1. OCCHIO AI SONDAGGI! SONO COME LA DROGA, DANNO VISIONI E ALLUCINAZIONI A CHI LE CONSUMA (POLITICI) E PROVOCANO EFFETTI COLLATERALI AGLI UTENTI DEI MASS-MEDIA 2. LE INDAGINI (SPESSO MANIPOLATE) SPACCIATE SUL MERCATO ELETTORALE ARRICCHISCONO SOLO I NOSTRADAMUS À LA CARTE CHE NON NE HANNO AZZECCATA MAI UNA 3. MEMORABILI LA CAPORETTO DEGLI SCIAMANI NEL 2006 (PRODI FAVORITO CONTRO BERLUSCONI) E I “BANDWAGON EFFECT” (EFFETTO TRAINO O ABBRACCIO MORTALE) DEL SOMMO EUGENIO SCALFARI SU “LA REPUBBLICA” (DA CIRIACO DE MITA AD ACHILLE OCCHETTO) 4. COM’ERA STATO POSSIBILE? LA “ROBA” (CIOÈ I NUMERI DELL’INDAGINE) ERA STATA “TAGLIATA”. LO SCARTO TRA STIME E RISULTATI NON FU DOVUTO A FATTORI DI NATURA SISTEMATICA O PROBABILISTICA MA “PER DEPRIMERE, PER COSÌ DIRE, IL LIVELLO DI CONSENSI PER IL CENTRODESTRA”. GIÀ. PIÙ CHE SCIAMANI (DEI NUMERI) SCEMONI (PREZZOLATI)

DAGOANALISI

Nessuno, neppure Dagospia poteva restare insensibile alla sirena dei sondaggi che da alcuni anni, soprattutto dopo la scesa in campo di Silvio Berlusconi, accompagnano le nostre consultazioni elettorali. Un richiamo troppo alto il giochino dei numeri (farlocchi), per qualunque media.

Ma, attenzione!
I sondaggi hanno gli stessi effetti delle droghe (pesanti). Provocano visioni e allucinazioni, inevitabilmente, ai suoi consumatori. E hanno effetti collaterali ponderosi sul sistema dell'informazione, che spesso, appunto, scambia lucciole (i sondaggi) per lanterne (la realtà elettorale).

Gli "approssimatori statistici", alla pari dei pusher, nel frattempo s'arricchiscono spacciando la loro merce (avariata) per poi correre subito a giustificarsi se non ne hanno azzeccata una. O se le loro "fotografie" sono state scambiate per "vaticini". Da chi? Ma dai loro consumatori-clienti (i media).

I quali, una volta acquistata la "roba", la smerciano ai poveri lettori, senza verificarne la bontà (o la veridicità). E senza spiegare, preventivamente, che si tratta di "roba" innocua, da non prendere troppo sul serio. Una "mezza-bufala", insomma, sia pure ben confezionata dai nostri Gallup à la carte.

Per il sociologo della comunicazione, Marshall McLuhan, difendere la bontà dei sondaggi - come fa l'impenitente Renatino Mannheimer sul "Corriere della Sera" -, "equivale a estrarre la radice quadrata da uno spazzolino da denti di colore rosa".

Le ricerche demoscopiche, alla pari delle medicine, andrebbero messe in vendita (sui media) con tanto d'istruzioni per il loro uso (o abuso). O almeno disciplinate (seriamente) per evitare, appunto, che abbiano effetti a dir poco manipolatori e aberranti. Com'è già accaduto anche nelle ultime consultazioni elettorali del 2008 (vedi tabelle allegate, fonte Termometro Politico).

Se, poi, davvero è stata sufficiente la scontata (più che spietata) requisitoria di Travaglio-Torquemada nell'arena televisiva di Santoro per far salire di due punti percentuali le quotazioni di voto del Cavaliere, ciò vuol dire che pure il terribile "bandwagon effect" (una sorta d'integratore-sollecitatore) - dal costo altissimo per i partiti -, può essere tranquillamente smerciato in edicola e in tv.

Per gli esperti americani il "bandwagon effect" (effetto vagone) dovrebbe fare da traino sia per conquistare altri voti al competitore in gara, sia per aumentare i consensi sia nel tentativo di rimontare un eventuale svantaggio. Una sorta, anche, d'invito-civetta a saltare sul carro del vincitore, che non sembra essere soltanto una prerogativa italiana. Del resto nessun votante incerto sul da fare davanti dell'urna si mobiliterebbe se il suo candidato partisse sconfitto in partenza.

Un espediente fin qui risultato disastroso per i suoi ermeneuti italiani.
A iniziare dal sommo Eugenio Scalfari, allora alla direzione della sua "la Repubblica". Nel 1982 diede trionfante alle politiche la Dc guidata da Ciriaco De Mita (perse invece una milionata di voti) e nel 1994 saltò sulla "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto (sconfitta da Berlusconi). Tanto che i "bandwagon effect" scalfariani ormai, sono bollati da tutti come "abbracci mortali".

Altri memorabili sondaggi-boomerang segnano la storia (ingloriosa) degli italici Nostradamus dei sondaggi. A dirla tutta non ne hanno azzeccata mai una. Nella storica tornata elettorale del 25 aprile 1948 la Doxa (fino al 1972 unica società di ricerca demoscopica) sottostimò la Dc di De Gasperi di sei punti e il Fronte popolare di Togliatti-Nenni di sette punti. Dando più peso alle performance di Unità socialista (7 punti in più) e del Blocco nazionale delle destre (8 punti di troppo).

Nonostante che dal dopoguerra a oggi siano cambiate (profondamente) le metodologie dello strumento demoscopico, alle elezioni per il rinnovo delle Camere (9-10 maggio 2006) i "sondaggisti di paglia" (i principali istituti sulla piazza) hanno conosciuto un'autentica Caporetto. Dando per scontata la vittoria dell'Ulivo di Romano Prodi e irrealizzabile qualsiasi rimonta del Cavalier Berlusconi.

Com'era stato possibile un simile errore di valutazione collettiva? La "roba" (cioè i numeri dell'indagine) era stata "tagliata" (manipolata). L'osservazione trova conferma nelle parole di un esperto straniero del ramo citato, sia pure anonimamente, dal prof.Paolo Natale nel suo volumetto "Attenti al sondaggio!" (Laterza).

Lo scarto tra stime e risultati non fu dovuto a fattori di natura sistematica o probabilistica ma "per deprimere, per così dire, il livello di consensi per il centrodestra".
Già. Più che sciamani (dei numeri) scemoni (prezzolati).

2. I SONDAGGI SONO FOTOGRAFIE, NON VATICINI
Renato Mannheimer per il "Corriere della Sera"

I sondaggi elettorali provocano spesso - soprattutto in questo periodo di evoluzione continua dell'offerta politica - un largo dibattito. Così è stato anche per i risultati della ricerca Ispo condotta in questi ultimi giorni sulla Lombardia, pubblicata sul Corriere della Sera di ieri.

Alcuni commenti, tuttavia, partono da una impostazione errata e pericolosa. Vale la pena, dunque, di sottolineare nuovamente come, specie nel corso di una campagna elettorale, i sondaggi non abbiano tutto quel valore previsivo che alcuni attribuiscono loro. Ma rilevino solamente lo stato delle opinioni in un certo momento, per di più con un margine di approssimazione statistico che in particolare comporta difficoltà nello stimare il seguito dei piccoli partiti.

Occorre considerare che, in un periodo di diffusa indecisione e mobilità potenziale come l'attuale, alcuni eventi possono influenzare l'elettorato, mutandone le intenzioni di voto. A dicembre, ad esempio, il Pd vide incrementarsi notevolmente i suoi consensi ad effetto delle primarie e il fenomeno fu certificato dai sondaggi. Poi la crescita si è attenuata. Ancora, proprio in questi giorni, tutte le ricerche registrano una ripresa del Pdl, anche a seguito della presenza di Berlusconi in televisione, in ultimo da Santoro. E la stessa sondaggista di riferimento di Berlusconi, Alessandra Ghisleri, avverte che si tratta di una avanzata potenzialmente provvisoria.

Anche per il passato si tende a sostenere che un tale ricercatore avrebbe «azzeccato» il risultato futuro e che un altro avrebbe «sbagliato». Non è necessariamente così. Dipende dal momento in cui si è effettuata la ricerca e dalla evoluzione successiva della campagna. In diversi casi, la condotta e le scelte comunicative di un candidato hanno finito col sovvertire l'orientamento a lui o a lei favorevole.

Insomma, i sondaggi descrivono, com'è inevitabile, solo la situazione in un dato momento. Seguono e documentano la campagna elettorale, ma non possono, per loro natura, prevederne gli esiti. Il che suggerisce che le ricerche dovrebbero essere usate come strumento per la campagna, per sollecitare o correggere temi o iniziative, non tanto come previsione. In definitiva, occorre considerare i sondaggi per quello che sono: fotografie, non vaticini.

 

 

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