungo pontificato di Wojtyla.

 

Gli italiani che diversi cardinali ritengono papabili sono tre. Pietro Parolin, 70 anni, Segretario di Stato vaticano, Matteo Zuppi, 76 anni, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, Pierbattista Pizzaballa, 60 anni, patriarca latino di Gerusalemme.

 

giorgia meloni pietro parolin

Non mancano, tra i 19 italiani, anche altre personalità che potrebbero emergere – Claudio Gugerotti, 69 anni, prefetto del dicastero vaticano delle Chiese orientali, Fernando Filoni, 79 anni, diplomatico di lungo corso, Paolo Lojudice, 60 anni, arcivescovo di Siena – ma è questo tridente che può sfidare lo sfavore dei numeri e del passaporto. Tutti e tre, in effetti, spiccano non in quanto italiani, ma per ruoli e profili noti ben al di là dei confini nazionali.

Diplomatico di lungo corso, Parolin, in particolare, è capace di collezionare consensi trasversali.

 

È stato il Segretario di Stato voluto da papa Francesco, l’architetto della sua strategia di appeasement con la Cina, e sebbene tra il Pontefice argentino e il suo braccio destro negli anni non siano mancate incomprensioni, è rimasto leale a Bergoglio, stemperandone a tratti l’afflato riformista e spumeggiante. Più moderato del Papa argentino in materia di morale e dottrina, il porporato veneto potrebbe attrarre anche il voto dei conservatori in cerca d’autore. I cardinali che vengono come lui dalla carriera diplomatica lo sostengono, e così diversi curiali e porporati di tutto il mondo.

matteo zuppi

 

Zuppi, proveniente dalle fila di Sant’Egidio, ha il profilo del pastore gioviale. Spirito sessantottino e capacità di navigazione democristiana, empatia nel contatto personale, il Papa lo ha incaricato con la delicata missione tra Ucraina e Russia e da giovane ha preso parte ai negoziati per la pace in Mozambico.

 

Matteo Maria Zuppi Foto Mezzelani GMT - 1

A lui guardano diversi cardinali europei, ma non solo. E poi c’è Pierbattista Pizzaballa, il carismatico francescano a capo del Patriarcato latino di Gerusalemme: l’annuario pontificio lo annovera tra i cardinali asiatici, il fatto di aver trascorso trent’anni in Medio Oriente lo rende il meno italiano degli italiani. È relativamente giovane per diventare Papa, ha solo 60 anni, ma ha mostrato coraggio e doti manageriali, parla in modo semplice ma profondo. Fermo nella dottrina, a lui guardano con interesse i cardinali Ruini e Betori, tanti altri sono passati da Gerusalemme e ne hanno apprezzato il profilo.

 

Uno di loro alla fine potrebbe calamitare i due terzi dei voti necessari per essere eletto Papa. Prima di allora, dovrà riuscire a coagulare attorno a sé il favore degli altri italiani.

Non sarà un gruppo di 19 a determinare il Conclave, ma sarebbe già una solida base in un collegio cardinalizio particolarmente sparpagliato. In futuro gli italiani potrebbero ancora ben di meno. È l’ultima chance, a condizione di non dividersi.

 

CONSERVATORI E PROGRESSISTI: I DUE «BLOCCHI» NON BASTANO PIÙ

Gian Guido Vecchi per il “Corriere della Sera”

 

(…)

matteo maria zuppi foto mezzelani gmt9

A nove giorni dal Conclave è il nome del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di Francesco, a ricorrere più di frequente nelle discussioni Oltretevere, dentro e fuori l’assemblea dei cardinali. Il fatto stesso che stia affrontando in maniera diplomatica il caso Becciu, nel silenzio prudente di chi sosteneva l’ex Sostituto finito sotto processo, suona come una conferma della sua autorevolezza.

 

Del resto è lo stato delle cose a fare emergere la sua candidatura, come pure quelle di personalità come il filippino Luis Antonio Tagle, Pierbattista Pizzaballa o Matteo Zuppi.

Il Conclave che eleggerà il successore di Francesco è il più numeroso e vario che si sia mai riunito, sulla carta 135 elettori (con due rinunce annunciate per motivi di salute) da 71 Paesi talvolta remoti.

 

Molti cardinali non si erano mai incontrati e stanno imparando a conoscersi in questi giorni. Soprattutto, è un Conclave multipolare come il pianeta diviso da conflitti. Non ci sono più i due blocchi classici, conservatori e progressisti.

 

Se una divisione netta era problematica anche in passato — chi è tradizionalista in punto di dottrina, magari coltiva aperture notevoli sul piano sociale —, ora l’assemblea dei cardinali, elettori e non, è attraversata da differenze geografiche, culturali, teologiche.

pierbattista pizzaballa

 

Il risultato è che, almeno al momento, non ci sono candidati di «bandiera» forti e sia il campo più riformista sia quello più moderato faticano ad esprimere, come è accaduto in passato, un nome che prevalga sugli altri. Certo, ci sono cardinali influenti, conservatori come il guineiano Robert Sarah o l’ungherese Péter Erdö, progressisti come il tedesco Reinhard Marx o il maltese Mario Grech.

 

Ma è evidente che a prevalere, mentre i cardinali cominciano a interrogarsi sul profilo del prossimo Pontefice, siano le figure autorevoli già conosciute da tutti. O magari profili emergenti come il cardinale di Marsiglia Jean-Marc Aveline, un «pied noir», i francesi d’Algeria rimpatriati nel 1962 al termine della guerra.

 

Pierbattista Pizzaballa

Il tono della discussione appena iniziata è assai diverso da quello che talvolta ha accompagnato le assemblee dei vescovi negli ultimi anni. Il paradosso è che il metodo «sinodale», nel senso letterale di «camminare insieme», pare stia funzionando nelle riunioni che precedono il Conclave più di quanto non sia accaduto durante i sinodi.

Ieri mattina si sono riuniti 180 cardinali, tra i quali un centinaio di elettori. Sono stati nominati i tre assistenti del Camerlengo che vengono rinnovati ogni tre giorni per occuparsi delle questioni pratiche di questi giorni: e la scelta di Marx e Tagle, più il giurista Mamberti, è un segnale di fiducia nei confronti dei collaboratori di Francesco. Dopodiché sono cominciati gli interventi, una ventina: rapporto col mondo contemporaneo e con le altre fedi, evangelizzazione, abusi. E soprattutto «le qualità che il nuovo Pontefice dovrà avere per rispondere con efficacia a tali sfide».

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