LA MACCHINA DEL FANGO ALL’INCONTRARIO VA - FASSINO-D’ALEMA “HANNO UNA BANCA”, IL BANANA HA UNA CONDANNA

Luca Fazzo per "Il Giornale"

Perché a Piero Fassino stava tanto a cuore la conquista della Banca nazionale del lavoro? Perché il segretario dei Ds si dava del tu con l'amministratore delegato di Unipol, e festeggiava come un successo comune un affare fatto da quest'ultimo? Chi decise che l'intercettazione del dialogo tra Fassino e Consorte fosse talmente irrilevante da non venire nemmeno trascritta negli atti dell'inchiesta? Chi appose l'omissis sul brogliaccio? La Procura sapeva o non sapeva che dietro l'omissis del 18 luglio era nascosto Piero Fassino?

Invano, nelle 97 pagine delle motivazioni depositate ieri dal tribunale di Milano si cercherebbe una risposta a queste domande. La vera storia del tripudiante «abbiamo una banca!» di Fassino resta sullo sfondo del processo che ha portato alla condanna senza attenuanti e senza condizionale di Silvio Berlusconi e di suo fratello Paolo per la pubblicazione della intercettazione sul Giornale, nel dicembre del 2005.

Una pennellata sola, per riconoscere la gravità - oggettivamente clamorosa - di quella conversazione, si trova a pagina 79 delle motivazioni: laddove i giudici definiscono la frase di Fassino «significativa della capacita della sinistra di fare affari e mettersi a tavolino coi poteri forti, in aperto contrasto con la tradizione storica, se non di quel partito, quanto meno dell orientamento del suo elettorato». Uno spiraglio appena, una porta che si apre e subito si richiude su una vicenda mai chiarita. Ma che i giudici ritengono evidente irrilevante ai fini della sentenza.

E la sentenza è quella che il 7 marzo è approdata alla condanna non solo di Paolo Berlusconi, che un qualche ruolo come editore del Giornale ha ammesso in questa storia di averlo avuto, e che si vede riconosciuta anche la «aggravante scoop» («per conseguire indebiti profitti patrimoniali collegati tra l'altro ai maggiori incassi delle vendite del quotidiano di cui era editore, dovuti a quello scoop nel periodo di fiacca natalizia»).

Ma è stato condannato anche suo fratello Silvio, per il quale la stessa Procura al termine delle indagini aveva chiesto il proscioglimento, e di cui invece per il tribunale è «logicamente provato» il «concorso morale» alla violazione del segreto e alla sua pubblicazione, quantomeno attraverso il «tacito assenso».

«La sua qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata non potendosi ritenere che senza il suo assenso quella telefonata, che era stata fatta peraltro ascoltare a casa sua, fosse poi pubblicata».

Sono condanne scritte sull'acqua, perché a settembre l'intera vicenda verrà inghiottita dalla prescrizione prima ancora che venga fissato il processo d'appello. Ma le motivazioni sono comunque una lettura interessante. Sia quando negano al Cavaliere le attenuanti generiche e la condizionale, nonostante sia incensurato, per la «lesività della sua condotta» e a causa delle «altre condanne sia pure non definitive».

Sia quando si addentrano nei meccanismi complessi e un po' diabolici che regolano le intercettazioni telefoniche e che, in particolare, vennero impiegate nell'inchiesta Antonveneta, di cui quella su Bnl fu uno spin off, una costola. Perché in aula i tecnici hanno spiegato che fu la Procura della Repubblica a pretendere che venisse impiegato un sistema del tutto nuovo, chiamato Mito 2, che consentiva di immagazzinare e duplicare tutto quanto veniva intercettato, e di risalire poi attraverso i motori di ricerca a ogni nome, a ogni parola. Ma poi ad ascoltare e a trascrivere tutto, riassumendolo nei brogliacci, era la Guardia di finanza.

«La conversazione non era stata trascritta né utilizzata - ha testimoniato un ufficiale delle Fiamme gialle - era stata ritenuta non rilevante perché non aggiungeva nulla di nuovo a quanto gia accertato nelle indagini». Ma lo stesso ufficiale aggiunge che comunque nei brogliacci il nome di Fassino c'era: «compariva la data, l'ora della chiamata, il nome dell'onorevole». Ma uno dei pm dice invece: «nei brogliacci non comparivano i nominativi dei parlamentari». Chi non la racconta giusta?

 

 

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