donald trump giorgia meloni referendum

“A UNA SETTIMANA DALL’ATTACCO ALL’IRAN, MELONI CONTINUA A ESSERE IN FUGA DALLE SUE RESPONSABILITÀ” – MASSIMO GIANNINI INFILZA LA DUCETTA - "COME LE SUCCEDE SEMPRE, LA PREMIER ELUDE IL MERITO: CIOÈ IL GIUDIZIO POLITICO SUL SUO IDOLO, THE DONALD. TRUMP È STATA LA SUA SCOMMESSA INIZIALE. HA SCELTO DI DIVENTARE LA SUA CHEERLEADER, A COSTO DI ALLONTANARSI DALL’EUROPA DEI FONDATORI E DI CONFLUIRE IN QUELLA DEI GUASTATORI. E LA STA PERDENDO. TRA I VECCHI SAGGI EX-DEMOCRISTIANI CIRCOLA UNA TEORIA: MELONI NON SARÀ TRAVOLTA DAL MALGOVERNO, MA FINIRÀ SOTTO LE MACERIE DI TRUMP. SE LO DICONO LORO, FAREBBE BENE A CREDERGLI…"

 

 

Massimo Giannini per repubblica.it - Estratti

 

Con i missili sull’uscio di casa, sarebbe fin troppo facile maramaldeggiare sul governo degli Inetti. Insistere ancora sulle disavventure vanziniane di Crosetto che recita le sue “Vacanze a Dubai” o sulle maschere tragicomiche di Tajani che consiglia di non affacciarsi alla finestra quando volano i droni.

 

GIORGIA MELONI E DONALD TRUMP

Calcare la mano su Lollobrigida, che dopo le prime bombe su Teheran posta i complimenti a Sal Da Vinci, eroe della canzone neo-melodica scagliata dal palco di Sanremo contro il nemico radical chic. Ironizzare sulle perle quotidiane di Nordio, che da vero Guardasigilli-in-Capo atterra con elicottero di Stato sui campi di calcetto per esportare in tutta la Penisola la capocrazia referendaria.

 

Denunciare la bolletta che esplode, con lo Stretto di Hormuz chiuso, i prezzi di gas e petrolio alle stelle, gli stoccaggi in via di esaurimento e il rischio di dover tornare da Putin col cappello in mano, a elemosinare il suo metano ancora saturo del sangue dei poveri ucraini. Potrebbero allungarsi all’infinito, gli esempi di quella che Arbasino chiamava la “Grande Discarica Italiana”.

 

 Ma fermiamoci qui, per carità di Patria (appunto). A qualunque altro governo tremerebbero i polsi di fronte a questa terribile terza Guerra del Golfo, che si aggiunge alla guerra in Ucraina e che si somma alla guerra in Palestina.

 

Ma proprio perché l’ora è così grave, non si può più tollerare il silenzio ambiguo della presidente del Consiglio.

 

A una settimana dall’attacco all’Iran dell’asse israelo-americano, Meloni continua a essere una donna in fuga dalle sue responsabilità. Di fronte alla “Furia epica” di Trump e al “Ruggito del leone” di Netanyahu, va bene dire “noi non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”: ma non può bastare.

TRUMP MELONI ICE

 

Così come non può bastare, rispetto alla domanda sulle basi militari, cavarsela con un tartufesco “finora non ce le hanno chieste”. In un pianeta di belve feroci, non è tempo di struzzi che mettono la testa sotto la sabbia o di opossum che si fingono morti. Per quanto gregaria, l’Italia deve scegliere chi vuole essere e qual è il suo posto nel mondo. Sarebbe inutile aspettarsi un discorso forte e chiaro come quello di Pedro Sánchez, che ha gridato il suo no a questa guerra illegittima perché “così iniziano i disastri dell’umanità”. Lei non lo farà. 

 

(...)

Come le succede sempre, la premier elude il merito: cioè il giudizio politico sul suo idolo, The Donald. Trump è stata la sua scommessa iniziale: ha scelto di diventare la cheerleader, a costo di allontanarsi dall’Europa dei fondatori e di confluire in quella dei guastatori. E la sta perdendo.

 

DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - MEME BY EDOARDO BARALDI

Convinta di lucrarne un dividendo politico, ha deciso di coprirne quasi tutte le nefandezze. Ha giudicato “un’opportunità” i dazi che hanno sfasciato il commercio mondiale. Ha apprezzato le spietate politiche migratorie del tycoon, modello per il nostro dissennato outsourcing albanese.

 

Ha ingoiato gli insulti alla Ue dei “parassiti e degli scrocconi” e lodato le offese di Vance sulla nostra “civiltà al tramonto”. Non ha battuto ciglio davanti alle milizie para-militari dell’Ice che sparavano alla gente per strada. Non ha obiettato nulla di fronte alle mattane coloniali sulla Groenlandia, sul Canada, su Panama.

 

Ha ritenuto “del tutto legittima” l’invasione del Venezuela e la destituzione di Maduro. Ha “osservato” e apprezzato quell’ignobile Comitato d’Affari chiamato Board of Peace, pronto a banchettare sulle rovine di Gaza. Ha aderito alla richiesta del Nobel per la pace al Commander in Chief, finora solo portatore di manie belliciste. In definitiva, ha creduto alla favoletta che risuona in quel che resta degli alti consessi internazionali, secondo la quale “se non sei al tavolo, sei nel menù”. Senza rendersi conto che in era trumpiana nel menù ci stiamo tutti, perché al tavolo c’è solo lui. Ma soprattutto senza capire dove ci avrebbe portato la volontà di potenza dello Sceriffo di Washington, ibridata con lo spirito di sopravvivenza del Guerriero di Tel Aviv: l’ennesima guerra in Medio Oriente, che stavolta però non è solo questione tra Israele e Hamas-Hezbollah. Ci chiama in causa tutti, perché è conflitto regionale che dilaga e può colpire ovunque.

giorgia meloni donald trump

 

È di questo anno di entropia globale accelerata dalla Casa Bianca, che Meloni non parla mai. Ed è proprio quest’ultima guerra che si rifiuta di giudicare, nonostante abbia violato palesemente l’articolo 2 della Carta Onu e l’articolo 5 dello statuto della Corte Penale Internazionale. Nella sua surreale intervista radiofonica non nomina mai Trump e Netanyahu. Denuncia “il caos” attuale, ma con un volo pindarico e geopolitico lo attribuisce solo all’invasione russa in Ucraina e alla “reazione scomposta” dell’Iran. Dice proprio così: “reazione scomposta”, senza un minimo cenno all’azione che l’ha determinata. Come se gli odiosi Guardiani della Rivoluzione sciita si fossero bombardati da soli, e per ripicca avessero sparato missili sulle basi Usa e sulle petromonarchie sunnite. Siamo tutti felici, se scompare un tiranno, e Ali Khamenei lo era.

 

Ma c’è un limite al disordine mondiale, al diritto del più forte, alle menzogne di chi lo pratica o lo copre. L’Underdog, in cuor suo, ora teme sul serio che con questa guerra quel limite sia stato superato (come si è lasciato sfuggire alla Camera il ministro della Difesa). E ne ha paura, perché stavolta ne hanno paura gli italiani che vivono e votano qui, nel Belpaese.

giorgia meloni donald trump

 

Persino gli elettori delle tre destre inorridiscono di fronte agli F-35 a stelle e strisce che decollano sulle note della Macarena e fanno strage di bambine nelle scuole di Teheran. Si spaventano all’idea che il falso amico amerikano ci chieda basi, caccia o soldati per un conflitto che avrà il solo effetto di produrne altri.

 

Si preoccupano per il greggio a 100 dollari al barile, la benzina a 2,2 euro al litro, la luce a 150 euro a megawattora. E persino loro, di fronte a una minaccia del genere, potrebbero essere tentati di disconnettersi da questo trumpismo-melonismo da combattimento, inconciliabile col nostro tran-tran da italiani brava gente. Sarebbe una vera autodafé per il governo.

 

Tanto più in vista del referendum sulla magistratura: se l’angoscia per la guerra nutrisse l’astensionismo, il no potrebbe vincere. E la Sorella d’Italia — attraversato inutilmente il deserto yankee — si ritroverebbe in terra incognita. Indecisa, ancora una volta. Se forzare sulla legge elettorale, con tutte le difficoltà del caso. Se provare l’azzardo del voto anticipato, con tutti gli ostacoli del Colle. Col timore, in ogni caso, di accompagnare Trump nella discesa agli inferi del Mid-Term, e di finirci dentro insieme a lui, in un profetico simul stabunt, simul cadent.

 

GAZA RIVIERA - DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - BENJAMIN NETANYAHU - MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA

Tra i vecchi saggi ex-democristiani circola una teoria: come la Dc non morì sotto i colpi di Mani Pulite ma per il crollo del muro di Berlino, così Meloni non sarà travolta dal malgoverno, ma finirà sotto le macerie di Trump. Se lo dicono loro, farebbe bene a credergli.

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