mario chiesa

IL “MARIUOLO” CHE SOGNAVA DI DIVENTARE SINDACO DI MILANO – 30 ANNI FA L’ARRESTO DI MARIO CHIESA SEGNÒ L’INIZIO DI MANI PULITE: “ERO SOLO UNA PICCOLA RUOTA DI UN MECCANISMO MOLTO PIÙ GRANDE” – QUELLO CHE CRAXI DEFINI’ UN “MARIUOLO” OGGI VIVE DA PENSIONATO TRA LA LOMBARDIA E LA SVIZZERA: "IL FISCO PRETENDE 2 MILIONI DI TASSE NON PAGATE SULLE TANGENTI. HO FATTO COME TANTI ALTRI MA SOLO PER ME VALE L’ERGASTOLO DELLA REPUTAZIONE" - E RIVELA IL VERBALE DELL’INTERROGATORIO NEL 1992: “LA PRIMA VOLTA CHE RICEVETTI DENARO RISALE AL 1974” - PER FARGLI CAPIRE CHE ORMAI ERA ALL’ANGOLO, DOPO L’ARRESTO DI PIETRO GLI DISSE: “L’ACQUA MINERALE È FINITA”

 

Giuseppe Guastella per corriere.it

 

MARIO CHIESA CRAXI

Stanco dei processi, degli anniversari, delle ricostruzioni dell’inchiesta Mani pulite che inevitabilmente ne seguono, inevitabilmente ne seguono, Mario Chiesa è stanco che da trent’amni nell’immaginario collettivo italiano lui venga identificato come «il» politico corrotto. «Perché puntate sempre su di me? Ero solo una piccola ruota di un meccanismo molto più grande», si lamenta mentre fa ancora i conti con gli strascichi dell’indagine che portò al suo arresto, come i due milioni di euro che gli chiede l’Agenzia delle entrate per le tasse non pagate sul reddito generato dalle tangenti.

 

Politico in carriera in quel Partito socialista che con i quarantenni d’assalto di Bettino Craxi tra gli anni Ottanta e Novanta sgomitava per farsi largo tra la Dc dei Forlani e degli Andreotti e il Pci-Pds di Occhetto, Chiesa possedeva tutti i caratteri per incarnare il perfetto capro espiatorio quando fu arrestato la mattina del 17 febbraio 1992. Era il modello dell’uomo di partito sprezzante e arrogante con cui si era costretti a scendere a patti, e non fu difficile per Craxi liquidarlo come un «mariuolo» nella vana speranza che lo scandalo che emergeva con prepotenza sulle tangenti al Pio Albergo Trivulzio si sgonfiasse catalizzando solo sull’ingegnere rampante la crescente indignazione popolare.

mario chiesa

 

Fu un errore di sottovalutazione. Ormai «politicamente finito, privo di qualsiasi lavoro», come mise a verbale Mario Chiesa nel primo interrogatorio a San Vittore, decise di confessare facendo partire la valanga che di lì a breve avrebbe spazzato la prima Repubblica, con gli imprenditori che fecero la fila davanti la porta di Di Pietro per confessare le tangenti pagate e poi patteggiare. Primi tra tutti quelli che avevano goduto del sistema a scapito delle imprese oneste.

 

mario chiesa 7

Condannato a 5 anni e 7 mesi che in parte trascorse in affidamento ai servizi sociali, di cui tre condonati, di Chiesa si persero le tracce fino al marzo del 2009 quando tornò sotto i riflettori perché fu arrestato a Busto Arsizio per un traffico di rifiuti con al centro la Servizi ecologici Milano (Sem), una società di cui era amministratore di fatto. Chiusa anche questa vicenda, patteggiando tre anni di reclusione poi cancellati da un nuovo indulto, Mario Chiesa, 79 anni, qualche problema fisico, oggi vive da pensionato tra la Lombardia e la Svizzera, dove risiede il più giovane dei suoi due figli. Le sue considerazioni filtrano mediate dal legale attuale, l’avvocato Stefano Banfi: «L’ingegnere affronta malissimo tutte le notizie sugli episodi di corruzione e concussione perché, anche nelle vicende che non lo riguardano, c’è sempre chi fa comunque il suo nome». «Ho fatto un qualcosa che molti altri hanno fatto prima e dopo di me, anche in forma più grave, ma di costoro nessuno ricorda mai il nome», confida l’ex presidente della Baggina, come i milanesi chiamano il Trivulzio. 

 

tangenti pio ospizio trivulzio arrestato mario chiesa

«Ho ammesso le mie responsabilità, pagato il mio debito con la giustizia, ho restituito tutto quanto dovevo restituire. Non sono io che ho organizzato il sistema di corruttela», dice al suo difensore ricordando i 6 miliardi di lire restituiti e i risarcimenti versati. Per questo il trentennale di Mani pulite lo lascia del tutto indifferente, anzi rafforza in lui la convinzione che «la condanna vera è la consapevolezza che non potrà mai beneficiare del diritto all’oblio. Un ergastolo della reputazione».

 

annamaria bernardini de pace e laura sala moglie di mario chiesa

In tre decenni, Mario Chiesa ha tentato di difendere, per quanto possibile, ciò che resta della sua privacy. «Gli è capitato più volte di essere riconosciuto ed anche i figli e la ex compagna hanno patito questa sua cattiva notorietà», spiega Banfi. Che Chiesa sia stato lo strumento con cui Antonio Di Pietro e la Procura guidata da Francesco Saverio Borrelli hanno scardinato larga parte del sistema corruttivo — non tutto — di quegli anni è la storia a certificarlo, ma per l’avvocato l’arresto che diede il via ufficiale alla stagione di Mani pulite non fu un episodio casuale.

 

Convinzione, evidentemente condivisa con il suo assistito, alla quale giunge analizzando fatti e documenti dell’epoca. Di Pietro aveva indagato nei mesi precedenti su un racket delle pompe funebri alla Baggina mettendo sotto controllo i telefoni di Chiesa ed in procura era arriva l’informazione che dagli atti della separazione tra l’ingegnere e la moglie emergeva che aveva 10 miliardi di lire in banca e altri soldi in Svizzera, depositati sui conti cifrati «Levissima» e «Fiuggi». Una «situazione patrimoniale non ufficiale» totalmente spropositata per il presidente di un ente cittadino benefico.

MARIO CHIESA

 

Per fargli capire che ormai era all’angolo, dopo l’arresto Di Pietro gli fece sapere: «L’acqua minerale è finita». L’ingegnere confessò. Alla stregua della maggior parte di coloro che furono presi «con le mani nella marmellata», come disse Di Pietro con una delle sue celebri frasi, «era fedele all’accordo di spartizione che c’era tra i partiti», ammette Banfi, ma tenne anche qualcosa per sé. Rivendicò, però, di aver migliorato il Trivulzio: 

 

MARIO CHIESA CRAXI 1

«Nonostante le mie responsabilità (…) ho anche lavorato seriamente per la trasformazione del Pat» che fino ad allora era luogo dove «la gente andava solo a morire». Secondo Banfi, quindi, «Chiesa è l’anello di congiunzione forgiato con calma e pazienza per collegare la corruzione già esistente da tanti anni ai vertici dei partiti italiani». Un sistema di cui era parte integrante già a 30 anni, appena entrato con un contratto a termine nell’amministrazione dell’ospedale Sacco.

 

colombo di pietro davigo

Lo rivela il 23 marzo ’92 nel primo interrogatorio di fronte a gip Italo Ghitti: «La prima volta che ricevetti denaro risale al 1974 (…) il 10% dell’appalto per la manutenzione ordinaria annuale del Sacco». A pagare 18 anni prima era stato lo stesso imprenditore che alle 15 del fatidico 17 febbraio 1992 gli consegnò altri 37 milioni di lire in contanti, parte di una tangente sull’appalto per la tinteggiatura degli mobili dell’ente che, dichiarò Chiesa nello stesso interrogatorio, aveva poi gettato nel water dell’ufficio all’arrivo dei carabinieri prima dell’arresto, salvo poi smentire di averlo fatto. Sta di fatto che quei soldi sparirono e non furono sequestrati sempre quel 17 febbraio.

 

di pietro colombo borrelli

Due ore e mezza dopo Luca Magni entrò nel suo ufficio e gli consegnò la stecca di 7 milioni per l’appalto delle pulizie. L’imprenditore era d’accordo con Di Pietro e con i carabinieri che avevano controfirmato le banconote e che di lì a poco irromperanno nell’ufficio trovando la somma in una busta bianca «in biglietti da lire 100.000» nella scrivania «all’interno del cassetto di sinistra», riporta burocraticamente il verbale di sequestro. Fu la fine dell’uomo che da segretario della sezione Musocco-Vialba del Psi sognava di diventare sindaco di Milano.

mario chiesa 11antonio di pietro gherardo colombo francesco greco piercamillo davigo

 

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