mussolini dannunzio

LA POLITICA SPETTACOLO? L’HA INVENTATA D’ANNUNZIO! - E’ CON IL VATE DI PESCARA CHE INIZIA L'ESTETIZZAZIONE DEL GESTO POLITICO COME GESTO ARTISTICO - IL SUO DISGUSTO PER LA CIVILTÀ LIBERALE BORGHESE E L’INSOFFERENZA PER LE IDEOLOGIE HANNO ANTICIPATO LO SPIRITO ANTI-ESTABLISHMENT CONTEMPORANEO - MUSSOLINI LO TEMEVA - IL SAGGIO “L’ETA’ DELLA RABBIA”

1 - E IL VATE CREÒ LA POLITICA SHOW

Marco Gervasoni per “il Messaggero”

 

D'ANNUNZIO CON LA FIGLIA RENATA

La credenza nell'Italia come «laboratorio politico» in grado di anticipare tendenze che altri Paesi poi seguiranno è troppo diffusa per non essere diventata stucchevole e, a ben vedere, solo parzialmente vera. Però su alcuni versanti lo siamo stati laboratorio politico, eccome.

 

Uno è quello della politica come estetica, del gesto politico come gesto artistico: insomma della politica come spettacolo. Il cui precursore fu Gabriele D' Annunzio, di cui quest' anno ricorrono gli ottant' anni dalla morte.

 

EVOLUZIONE

Quando, giovanissimo, da Pescara, arrivò nella Roma umbertina, nel 1881, e divenne giornalista culturale e mondano, nonché già insaziabile tombeur des femmes e poi autore del romanzo Il Piacere (1889), per lui solo l'estetica contava. Anzi, l'estetismo, il culto della bellezza come sostituto della religione e unica ragione di vita, che era fenomeno contemporaneo europeo, inglese e francese.

 

DANNUNZIO CARDUCCI

Nulla sembrava più lontano dal protagonista Sperelli, alter ego dell'autore, che l'interesse pubblico. E così nei romanzi degli anni successivi, il Trionfo della Morte, Le Vergini delle Rocce, o nelle raccolte poetiche (l'Alcyone): anche la lettura di Nietzsche conduceva il poeta verso un disprezzo nei confronti della politica, che portava con sé quello verso il parlamento, le masse, l'opinione pubblica: verso la democrazia.

 

Eppure sotto la coltre pulsava in D'Annunzio il modello del Vate, del poeta nazionale e perciò politico, incarnato da Carducci, ma ancora in vesti risorgimentali, mentre D'Annunzio sentiva di doversi aggiornare per i tempi nuovi che premevano. Tra ricerca spasmodica di denari per sovvenzionarsi vita sfarzosa e amanti, D' Annunzio nel 1897 si fece eleggere deputato della «estrema destra» ma per poi passare subito con la «sinistra», dove a suo dire c'era la «vita».

DANNUNZIO

 

PALCOSCENICO

Ma la sua idea di politica mal si sposava con i ruoli istituzionali, come quello di deputato. Quella era piccola politica, democratica, la grande invece era quella degli eroi, che doveva introdurre la bellezza nel mondo: come nel più politico dei suoi romanzi, Il Fuoco, con il mito di Venezia, importantissimo fino alla fine.

 

gabriele dannunzio 1

La politica per D'Annunzio è infatti materiata di miti; quello di Venezia e quello dell'antica Roma e delle guerre puniche, uniti in un mélange volutamente anacronistico nei suoi poemi che, durante il conflitto italo-turco per la Libia, tra il 1911 e il 1912, cantavano la bellezza della guerra e della «nazione eletta».

 

Ma la politica come gesto eroico e estetico vuol dire anche esaltazione della tecnica; da qui il mito della velocità e dell'aereo (che D'Annunzio imparò a condurre) con cui fece concorrenza ai futuristi, che per molti versi lo detestavano.

 

Destra e sinistra, socialismo e liberalismo, erano categorie che per D'Annunzio volevano dire poco. Certo egli era il rappresentante più eminente del nazionalismo, pur non essendo iscritto al «partito» nazionalista, ma il suo obiettivo fu ben più grande: il mito, il bello, il sublime non potevano essere racchiusi in categorie.

 

dannunzio al mare

La Grande guerra fu quindi il palcoscenico ideale di un D'Annunzio un po' in crisi sul piano della creatività artistica, forse era più interessato a tradurre il suo genio nella politica-spettacolo, alla campagna interventista e poi alla partecipazione area e navale; conflitto che egli cercò di colorare di bellezza aristocratica, laddove buona parte degli altri lo combattevano in trincea, morendo nell' anonimato della massa.

 

IDEALI

Il punto più alto del D'Annunzio politico fu però la cosiddetta impresa di Fiume, nel settembre 1919, l' occupazione della città portuale croata, negata all'Italia dagli alleati, da parte del suo esercito privato di «legionari».

 

dannunzio al mare

La «Reggenza del Carnaro», che D'Annunzio vi costruì e che dominò da «dittatore» per poco più di un anno, fu molti aspetti un'anticipazione del fascismo, a cominciare dal rito del discorso del balcone.

 

Ma, sul piano della politica sociale, fu più vicina al bolscevismo - e D'Annunzio riconobbe persino la Russia leninista. E, autoritaria per più versi, fu anche un'esperienza, per quel tempo, libertaria. Di certo traduceva l'idea dannunziana di politica: il capo è tale perché ha il coraggio dell'eroe e respira la bellezza dell'azione. Con il mito della vittoria mutilata, un altro degli slogan di questo straordinario inventore di formule pubblicitarie, D'Annunzio aprì la strade al fascismo.

 

IL TEMPO

MUSSOLINI E D ANNUNZIO

Ma fu un fascista? I metodi delle squadracce e delle camicie nere erano per lui «schiavismo agrario». Mussolini lo temeva; vedeva colui che era in grado di pacificare il Paese, portandosi appresso quella gioventù che aveva con entusiasmo aderito al fascismo, ma andando oltre.

 

Anche se in alcuni momenti D'Annunzio pensò di scendere in lizza per incarnare questo ruolo, le tentazioni rientrarono presto. E con l'avvento del regime le sue prese di posizioni pubbliche a favore di Mussolini, come la firma del Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925, la presidenza dell' Accademia d' Italia, l'adesione alla guerra di Etiopia, prevalsero sugli sfoghi privati contro la politica del Duce, soprattutto l'alleanza con Hitler.

 

MUSSOLINI E D ANNUNZIO

In realtà era finito il tempo di D'Annunzio: e la politica dei fascisti era sì spettacolo ed estetica, come egli aveva insegnato loro, ma irreggimentata e massificata; qualcosa che lo spirito di un nazionalista anarcoide come il Vate trovava irrimediabilmente volgare, e soprattutto conformista. Da qui il rinchiudersi nello spettacolo privato del Vittoriale degli Italiani, fino alla morte.

 

2 - SE IL POETA DIVENTA L' ESTETA DELL' ONDA DI POPOLO

Mario Ajello per “il Messaggero”

 

L ETA DELLA RABBIA - PANKAJ MISHRA

Che cosa c' entra Gabriele D' Annunzio con la storia del presente? Qualche legame c' è, o almeno si può trovare sforzandosi un po'. È quello che ha fatto, in un gioco di parallelismi stuzzicanti, uno studioso indiano, anche editorialista del Guardian, di cui Mondadori ha appena pubblicato il ponderoso: L'età della rabbia.

 

Lui si chiama Pankaj Mishra. Il quale eccede quando fa risalire al modello dannunziano - di critica radicale ai principi illuministici e di estetizzazione del gesto come deliberato scavallamento del limite razionale - anche certi fenomeni di violenza islamista, «narcisista» e «wagneriana» (Thomas Mann definì D'Annunzio «la scimmia di Wagner») cui siamo purtroppo abituati.

 

Però L'età della rabbia, intesa non come rabbia di tipo fanatico-religioso ma quella non sanguinosa che spinge le masse a comportamenti politici di rivolta contro il sistema, stuzzica con il suo tentativo di rintracciare un filo rosso tra «il cast internazionale dei ribelli di Fiume» e le forme post-novecentesche, ossia odierne, della ribellione cosiddetta populista.

DAnnunzio a Verona con Mussolini

 

ANTI-CASTA

La miscela esplosiva di rancore e di sovvertimento anti-politico - eppure D'Annunzio nonostante il suo disprezzo per il Palazzo si era candidato al Parlamento nel 1897 - trovò in questo personaggio un organizzatore che «seppe esercitare un grande potere seduttivo nella nuova éra dei mass media e della politica di massa».

 

E su questo non c'è dubbio. Ma soprattutto un parallelo tra allora e oggi sta nel fatto che «il poeta - così scrive Mishra - attinse la sua forza anche dal disgusto per la civiltà liberale borghese che era andato crescendo nel corso di tutto il XIX secolo». Questo tipo di disgusto, fatte le dovute differenze epocali, non è quello che spiega in parte alcuni comportamenti elettorali, non solo italiani, dei nostri tempi?

Gabriele D'ANNUNZIO

 

Insomma, qui non ci si concentra tanto su come D' Annunzio sia stato, per certi aspetti ma per altri no, precursore del fascismo - Mussolini che pure lo segregò nel Vittoriale promosse la scrittura di una sua biografia intitolata: «Il Giovanni Battista del fascismo» - e su quanto egli disprezzasse Hitler, bollandolo come «il ridicolo nibelungico truccato alla Charlot». Si nota invece la sua capacità di trasformare la politica in magia e di affermarsi come simbolo internazionale, mediante l' irrealismo dei progetti che seduce pezzi di popolo e pezzi di élites. Il che non può che tornarci familiare.

 

BASTA LAGNE

«In retrospettiva, con la rivolta di Fiume, D' Annunzio definì - scrive Mishra - molti temi del nostro odierno malessere globale». Quel «provinciale di umili origini s' immaginò a capo di popoli oppressi, si fece profeta per i furiosi disadattati europei, che si consideravano superflui in una società in cui la crescita economica arricchiva soltanto una minoranza e la democrazia sembrava truccata dai potenti». Ripensare a D' Annunzio, anche in maniera un po' acrobatica, può tornare più sexy (aggettivo connaturato al personaggio) di tanti esercizi politologici sui flussi elettorali e più utile di tutte le odierne lagne del tipo: o tempora, o mores...

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