“MIO PADRE TONI NEGRI FU UN CAPRO ESPIATORIO: GLIELO DISSE IN CELLA COSSIGA” – LA FIGLIA ANNA RACCONTA IN UN DOCUMENTARIO E A WALTER VELTRONI IL SUO RAPPORTO CON IL PAPA', LEADER DI AUTONOMIA OPERAIA, MORTO NEL 2023 – I BRIGATISTI DEFINITI “FRATELLI” (“MA IL GIORNO IN CUI FU ANNUNCIATA LA MORTE DI MORO LUI ERA INFURIATO”), LA FAMIGLIA FATTA A PEZZI (“IL SUO COGNOME, LE SUE SCELTE HANNO SCHIACCIATO LA MIA VITA, L’HANNO CONDIZIONATA”) E LA VOLTA IN CUI LUI DECIDE DI RIENTRARE IN ITALIA DOPO LA LATITANZA NELL’ANNO IN CUI LA FIGLIA GIRA IL SUO PRIMO LUNGOMETRAGGIO: “MI ARRABBIAI DAVVERO. MI SEMBRÒ CHE IL DISINTERESSE PER IL NOSTRO DESTINO DI FIGLI FOSSE TROPPO FORTE, TROPPO INSPIEGABILE. SOPRATTUTTO PERCHÉ…” - VIDEO

 

Walter Veltroni per il “Corriere della Sera” - Estratti

 

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Anna Negri sta per mandare sugli schermi il suo film più difficile. Uscirà nelle sale per tre giorni, da oggi, «Toni, mio padre». Un lungo, affascinante, talvolta straziante, dialogo tra lei e suo padre Toni, ormai novantenne, a un passo dalla fine dei suoi giorni. Toni Negri è stato un filosofo, negli anni Settanta un leader teorico dell’Autonomia Operaia, fu più volte accusato di reati di terrorismo dei quali si è sempre dichiarato innocente. Ha fatto diversi anni di carcere e di latitanza in Francia.

 

(…)

Tutti questi stimoli in un film sincero. Sincero in modo persino disarmante. 

«Dovevamo capirci, chiarirci, prima di separarci. Dovevamo dirci le nostre vite, così intrecciate e al tempo stesso così separate. È stata un’esperienza altamente liberatoria per lui e per me». 

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Non è un’abiura del padre, esercizio forse impossibile e innaturale, è un collettivo, un comitato di base, un’assemblea tra due persone che hanno lo stesso sangue nelle vene e due esistenze che hanno danzato vicine e lontano, in amore e in conflitto. 

«Sono due punti di vista sulle cose guidati da prospettive diverse. Lui era ed è stato sempre immerso nella dimensione tutta politica delle cose della vita, ha inseguito un sogno che non si è realizzato, il resto era secondario. 

 

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Ma non per cattiveria. Si disinteressava dei figli perché pensava e credeva di combattere per un mondo in cui i suoi figli e quelli di tutti avrebbero vissuto meglio, più giusti. Il mio sguardo è invece di chi pensa che il futuro è qui, è ora. È in noi. È nei rapporti tra le persone, nell’antagonismo alle dinamiche del potere che stravolge gli umani e si ripete noiosamente ingiusto. Il politico e il privato, eternamente separati». 

 

Come vedi oggi gli anni Settanta? 

«Un grande laboratorio di energia civile, anni in cui si sperimentava, anni generosi, di comunità. Non li si può identificare e schiacciare nella deriva terroristica, c’era di più, come dimostrano le grandi conquiste civili di quegli anni». 

 

Quale è il tuo giudizio tuo sulla violenza che ha insanguinato l’Italia in quegli anni? 

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«Di condanna, senza riserve. Il terrorismo ha portato via quell’energia, l’ha imprigionata. Nel film parlo della foto dei ragazzi che sparavano contro la polizia a via De Amicis a Milano. Mi ha sempre disturbato, quella immagine. Mi sembrava la parola fine su quei sogni sinceri e generosi. Le pistole e l’eroina hanno giustiziato quel bisogno di libertà. Ma la cinica identificazione dell’energia di quel decennio con il terrorismo è un grave errore.Si è gettato il bambino con l’acqua sporca». 

 

Tuo padre, nel film, pur condannando le Brigate Rosse, delle quali evidentemente non era il capo, nel film li chiama però «fratelli».  Un’espressione per me raggelante, pensando a quante persone sono state uccise ingiustamente, inutilmente, in quegli anni. 

«Toni, mio padre, pensava che le Brigate Rosse avessero distrutto quel movimento sociale che lui pensava fosse in grado di creare una nuova società. Ricordo che il giorno in cui fu annunciata la morte di Moro lui era infuriato.

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Il paradosso è che quando fu portato in galera con l’accusa assurda di aver concorso a quel rapimento e a quell’assassinio, lui per due anni non poté uscire dalla sua cella perché le Br lo volevano uccidere. Però pensava che quei militanti fossero comunque figli di quell’intenzione di rivoluzionare la società che è sempre stata la ragione della sua stessa esistenza». 

 

Tu hai mai avuto dubbi circa la colpevolezza di tuo padre? 

«No. Ricordo che Cossiga nel 1998 andò a trovarlo in carcere e gli disse che dopo l’esito del rapimento Moro avevano bisogno di trovare un capro espiatorio e scelsero lui. La penso così». 

 

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Tu avevi dodici anni quando la polizia perquisì la vostra casa nel maggio 1977, quattordici quando lo arrestarono e ne avevi solo cinque quando vennero dopo il 12 dicembre del 1969, per la bomba di Piazza Fontana messa dai fascisti. 

«È stata dura trovarsi bambini con i fucili in casa. La nostra famiglia è stata fatta a pezzi. Non si è più ricostruita. Nel film volevo raccontare come la grande storia, quella con la esse maiuscola, impatti nella storia dei singoli. In fondo il film è un romanzo familiare attraversato dalla Storia». 

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Nel film te la prendi con tuo padre, sei netta. E lui dice «Ho perso lo statuto di padre». 

«Sì, ma con amore e con rispetto della verità delle sue intenzioni. La sua vita, il suo cognome, le sue scelte hanno schiacciato la mia, l’hanno condizionata. E mi è sembrato a lungo che Toni, mio padre non riconoscesse la mia sofferenza, non capisse la sofferenza dell’abbandono. A quindici anni sono rimasta sola in casa con mio fratello, dovevamo badare a noi stessi, Ero arrabbiata con lui.. 

 

Volevo che parlassimo di questo, ne avevo bisogno. E forse, a novant’anni, è servito anche a lui. Non abbiamo più vissuto insieme da quando avevo quattordici anni». 

In una scena del racconto tu e lui in carrozzina andate al cimitero dove è sepolta tua madre. 

«Paola è stata una figura decisiva per me. E anche per lui, Era passata dalla sua estrazione borghese alla condivisione delle idee del movimento. Lo aveva fatto per convinzione, non solo per amore. Quell’amore che la porterà a cercare di difendere Toni da tutte le accuse, anche se poi il loro rapporto era finito. Le ho voluto molto bene». 

 

Tuo padre decide di rientrare in Italia dopo la latitanza proprio nell’anno in cui tu finalmente giri il tuo primo lungometraggio. 

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«Quella volta mi arrabbiai davvero. Mi sembrò che davvero il disinteresse per il nostro destino di figli fosse troppo forte, troppo inspiegabile. Soprattutto perché ho passato tutta la vita a sentirmi giudicata per le sue scelte. Forse anche per questo ho voluto il confronto con lui, fino alla fine.

 

Un confronto duro, sincero, vero. Mio padre era intelligente, molto. Ma come tutti gli uomini della sua generazione non era educato a esprimere i propri sentimenti. Forse, al tramonto della sua vita, ha dovuto fare i conti con questa dimensione.  E con me, sua figlia». 

 

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