1- ANCHE LE PURGHE HANNO DUE PESI E DUE MISURE. ROSI MAURO E IL TESORIERE BELSITO CACCIATI DALLA LEGA, IL TROTA NO (LA RESA DEI CONTI AL CONGRESSO DI FINE GIUGNO) 2- RIUNIONE INCANDESCENTE DEL CONSIGLIO FEDERALE LA BADANTE-ZARINA DEL CERCHIO MAGICO, SCORTATA DAL SOLITO PIER MOSCA, SI È DIFESA CON FORZA E URLA. NESSUN PASSO INDIETRO, NIENTE DIMISSIONI DA VICEPRESIDENTE DEL SENATO. ORGOGLIO MA ANCHE DISPERAZIONE: “DOVE VADO, CHE FINE FACCIO? NON POTETE TRATTARMI COSÌ” 3- BOSSI, SUPPLICANTE: “ROSI, DIMETTITI PER FAVORE”. E MARONI CONTRO OGNI MEDIAZIONE: “LE DIMISSIONI NON SONO ABBASTANZA, DOBBIAMO CANCELLARLA. O IO O LEI QUI DENTRO”. 4- IL SENATUR CROLLA: “RIMBORSERÒ CON UN ASSEGNO I SOLDI PRESI DALLA MIA FAMIGLIA” 5- L’AFFARE SI ALLARGA: GLI ATTI DELL'INCHIESTA 'TIRANO IN BALLO' ROBERTO CALDEROLI

1- PURGHE VERDI
di Fabrizio d'Esposito e Davide Vecchi per Il Fatto


Anche le purghe hanno due pesi e due misure. Rosi Mauro cacciata dalla Lega, il Trota no. Ieri in via Bellerio a Milano, dove c'è la sede della Lega, hanno chiuso persino le finestre. È successo poco dopo l'arrivo, a sorpresa, della Grande Accusata Rosi Mauro, scortata dal solito Pier Mosca. Alle quattro e diciotto del pomeriggio. La riunione del consiglio federale è iniziata dieci minuti dopo. La badante-zarina del cerchio magico si è difesa con forza e urla. Di qui la direttiva di serrare le imposte.

Un lunghissimo monologo per proclamarsi ancora una volta innocente. Nessun passo indietro, niente dimissioni da vicepresidente del Senato. Orgoglio ma anche disperazione: "Dove vado, che fine faccio? Non potete trattarmi così". A Milano, la sindacalista padana Mauro, semplice uditrice senza diritto di voto, si è presentata inaspettata e accompagnata da voci su un presunto patto con il Senatùr: dimissioni da Palazzo Madama (ma non dal seggio) in cambio di un'espulsione temporanea (tre mesi) dal partito e della ricandidatura alle prossime politiche.

Non è andata così. Non poteva andare così. I barbari sognanti di Roberto Maroni hanno trasformato il consiglio federale nella resa dei conti che desideravano da mesi. E neanche le dimissioni della badante da vicepresidente del Senato avrebbero placato la sete di vendetta dei maroniti. Anzi. È stato chiaro quando ha preso la parola Gianluca Pini, segretario "nazionale" dell'Emilia Romagna: "Noi non vogliamo le tue dimissioni perché vogliamo che te ne vada".

Stesso tono, stesse parole per Maurizio Fugatti, a capo della Lega Trentino. A quel punto è intervenuto Umberto Bossi, supplicante: "Rosi, dimettiti per favore". E Maroni, contro ogni mediazione: "Le dimissioni non sono abbastanza, dobbiamo cancellarla. O io o lei qui dentro".

Al momento di votare, il Senatùr è uscito dalla sala, insieme con Marco Reguzzoni, altro anello dell'ex cerchio magico, e Francesco Speroni (che di Reguzzoni è suocero). Maroni li ha raggiunti e avrebbe spiegato meglio il suo ultimatum, In pratica, Bossi si sarebbe fatto convincere del sacrificio della Mauro temendo forse un'ulteriore reazione contro il figlio Renzo, già dimessosi dal consiglio regionale della Lombardia.

Risultato: purga votata all'unanimità secondo il copione sovietico caratteristico della Lega. Recita la parte finale del comunicato ufficiale: "Preso atto della decisione della senatrice Mauro, il Consiglio Federale all'unanimità ha decretato l'espulsione dal movimento della stessa senatrice Mauro, ritenendo inaccettabile la sua scelta di non obbedire ad un preciso ordine impartito dal Presidente Federale e dal Consiglio Federale". Via la Mauro. Via anche il famigerato Francesco Belsito, l'ex tesoriere. In compenso, dall'epurazione si salvano Renzo Bossi e pure Roberto Calderoli, triumviro leghista al centro di nuovi accertamenti della magistratura.

Prima di andare via, Rosi Mauro è entrata nell'ufficio di Bossi. Altro colloquio tra i due. All'uscita, ha smentito la richiesta di dimissioni da parte del Senatùr. Poi: "Credo che abbiano voluto un capro espiatorio. Mi sono tolta un peso dal cuore, non riuscivo a stare nell'ambiguità e nell'ipocrisia. Sulla presunta unità ha prevalso il ricatto politico". Evidente il riferimento alle minacce di Maroni ("o io o lei"). Quanto al futuro da vicepresidente del Senato, da mina vagante fuori controllo: "Un passo alla volta. Non mi sono dimessa perché tutta questa operazione non mi convince, voglio vederci chiaro. Indietreggiare vuol dire che non c'è la verità".

La grande vittoria di Maroni (due settimane fa, prima dello scandalo, confidò ad alcuni parlamentari di centrosinistra: "Aspetto solo il giorno che la Lega mi cada tra le braccia, come una mela matura"), però non si limita all'espulsione di Rosi Mauro. Il consiglio federale ha infatti deciso, sempre dopo la canonica "lunga discussione", di celebrare il congresso alla fine di giugno a Milano.

Un evento atteso da dieci anni. L'ultimo, appunto, nel 2002. Da allora, niente più. Nemmeno dopo l'ictus del Capo, nel 2004. Con Bossi malato, il partito prima è stato retto dalla diarchia Calderoli-Maroni, poi dal cerchio magico "presieduto" dalla moglie del Senatùr, Manuela Marrone. Adesso la scelta di tenerlo. Ovviamente, l'ex ministro dell'Interno appare il candidato naturale alla successione e non si esclude una soluzione per "riabilitare Umberto" con Maroni segretario e Bossi presidente.

In questi giorni gli equilibri del movimento stanno subendo una profonda mutazione, a favore dei barbari sognanti. E al Senatùr più che dimezzato non resta che una promessa. Fatta davanti al consiglio federale: "Rimborserò con un assegno i soldi presi dalla mia famiglia".

2- CALDEROLI NEI GUAI
di Igor Greganti per Ansa.it

- Non solo la posizione di Umberto Bossi, dei suoi familiari e di Rosi Mauro. Al centro degli accertamenti della Procura di Milano, titolare del fascicolo sulle distrazioni dei fondi della Lega Nord che sarebbero stati utilizzati anche per le spese personali di alcuni esponenti del Carroccio, ci sarebbero anche gli atti dell'inchiesta che 'tirano in ballo' Roberto Calderoli, nominato nei giorni scorsi uno dei tre triumviri che devono reggere il partito dopo le dimissioni del leader, travolto dallo scandalo dei rimborsi elettorali 'volati' in parte anche verso la Tanzania e Cipro.

Oggi, intanto, i finanzieri del nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano si sono recati nella sede genovese di Banca Aletti e di altri 7 istituti di credito per acquisire tutti i documenti sui conti riconducibili all'ex tesoriere Francesco Belsito, indagato per appropriazione indebita e truffa, ma anche, pare, a Umberto Bossi e piu' in generale al Carroccio, per andare a ricostruire tutte le movimentazioni di denaro, 'a caccia' di altri esborsi senza giustificazioni.

Oltre al tentativo di trovare riscontri su elementi gia' emersi dall' inchiesta, come un carnet di assegni rilasciato proprio da Banca Aletti e che reca la scritta ''Umberto Bossi''. Nel frattempo, si e' anche saputo che con l'ordine di esibizione, consegnato ieri dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini nelle mani del nuovo tesoriere Stefano Stefani e alla presenza di Roberto Maroni, i magistrati hanno chiesto ''tutta la documentazione riguardante le proprieta' immobiliari e mobiliari della Lega o comunque intestate a rappresentanti o fiduciari del movimento politico''.

Gli inquirenti, inoltre, proprio oggi hanno conferito l' incarico ad un perito di analizzare tutto il materiale informatico, computer e portatili, sequestrato nel corso delle perquisizioni della scorsa settimana. Analisi che potrebbero servire anche a trovare tracce dei presunti ''fondi neri in entrata'' nelle casse del partito.

Mentre per quanto riguarda il capitolo dei soldi che dal Carroccio sarebbero stati dirottati a singoli soggetti, come Bossi, i suoi figli e la moglie, sotto 'la lente d'ingradimento' dei magistrati e' finito anche l'ex ministro Calderoli. In una intercettazione, infatti, l'ex responsabile amministrativa di via Bellerio, Nadia Dagrada, dice parlando con Belsito: ''E invece quelli di Cald (ndv Calderoli) come li giustifico quelli?''.

E gli investigatori annotano proprio il nome ''Calderoli'' tra i soggetti destinatari di ''rilevanti somme di denaro (...) utilizzate per sostenere esigenze personali (...) estranee alle finalita' ed alle funzionalita' del partito Lega Nord''.

Mentre dall'analisi dei documenti acquisiti ieri nel corso della 'visita' alla sede del Sindacato Padano e' venuto fuori che tra i pochi dipendenti del Sinpa - non piu' di tre - una sarebbe la nipote di Rosi Mauro, i militari della Gdf hanno chiesto carte su una decina di conti in alcune filiali della Banca Popolare di Novara, della Bnl, di Unicredit, di Banca Sella, di Carige, del Banco di Napoli e della Banca Popolare di Lodi.

Nella famosa cartella 'The Family', infatti, oltre al carnet di assegni di Banca Aletti (istituto da cui sono partiti gli investimenti all'estero e nel quale ci sarebbero diversi conti riconducibili alla Lega), c'e' documentazione anche su conti di Bossi e di sua moglie proprio presso la Banca Popolare di Lodi.

In piu' dalle carte risulta che alla filiale romana del Banco di Napoli da un conto intestato all'ormai presidente del Carroccio vengono fatti due bonifici - da 5 mila euro il 21 aprile 2010 e da 4 mila euro il 13 ottobre 2010 - in favore della moglie, Manuela Morrone, su un conto della Banca Popolare di Bergamo, che sembrerebbe intestato allo stesso Senatur.

Tra i conti acquisiti ci sono sia quelli 'federali' del Carroccio, ossia quelli su cui avevano potere di firma Belsito e i responsabili amministrativi come la Dagrada, che quelli 'locali' su cui potevano operare i dirigenti delle sedi 'periferiche' del partito.

Infine, gli accertamenti su tutti gli ''immobili'' in uso al ''movimento politico'' e ''ai suoi iscritti''. I magistrati per fare chiarezza su una tesoriera ''opaca'' chiederanno ''di volta in volta'' alla Lega di consegnargli ''note informali, appunti'' e anche ''e-mail''

 

 

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