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L'OSTACOLO PIU' DURO PER GIORGIA DEI DUE MONDI E' ARRIVATO: DEVE DECIDERE SE ESSERE LA RAGAZZA PON-PON DI TRUMP O STARE AL FIANCO DELL'UNIONE EUROPEA CONTRO LE TRUMPATE - DI FRONTE AI DAZI DEL 25%, APPENA ANNUNCIATI DAL TRUMPONE, BATTERÀ FINALMENTE UN COLPO? AVRÀ MAI LA LEADERSHIP DI UN MACRON, CHE SI È DIVINCOLATO DALLA STRETTA DI MANO DI TRUMP RIBATTENDO ALLE SUE CONTINUE MENZOGNE – IN ASSENZA DI UNA DECENTE OPPOSIZIONE, L'UNICO RISCHIO CHE CORRE IL GOVERNO MELONI E' DI IMPLODERE SULLA POLITICA ESTERA, TRA FRATELLINI D’ITALIA SEMPRE PIU' MALMOSTOSI VERSO L'EUROPA E  SALVINI IN ANSIA DA PRESTAZIONE TRUMPIANA (OGGI HA INCONTRATO PAOLO ZAMPOLLI, "COMMISSARIO" DEL TYCOON GIUNTO IN ITALIA PER ASSICURARSI DELLA FEDELTA' DI GIORGIA AL VERBO "MAGA") – I "PIZZINI" DELLA SANTADECHE' E L'INSOFFERENZA VERSO LA RUSSA - L’INCAZZATURA PER L’INTERVISTA DI MARINA BERLUSCONI E L’ATTACCO DI JOHN BOLTON: “DOPO IL SALUTO NAZISTA DI BANNON, MELONI NON AVREBBE DOVUTO PARTECIPARE ALLA CPAC”

DAGOREPORT

DONALD TRUMP - ELON MUSK - GIORGIA MELONI

In assenza di opposizione decente, a mettere i manganelli tra le ruote della Giorgia dei Due Mondi ci pensano i suoi alleati di governo.

 

Gli unici rischi che corre l'esecutivo della Ducetta, infatti, non arrivano dal baraccone della sinistra in versione ''Campolargo camposanto", che in questi tempi pazzi fatica a trovare una posizione comune e si divide tra “belligeranti” e “pacifinti”.

 

Piuttosto, è la solita armata Branca-Meloni a dover impensierire la premier. Matteo Salvini gioca a fare la groupie di Trump, e si trova a stappare lo spumante per il secondo posto di Afd in Germania: “Il cambiamento vince”. Ormai ci manca solo il saluto romano come Bannon e Musk.

INCONTRO TRA MATTEO SALVINI E PAOLO ZAMPOLLI

 

Al segretario leghista, in ansia da vannaccismo, si aggiungono i Fratellini d’Italia, scelti per fedeltà e appartenenza, e non per merito, che ogni giorno sembrano tenerci tantissimo a dimostrare di essere inadeguati, forse per non fare ombra all’unica stella, la donna che li ha miracolati, ovvero Giorgia Meloni.

 

Last but not least, le contraddizioni interne stanno macerando anche ciò che resta di Forza Italia, che in mano a quell’orsetto pacioccone di Antonio Tajani sta perdendo la sua identità, e si barcamena tra vaghe invocazioni del centro liberale e il supporto indefesso al melonismo senza limitismo.

 

Amorale della fava: se la Meloni barcolla è solo per una potenziale implosione, e la miccia, il grande discrimine che divide le posizioni della maggioranza, è sempre e soltanto la politica estera.

 

GIORGIA MELONI - EDMONDO CIRIELLI

Ne sono “rappresentazione plastica” (come direbbe la Santanchè) le sparate di Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri in quota Fratelli d’Italia, che in due interviste ha lasciato di stucco la fiamma tragica di Palazzo Chigi. Prima, al “Foglio”, ha invocato Trump come salvatore della Patria (la nostra): “Dobbiamo essere fiduciosi che l’accordo di pace tra Ucraina e Russia a cui vuole arrivare il presidente Trump sarà giusto. Per questo l’Ue dovrebbe smetterla con certe dichiarazioni roboanti”.

 

Poi, lunedì, parlando con “il Fatto quotidiano”, è andato oltre, auspicando che in Germania la Cdu rompesse il cordone sanitario e si alleasse con i nazisti di Afd: “L’ultradestra è ormai destra di Governo. Non si può ignorare e sarebbe un errore. Fratelli d’Italia è più simile alla Cdu, ma su alcuni temi con Afd esiste una contiguità”.

 

giorgia meloni volodymyr zelensky giovanbattista fazzolari

Parole che hanno fatto sobbalzare dalla sedia Giovambattista Fazzolari, che ha subito preso per le ‘recchie Cirielli, invitandolo a smetterla con queste sparate e cercando di riportarlo alla ragione.

 

L’opposizione interna a Fratelli d’Italia, comunque, è un magma senza una vera forma.

 

Negli ultimi tempi, in seguito al caso Santadeché, si è formato un correntone anti La Russa, che vede come capataz Carlo Fidanza e Nicola Procaccini (ex sindaco di Terracina). È l’esito finale di una vecchia battaglia interna alla galassia post-missina.

 

Dei quattro ''colonnelli'' di epoca finiana (oltre a ‘Gnazio, Gasparri, Alemanno e Storace) era considerato quello “diverso”: era il siculo-milanese “ricco” grazie allo studio legale del padre, grande amico di Ligresti, una caratteristica che nella destra pauperista non è mai stata considerata un merito.

 

ignazio la russa daniela santanche 2003

Come ha scritto Alessandro De Angelis oggi sulla “Stampa”, parlando di Daniela Santanchè (amica fraterna di La Russa), “viene davvero da chiedersi che c'azzecca con gli stilemi pauperisti della destra italiana, e col racconto che fa di sé e della mitologia delle origini, questo personaggio modaiolo che ha sempre gestito se stesso col talento di un influencer, sin da quando gli attuali influencer indossavano sneakers per nulla griffate e preparavano gli striscioni a Colle Oppio”.

 

A proposito dell'irriducibile Santanchè, ieri in aula ha fatto volutamente un velenoso riferimento ai colleghi di partito “che hanno chiamato” per entrare al “Twiga e Billionaire” (tra questi pare anche l'ex coppia Meloni e Giambruno). La “Pitonessa” si sente tradita da chi cercava la sua benevolenza, e non a caso a manifestarle solidarietà, in Aula, si sono appalesati solo un manipolo di amici, quasi tutti forzisti (Bernini-Tajani-Casellati) e qualche fratello d’Italia sparso come Giuli, Roccella, Abodi…

 

DANIELA SANTANCHE ALESSANDRO GIULI

In aggiunta al correntone anti-La Russa, che ha come obiettivo la presa di Milano (il nome di Carlo Fidanza, già protagonista, suo malgrado, dell’inchiesta di Fanpage sulla lobby nera, circola come possibile candidato a sindaco del capoluogo lombardo), c’è il solito mormorio indistinto dei "gabbiani" di Rampelli e l’attivismo pasticcione di Francesco Lollobrigida.

 

L’ex cognato d’Italia, che sognava di creare la corrente dei lollisti, arruolando Giovanni “Minnie” Donzelli puntando sul comune desiderio di vendetta verso Arianna Meloni, ha dovuto riporre i suoi sogni di gloria nel cassetto. È stata la sua stessa ex compagna a fregarlo: richiamando l'ex coinquilino di Delmastro all’ovile e arruolandolo di nuovo tra le sue file.

 

GIORGIA MELONI - DONALD TRUMP

Più preoccupanti delle beghe di via della Scrofa sono le sparate di Salvini. Il “Capitone” gioca a fare il più trumpiano del reame, e ogni giorno provoca la Ducetta con dichiarazioni imbarazzanti, anti-Ue, pro-Musk e a favore dei nazisti tedeschi di Afd. L’obiettivo del segretario leghista è mettere sotto pressione la Statista della Garbatella, incastrandola come “traditrice” dei valori della destra trumpista.

 

Oggi Salvini, per gradire, ha spernacchiato Ursula von der Leyen: “Se la mettessimo una von der Leyen a capo di un esercito comune europeo, dura venti minuti e poi si arrende”. Sempre oggi Salvini ha ricevuto il Paolo Zampolli, neo-nominato inviato speciale di Trump per l’Italia, giusto per pubblicare una foto sui social e “ribadire gli ottimi rapporti con la nuova amministrazione americana).

 

donald trump matteo salvini

Il ruolo di Zampolli nel Belpaese, ufficialmente (lo ha detto lui a Hoara Borselli, la Fallaci di Sallusti), è “obbedire agli ordini di Trump”. Ma a Palazzo Chigi temono che il suo mandato sia piuttosto quello di “controllare” e capire le reali intenzioni del Camaleonte di palazzo Chigi, che si trova sempre più in difficoltà a rimanere in equilibrio tra il ruolo di cheerleader del “Maga” e protettrice degli interessi italiani a fianco dell'Unione Europea.

 

Una ambiguità paraculetta sempre più ingombrante per Giorgia Meloni, su cui anche gli americani iniziano a nutrire più di un dubbio.

 

L’elogio pubblico di Trump (“Giorgia è una donna meravigliosa, la sua leadership è molto forte”) nasce sì per soffiare sul fuoco delle divisioni europee – e infatti è stato pronunciato di fronte a un impassibile Emmanuel Macron, non proprio un fan della Thatcher della Garbatella – ma anche come una sorta di “avvertimento” preventivo al governo di Roma.

 

la stretta di mano tra donald trump ed emmanuel macron 2

Quanto reggerà la Meloni di fronte a tanta pressione? Difficile da dirsi, ma certo è che prima o poi anche lei dovrà dire qualche no a Donald Trump. Riuscirà ad avere la fermezza di Macron, che è riuscito a divincolarsi dalla stretta di mano del Caligola di Mar-a-Lago e a zittirlo quando raccontava le sue solite fregnacce sull’Europa che non ha pagato per la difesa Ucraina? O si comporterà come una cameriera del marito di Melania?

 

Se infatti il Caligola di Mar-a-Lago ha un merito, è quello di aver compattato come mai prima d’ora i 27 stati dell’Ue. Sull’asse Londra-Parigi-Bruxelles c’è un fermento senza precedenti: il presidente francese, Macron e il premier britannico, Starmer, si sono schierati subito in prima linea contro la resa ucraina a Putin immaginata da Trump. Il laburista inglese ha tenuto un discorso notevole durante la riunione del G7 per l’Ucraina, lunedì: “Questo è il momento dell’unità”

emmanuel macron keir starmer vertice europeo sull ucraina foto lapresse

 

Starmer ha annunciato l’aumento delle spese in difesa e ha garantito l’appoggio britannico a Kiev qualsiasi cosa succeda, dicendosi disposto anche a inviare truppe sul campo di battaglia, perché “se l’Ucraina fallisce, l’Europa sarà la prossima. Ecco cosa è in gioco qui", ha detto con toni da Churchill, "Ecco perché saremo sempre al fianco dell’Ucraina e dei nostri alleati. Contro questa aggressione. E per una pace giusta e duratura”.

 

Un’offensiva doppia, quella di Macron e Starmer, rinvigorita dalla straordinaria lezione di democrazia arrivata da Berlino: con un’affluenza record dell’84% i tedeschi hanno respinto l’assalto dei nazisti di Afd, sostenuti da Elon Musk, e hanno portato alla cancelleria Friedrich Merz, che ora dovrà allearsi con la Spd per formare un nuovo governo di “grande coalizione”.

friedrich merz in un jet militare

L’ex nemesi di Angela Merkel ha subito messo le cose in chiaro, invocando “l’emancipazione” dell’Europa dagli Usa, e rompendo il tabù della condivisione della deterrenza nuclare francese (Parigi è l’unica potenza nucleare dell’Ue).

 

Al trio Macron-Starmer-Merz si aggiunge poi il polacco Donald Tusk, leader di un Paese che già nel 2025 arriverà a spendere il 4,7% del Pil in difesa e si prepara all’eventualità di una futura aggressione russa.

 

Al quartetto anti-Russia si contrappone il solito Orban: il premier ungherese, da anni cavallo di Troia di Putin nell’Ue, lunedì ha confermato il suo posizionamento votando contro la risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu (insieme a Usa, Russia, Corea del Nord, Bielorussia e Israele).

 

MATTEO SALVINI FESTEGGIA IL SECONDO POSTO DI AFD ALLE ELEZIONI IN GERMANIA

 

È lo stesso Orban che in Europa è alleato di Matteo Salvini e Afd tra i famigerati Patrioti: Giorgia Meloni si schiererà con questo gruppetto di impresentabili? O getterà finalmente il cuore oltre l’ostacolo per trasformarsi, da capetto di un partito, in statista?

 

Nel suo discorso alla CPAC, “Giorgia on my mind” ha preso tempo. Ha “sorvolato alto” sull’Ucraina e ha tirato fuori la solita manfrina dell’economia che “va benissimo”, di presunti record occupazionali, eccetera eccetera.

 

Ha mancato di ricordare, la poveretta, che se l’economia italiana nel 2024 è cresciuta, pur di un misero 0,5%, non è merito suo, quanto dei 200 miliardi garantiti all’Italia dall’Unione europea. Senza l’ossigeno del Pnrr, saremmo gambe all’aria.

 

Schierarsi senza se e senza ma con Trump, inoltre, non è una posizione saggia nemmeno dal punto di vista ideologico. L’isolazionismo del tycoon in politica estera sta facendo incazzare anche lo stesso mondo conservatore. È da destra, infatti, che arrivano le critiche più dure al metodo Trump.

 

donald trump elogia giorgia meloni 1

Il quotidiano britannico “Daily Telegraph”, per esempio, da paludato organo dell’establishment di destra, si è trasformato in uno dei più feroci avversari della tecno-destra al potere a Washington.

 

Lo stesso vale per il giornalista Andrew Sullivan, neoconservatore, che ha vergato un attacco durissimo all’autocrazia (“Trump ha piantato un paletto nel cuore della democrazia. Il diritto internazionale scompare, le grandi potenze dividono il pianeta in sfere di influenza e i forti controllano sempre i deboli”)

 

Oggi, intervistato dal “Corriere della Sera”, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton (un falco fautore dei regime change, non certo una verginella liberal), tra le molte accuse rivolte al suo ex capo ha criticato proprio la Meloni per il suo discorso alla CPAC: “Steve Bannon ha fatto il saluto nazista e Jordan Bardella, leader del partito di Marine Le Pen, ha rinunciato a partecipare. Forse anche Meloni avrebbe dovuto ripensarci”.

 

john bolton

Oltre a ripensare al discorso di sabato, la premier dovrebbe anche rivedere la sua agenda. Per non andare a Kiev, dove sarebbe stata fotografata insieme ad altri 14 leader europei (più il canadese Trudeau) facendo potenzialmente girare gli otoliti a Trump, ha accampato la scusa della visita di Stato dello sceicco emiratino Mohammed Bin Zayed.

 

Tutto giusto, anche comprensibile, senonché le agende dei leader si preparano con il misurino, con mesi di anticipo. Possibile che nessuno a Palazzo Chigi si sia accorto della coincidenza con il 24 febbraio, giorno dell’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina?

 

Più probabile che la visita di Stato sia stata infilata ad hoc in quel giorno per evitare di doversi schierare pubblicamente con Zelensky (inizialmente la Meloni aveva addirittura annunciato che non avrebbe partecipato al G7 in videoconferenza).

 

MARINA BERLUSCONI INTERVISTATA DAL FOGLIO

Quanto ancora potrà durare questo equilibrismo da camaleonte? Che succederà quando la Meloni, corteggiata e lodata da Trump, dovrà dirgli di no? Accadrà prima di quanto si pensi, visto che il tycoon ha appena annunciato dazi del 25% contro l’Unione europea.

 

La Meloni, che sognava di essere il “ponte” tra Usa ed Europa, sceglierà le sirene di Washington o baderà finalmente agli interessi italiani? Parafrasando De Andrè: continuerà a farsi scegliere, o finalmente sceglierà?

 

Ps. Se Antonio Tajani è il primo della lista degli incazzati per l’intervista rilasciata da Marina Berlusconi al Foglio, è indubbio che al secondo posto ci sia Giorgia Meloni, che non ha gradito l’intemerata “liberal” della “Cavaliera”

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