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UNA FRANCIA CON IL MURO MODELLO ISRAELE? - IL POLITOLOGO IAN BREMMER: “SENZA INTEGRAZIONE DELLE SECONDE E TERZE GENERAZIONI DI IMMIGRATI, SERVIRA’ SEPARARE POPOLI DI ORIGINE DIVERSA. IN FRANCIA L’8% DELLA POPOLAZIONE NON SI SENTE FRANCESE''

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera”

 

IAN 
BREMMER 
IAN BREMMER

La Francia ora ha due possibilità: o rimette in moto con decisione il processo di integrazione delle seconde e terze generazioni di immigrati; oppure non resta che il modello Israele, un Paese democratico dove però popoli di diversa origine vivono in modo separato. Ian Bremmer, 46 anni, politologo americano, fondatore e presidente del Centro studi Eurasia Group, ha appena ascoltato le notizie in arrivo dalla notte di Nizza. E’ pessimista. Da Parigi a Bruxelles, poi da Orlando a Dacca.

 

Ora di nuovo la Francia, con Nizza. E’ una catena di attacchi che pare inarrestabile. Perché?

ISLAM IN FRANCIAISLAM IN FRANCIA

«Dobbiamo innanzitutto fare chiarezza su un punto. Lo Stato islamico sta perdendo vistosamente terreno in Siria e in Iraq. In Siria ha ceduto il 20% del territorio che controllava fino a pochi mesi fa. A questo punto è evidente che il Califfato costituito come Stato non ha futuro. Tuttavia conserva ancora una grande capacità organizzativa e la possibilità di reclutare combattenti dall’estero. Hanno cambiato tattica e ora colpiscono i nemici con attacchi che ricordano, sia pure con tutte le differenze del caso, quelli di Al Qaeda».

 

Sono quindi imprevedibili, imprendibili in tutto il mondo?

«C’è un secondo aspetto. Questi attacchi hanno colpito solo parzialmente gli Stati Uniti. Molto poco l’Asia. La grande maggioranza delle azioni terroristiche riguarda, invece, il Medio Oriente e l’Europa, in particolare la Francia. In Medio Oriente la spiegazione è più semplice: i terroristi si accaniscono contro Stati di fatto falliti».

 

ISLAM IN FRANCIA   ISLAM IN FRANCIA

La Francia, invece, sembra l’epicentro di una crisi multipla, politica ed economica. E sul piano sociale fatica a integrare gli immigrati. Tutto ciò la rende più vulnerabile?

«Certo, è così. Si sommano diverse componenti. L’arrivo massiccio di profughi, la crescita economica bloccata e l’alto tasso di disoccupazione. Ma c’è un numero chiave: circa l’8% della popolazione non si sente francese, non si riconosce nello Stato. E queste persone non sono rifugiati appena sbarcati. Sono figli di immigrati, giovani di seconda o terza generazione. E’ la percentuale più alta tra i Paesi europei. Dalla Francia sono partiti tanti foreign fighter verso l’Iraq e la Siria».

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Messa così il governo di Parigi non sembra avere molti margini. Proprio ieri il presidente François Hollande aveva annunciato la revoca delle misure di emergenza…

«Il governo può rafforzare di nuovo le misure anti-terrorismo o i controlli alla frontiera. Ma questo non contribuirà a risolvere la questione di fondo, offrendo una possibilità ai giovani francesi, figli di immigrati, che oggi non si sentono accettati dal Paese. Quindi, se vogliamo andare in profondità, a questo punto per la Francia vedo solo due opzioni.

 

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O si apre con decisione o si blinda. Prima strada: intensificare al massimo l’opera di integrazione dei giovani che oggi si sentono esclusi. Vuol dire massicci investimenti nell’educazione, in programmi di deradicalizzazione mirati, in posti di lavoro. Oppure la Francia può scegliere di diventare come Israele: sottoporre a stretta sorveglianza i soggetti considerati un potenziale pericolo per lo Stato».

 

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Quale delle due opzioni sta guadagnando spazio politico e psicologico nell’opinione pubblica francese?

«Mi piacerebbe fosse la prima opzione, quella dell’integrazione, ma vedo invece avanzare la seconda».

 

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