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OBAMA A MILANO, UN FABRIZIO CORONA CON MENO GUSTO PER I REGALI - LIA CELI: ‘BARACK FA COMPARSATE COME IN DISCO: SI PALESA, SNOCCIOLA UNO SPEECH, CENA CON CHI CACCIA LA GRANA E CIAO. IN PIÙ PORTA A CASA UN OSCENO OROLOGIO A CUCÙ A FORMA DI DUOMO. MICHELLE, PERDONALO SE PUOI’ - OBAMA VUOLE FARE COME AL GORE E DIVENTARE IL ‘PRESIDENTE DEL MONDO’. A SUON DI MILIONI

 

 

1. OBAMA A MILANO, UN FABRIZIO CORONA CON MENO GUSTO PER I REGALI

Lia Celi per www.lettera43.it

 

Mettetevi nei panni di Michelle Obama: Barack va a Milano, la capitale della moda italiana, e ci va da solo, quindi il minimo che una moglie si aspetta è che lui saccheggi i negozi di via Montenapoleone per trovarle un regalo abbastanza carino, come forma di riparazione. E lui invece cosa porta a casa? Un orologio a cucù. A forma di Duomo. E mica preso in un negozio di design. No, regalato dall’arciprete, monsignor Gianantonio Borgonovo. Che chissà dove l’avrà comprato – ma l’avrà comprato, poi?

 

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CHE OCCASIONE PER DISFARSENE. Un orologio a cucù a forma di Duomo, con o senza la scritta «A Milano andai, a te pensai, questo ricordo ti portai», è il tipico orrore che si regala a un arciprete di cui si sottovaluta il senso estetico, e che l’ecclesiastico ricicla il prima possibile. Viene da sospettare che Borgonovo, confidando nel noto cattivo gusto degli americani, abbia approfittato della visita dell’ex presidente per disfarsene.

 

Obama non ci arriva, ma Michelle non la freghi. E secondo me quando tornerà a casa gli farà una scena tipo Think di Aretha Franklin nei Blues Brothers. D’accordo, tutti gli ex presidenti Usa vivono (e alla grande) facendo in convegni ed eventi seriosi quel che Fabrizio Corona fa nelle discoteche: si palesano, snocciolano uno speech ispirato, vanno a cena con i pezzi grossi che cacciano la grana, e poi tanti saluti.

 

Ma – think, think, Barack - farsi incastrare nell’ennesima kermesse milanese sulla pappatoria fighettona, mentre Donald Trump distrugge l’Obamacare, non è una gran mossa: l’Expo, che la salutista Michelle aveva visitato, era un evento mondiale, ma TuttoFood, Seeds&Chips, andiamo, già i nomi sono cheap.

 

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MEGLIO LA SETTIMANA DELLA MODA. Al che forse Barack obietterà che gli eventi pubblici sul cibo sono gli unici cui lui può intervenire in Europa senza sentirsi chiedere conto delle scelte Usa in politica estera, che si sono ripercosse sul Vecchio continente sotto forma di terrorismo fondamentalista, ondate migratorie e dilagante populismo fascistoide. Michelle, donna di buon senso, dovrà riconoscere le ragioni del marito. E si farà promettere che il prossimo speech in Italia lo faranno, insieme, alla Settimana della Moda.

 

 

2. OBAMA È IL NUOVO GORE «ORA SALVERÒ IL PIANETA»

Stefano Zurlo per “il Giornale

 

Scherza sullo spazio diventato improvvisamente piccolo: «Non abito più alla Casa Bianca. E ho litigato con Michelle perchè volevo più spazio nell' armadio». Saluta Matteo che poi sarebbe Renzi, accoccolato in prima fila dopo aver girovagato fra gli stand e saggiato l' inventiva di alcune start-up. Poi si fa serio e comincia a navigare fra i grandi temi. Il cambiamento climatico, il difficile rapporto fra cibo e salute, la lotta contro le malattie e per un mondo migliore. Colonna sonora dei Coldplay, video introduttivo in bilico fra convention e gospel, saluti della giornalista Rula Jebreal, e già tocca a lui. Obama disegna il mondo che ha cercato di disegnare.

 

Com' era il motto della sua presidenza? Yes, we can. Per dirla tutta, non è andata come sembrava potesse andare. Le primavere arabe sono sfiorite, il globo è una polveriera e il Papa parla di Terza guerra mondiale a pezzi. Non solo. Il nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ha smantellato l' orto bio di Michelle, le diete salutiste e tutto il resto.

 

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Lui se la cava con una battuta: «La gente ha i politici che si merita». Quindi frena: sulla politica energetica e ambientale «l' attuale amministrazione ha idee diverse dalle mie, ma è la democrazia».

 

Strappa qualche sorriso alla platea dei 3 mila arrivati alla Fiera di Rho per ascoltarlo, dopo aver staccato un biglietto da 850 euro. Ci sono dei vuoti fra le poltrone e più d' uno sonnecchia, ma il colpo d' occhio resta portentoso. Si capisce che Obama, come molti ex presidenti è entrato in un altro territorio. Libri, la Fondazione che porta il suo nome, conferenze remuneratissime: qui si sussurra di un cachet sui 400 mila dollari. Una seconda esistenza da statista, chino sui grandi problemi dell' umanità, certo non un parcheggio come capita a tanti presidenti emeriti di casa nostra.

 

 

Quasi scontato che accarezzi il mappamondo. E ragioni in modo globale: «Gli Stati Uniti devono dare il buon esempio al mondo intero ed essere leader nella lotta contro il cambiamento climatico». Sono materie complesse quelle che l' ex numero uno degli Usa maneggia con una certa disinvoltura, elencando le cose fatte e le molte ancora da fare.

Ma è quando vira verso il privato, quando in un certo senso rompe il protocollo del professor Obama, che Barack dà il meglio di sè: «Non sono vegetariano, io rispetto i vegetariani ma non lo sono».

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E ancora: «Mi piace molto stare a casa». E non gli dispiace la nuova vita che gli ha restituito la sua libertà: «Non mi manca l' isolamento di prima, l' apparato di sicurezza, ne ho parlato anche con Matteo» che ascolta sempre in estasi. «Si vive nella bolla, in una prigione, una bella prigione, non puoi muoverti come vorresti. Adesso - concede sfoggiando una buona dose di autoironia - sono recettivo ai selfie che non sono meno peggio». E giù una risata.

 

 

Per la verità questa due giorni milanese ha dimostrato che Obama, almeno alle nostre latitudini, è ancora dentro la bolla. Blindatissimo in tutti gli spostamenti del suo tour: lunedì fra il Duomo e l' Ambrosiana, ancora al mattino, al Cenacolo, dove va scortato dal ministro Dario Franceschini su consiglio di Michelle. Dovunque battimani, un' accoglienza da star, ma la folla tenuta a distanza.

 

michelle obama sul duomo di milanomichelle obama sul duomo di milano

All' ora di pranzo il premio Nobel si materializza fra i padiglioni della Fiera di Rho in cui si tiene The Global Food Innovation Summit, il simposio internazionale sulla food innovation ideato da Marco Gualtieri.

 

Sul palco le domande le fa Sam Kass, che ha lavorato alla Casa Bianca fino al 2014 come chef e come consigliere della politica alimentare del presidente. Sam e Michelle hanno introdotto nuovi stili di vita nella cultura di un Paese appesantito da diete ipercaloriche.

Di nuovo Obama svela qualcosa di sè, come fosse al caminetto: «Michelle mi ha picchiato per anni col bastone sula testa finchè non ho smesso di fumare».

 

 

Poi la elogia: «Lei arrivava al problema come un genitore piuttosto che come una figura politica». Yes, we can. Almeno in famiglia. Per il resto punta sui giovani per combattere le troppe storture: «Voglio aiutare chi ha fra i 20 e i 25 anni a lasciare il suo segno nel mondo. Ne ho parlato anche con Renzi per sostenere le nuove generazioni nel mondo della politica, degli affari, del giornalismo, delle Ong». Poi Obama, ricevuto il sigillo della città dal sindaco Giuseppe Sala, saluta tutti. Ma è un arrivederci: «Io e Michelle torneremo presto». Il viaggio in Italia, come una favola, non finisce qua.

 

 

 

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3. COSÌ SI STA CANDIDANDO (IDEALMENTE) A PRESIDENTE DEL MONDO

Paolo Valentino per il “Corriere della Sera

 

Ogni presidente degli Stati Uniti sa che la Storia lo sottoporrà a un doppio giudizio: quello sugli anni alla Casa Bianca, la legacy del potere, e quello non meno importante degli anni successivi, quando una volta lasciato l' Ufficio Ovale, l' ex comandante in capo fatica a trovare un ruolo significativo.

 

Spesso le due cose sono in totale contraddizione: Harry Truman fu un grande presidente, ma sparì dopo. Così Ronald Reagan e George Bush padre. Al contrario Jimmy Carter non diede grande prova di sé alla Casa Bianca, ma da mediatore di pace divenne il gold standard dell' impegno post-presidenziale.

 

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Ora, qualunque sia il giudizio sulla sua presidenza, ci sono pochi dubbi che Barack Obama sembra già sulla buona strada per risolvere in grande stile il secondo dilemma. A pochi mesi dal controverso passaggio dei poteri, neppure rimarginata la ferita di una sconfitta che ha messo a rischio la sua eredità politica, l' ex presidente sembra riappropriarsi di tutta la mistica innovatrice e di cambiamento, transformative come si disse all' epoca della sua apparizione nel cielo della politica americana, che rimane la sua vera cifra.

 

La Fondazione Obama, il costruendo Centro di Chicago, la futura biblioteca presidenziale, il terzo libro appartengono alla tradizione di ogni ex capo della Casa Bianca. Ma ciò che fa la differenza è che Obama si è dato né più né meno che un vero programma politico. E' come se, liberato dai lacci e lacciuoli dell' ufficio, egli riscopra la sua vera ambizione di leader globale, quello che aveva immaginato e raccontato di voler essere nella campagna del 2008, per poi piegarsi alle limitazioni e ai doveri della carica.

 

«Vorrei preparare la prossima generazione di leader del mondo», dice alla platea milanese, che lo accoglie come neppure Bono o George Clooney. Obama vuole chiaramente misurarsi con i grandi problemi: la disoccupazione giovanile, l' accesso al nuovo mondo globalizzato, le crescenti diseguaglianze sociali, le conseguenze negative di una straordinaria avanzata tecnologica che non si può rifiutare.

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E solo a una considerazione superficiale può stupire il fatto che abbia scelto il cibo come tema del suo ritorno sul palcoscenico internazionale. In realtà, spiega l' ex presidente, la sicurezza alimentare e la buona nutrizione sono la chiave del futuro per ogni nazione: se un Paese mangia in modo sano, spende di meno per la sanità; se riduce l' obesità avrà forze armate più forti. Ma soprattutto, «la sicurezza alimentare è la chiave per poter sfamare il pianeta».

 

I cambiamenti climatici sono l' altro pilastro della nuova missione obamiana. Dove i grandi inquinatori come Usa ed Europa devono dare la linea sulla riduzione delle emissioni nocive. E dove «Stati Uniti e Cina, il più grande dei Paesi emergenti, devono assumersi le responsabilità più grandi».

 

 

Barack Obama parla ancora da leader globale. Ma questa volta la sua è leadership morale, rafforzata da uno star power rimasto intatto nonostante le cicatrici degli anni del potere.

 

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E proprio per questo potrebbe essere ancora più efficace. Otto anni dopo Yes, we can, lo slogan che fece sognare una generazione, egli si candida idealmente a presidente del mondo. Forse l' uomo nato alle Hawaii e cresciuto in Indonesia, il padre dal Kenya e la madre dal Kansas, ha trovato la sua vera vocazione.

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