1- A BOCCE FERME, CON ALFONSO PAPA CHE “SVACANZA” AI DOMICILIARI, È COSA BUONA E OPPORTUNA RIPRENDERE IN MANO IL TESTO DEL SUO INTERROGATORIO DAVANTI A WOODCOCK 2- IL PRIMO CAZZOTTO VA A BOCCHINO. PAPA GLI ERA ANDATO A PARLARE, SOSTIENE, LA MATTINA DEL 14 DICEMBRE DEL 2010 PER AVERE CONFORTO. NE AVEVA RICAVATO INVECE TRE INFORMAZIONI. LA NOTIZIA CERTIFICATA DEL SUO ESSERE SOTTO INCHIESTA, UN AVVERTIMENTO SINISTRO: “GUARDA CHE QUESTI MAGISTRATI NON SCHERZANO” E L’ULTIMA, LA PIÙ INQUIETANTE: “IL PM CHE INDAGA SU DI TE, FRANCESCO CURCIO, È UN MIO AMICO” 3- DURANTE L’INTERROGATORIO PAPA SCUOTE L’ARIA CON UN ALTRO RACCONTO. UN PRANZO DOMENICALE A CASA DI UN GIORNALISTA IN CUI L’INDAGATO AVEVA INCONTRATO IL CAPO DELLA LOCALE PROCURA, GIANDOMENICO LEPORE 4- DOPO PAPA, TOCCA A BISIGNANI: “UN GIORNO BOCCHINO, MIO CARO AMICO, MI DISSE DI AVERE APPRESO CHE PAPA ERA INDAGATO E CHE A NAPOLI C'ERA UN'INDAGINE E DELLE INTERCETTAZIONI CHE RIGUARDAVA ALCUNE SCHEDE PROCURATE E DIFFUSE DAL PAPA”

1- IL GIP: "PAPA TORNI IN LIBERTÀ"
Da "la Repubblica" - Il gip di Roma ha revocato gli arresti domiciliari per il parlamentare del Pdl Alfonso Papa in relazione alle accuse che gli muovono i pm della capitale. Papa resta però ai domiciliari per l'inchiesta della Procura di Napoli. I suoi avvocati, forti della decisione di ieri, presenteranno un'istanza di revoca dei domiciliari anche per le vicende campane.


DAGOREPORT
A un certo, punto, tra una spregiudicatezza di troppo, un delirio di onnipotenza, una telefonata a Bisignani e una richiesta eccessiva, il deputato Pdl Alfonso Papa ha perso l'orientamento. Così oggi, sottoposto nell'ambito dell'affare P4 a una detenzione ai domiciliari definita dalla moglie «ristrettissima», schiuma rabbia, assembla i tasselli e medita vendetta.

Il caso P4 è l'esemplare fotografia di un lasseiz-faire generalizzato che attraversa le aule di giustizia e quelle parlamentari, i ristoranti alla moda e le redazioni, gli uffici privati e gli appalti pubblici e poi si spegne, in coincidenza con un nuovo scandalo, lasciando soli o liberi di ricostruire la propria tela i protagonisti della vicenda.

Se, come adombrato dall'Espresso la scorsa settimana, la locomotiva Bisi ha ripreso a correre sfrecciando a fari spenti sugli stessi binari di ieri, il vagone di Papa è fermo a un vecchio interrogatorio di garanzia. Otto ore davanti ai magistrati. Fonoregistrate e poi trascritte.

Quattrocentottanta minuti di j'accuse alternati all'autodifesa che non sono serviti ad Alfonso Papa per trovare la via d'uscita dal labirinto. Gli altri (a iniziare da Bisignani) hanno patteggiato, sono usciti di scena e in alcune occasioni (è il caso di Angelo Rovati, al quale durante la perquisizione dell'ufficio venne contestato il ritrovamento di materiale su Giocchino Genchi, su cui l'ex sodale di Prodi non seppe dare spiegazione) non sono stati neanche sfiorati dalla macchina giudiziaria.

A Papa sono rimasti in mano il cerino, qualche frequentazione dubbia e qualche strana coincidenza su cui arrovellarsi da qui all'eternità. La principale riguarda Italo Bocchino. Il parlamentare di Futuro e Libertà che per primo, e con insistenza bruciante, si farà portavoce della necessità di un voto parlamentare favorevole all'arresto di Papa.

Già a fine giugno del 2011, quando la richiesta dei Pm napoletani si trasforma in atto formale stampato nero su bianco da sottoporre al giudizio dei Deputati e solo poche centinaia di pagine (su decine di migliaia) arrivano sugli scranni di destra e sinistra, Bocchino ha le idee chiarissime: «Su Papa gli atti parlano chiaro. Non ci sono margini per il fumus persecutionis o per attribuire ai magistrati napoletani degli elementi altri».

Quindi, per Bocchino, per Fli e per il Terzo Polo: «È necessario tutelare il Parlamento, ma non mortificarne le regole, senza rischiare di trasformare l'immunita' in impunita'». Una linea durissima, in linea quando non oltre il giustizialismo dipietrista che oggi, riletta con attenzione e secondo l'ottica andreottiana (" A pensar male si fa peccato...") appare anche ( o soprattutto?) figlia delle circostanze. Alfonso Papa infatti, messo alle corde, prova a ribaltare il quadro. A uscire dall'angolo contrastando le accuse della Procura di Napoli (corruzione, concussione, estorsione, rivelazione di segreto e favoreggiamento).

Assesta pugni, agita rumore di sciabole e complotti: «Si sono messi tutti d'accordo a iniziare da Bisignani per lasciarmi affondare, ero l'anello debole, quello da sacrificare» e lotta, perdendo. Nel vano agitarsi, Il primo cazzotto va proprio a Italo Bocchino. Papa gli era andato a parlare, sostiene, la mattina del 14 dicembre del 2010 per avere conforto. Ne aveva ricavato invece tre informazioni. La notizia certificata del suo essere effettivamente sotto inchiesta, un avvertimento sinistro: «Guarda che questi magistrati non scherzano» e l'ultima, la più inquietante: «Il Pm che indaga su di te, Francesco Curcio, è un mio amico».

Durante l'interrogatorio Papa scuote l'aria con un altro racconto. Un pranzo domenicale a casa di un giornalista in cui l'indagato aveva incontrato il capo della locale Procura, Giandomenico Lepore. Nel suo racconto Papa si avvicinò al Procuratore Capo di Napoli, lo salutò e affrontò l'argomento senza preamboli: «So che esiste un'inchiesta che mi riguarda, ma sono tutte cose false».

Ottenne in cambio un risata, una momentanea menzogna e la precisazione a posteriori di Lepore, sostanzialmente coincidente con la versione di Papa, paradossalmente utile a disinnescare la rivelazione: 
«Si trattava di un pranzo al quale erano presenti più di 40 persone. Ovviamente sapevo che Papa era sotto intercettazione e mi consultai con i colleghi sull'opportunità di partecipare. Decidemmo di sì per non insospettire l'indagato. Papa mi si avvicinò e mi disse che, se mi fossero arrivate notizie sul suo conto, sarebbero state false. Io mi limitai a sorridere e a dirgli che non era arrivato nulla».

Persino la concatenazione dell'incontro di Papa con Italo Bocchino e le parole del delfino di Fini avrebbero avuto, se dimostrate, un loro profondo rilievo. Avrebbero messo in luce rapporti preferenziali non opportuni (l'amicizia con Curcio) e corsie d'indagine forse obbligate, vizi di forma, contestazioni. Ma Papa, vaso di coccio tra le anfore di ghisa, con la valigia piena di imprudenze, reati, ragazze di dubbi intenti ed errori, non viene ritenuto plausibile.

«Francamente non appare credibile che le persone convocate dal pubblico ministero, ammonite sui doveri cui sono tenute, abbiano deciso di cercare l'indagato per comunicargli i termini o l'oggetto dell'iniziativa giudiziaria» scrive il Gip di Napoli Luigi Giordano. Gli negano la libertà e ne spazzano via le ipotesi specifiche.

Curcio non parla dell'indagine ma si difende seccamente negando qualsiasi vicinanza a Bocchino: "Ho visto per la prima volta in vita mia l'Onorevole a febbraio quando l'ho sentito in Procura per l'indagine P4" ricevendo il puntuale controcanto di Italo stesso: "non conoscevo Curcio prima. Papa ce l'ha con me per le mie dichiarazioni a favore del sì alla sua carcerazione che hanno probabilmente influenzato l'atteggiamento del Terzo Polo nel voto che lo ha consegnato alla galera".

Poi lo stesso Bocchino (sul quale Papa si dilunga nel suo interrogatorio, senza risparmiargli duri giudizi politici, comuni a un altro esponente del centro destra, il pidiellino Elio Vito) viene messo nei guai anche da Bisignani. Gigi si libera del fardello il 9 marzo 2011: «Un giorno l'onorevole Bocchino, mio caro amico, mi disse di avere appreso che Papa era indagato e che a Napoli c'era un'indagine e delle intercettazioni che riguardava alcune schede procurate e diffuse dal Papa; in quel frangente anzi mi chiese se anche io avessi avuto tali schede e a quel punto io assunsi un atteggiamento fintamente tranquillo e volontariamente non diedi a vedere che ero preoccupato, anzi dissi che non avevo utilizzato le suddette schede».

E ancora Bisignani, cinque giorni dopo, a rincarare la dose: «Bocchino parlo' espressamente di un'indagine a Napoli ma non fece mai il nome dei magistrati, io rappresentai immediatamente tali circostanze al Papa e lui successivamente fece ulteriori accertamenti verificando la fondatezza di tali notizie». Bocchino dribbla il reato, tacita l'imbarazzo e si produce in un triplo salto carpiato. Prima ad Agorà, su Rai 3 tuona: «Che Alfonso Papa fosse attenzionato a Napoli l'avevano scritto i giornali prima che io ne parlassi con Luigi Bisignani prendendo un caffè».

Poi esagera nello stesso contesto e si lascia andare, dimostrando di sapere forse più di quanto non dovrebbe: «Sono parte offesa di tutta questa vicenda e, quando sarà più chiaro il disegno della rete e di ricatti, emergeranno tutti gli aspetti e la situazione sarà più chiara». I ricatti. La versione di Bocchino. Il teorema D'Agostino poi rovinosamente smentito dall'allora consorte, Gabriella Buontempo. Davanti ai magistrati Bocchino offre prima una versione diversa da quella di Bisignani («Gigi confonde le date») e poi, come vedremo, la cambia sensibilmente plasmandola all'opportunità del momento.

Bocchino uno: «Rispondo che l'affermazione del Bisignani risulta imprecisa e che il Bisignani abbia riassunto più colloqui: ricordo che in un primo tempo io mi limitai a dire al Bisignani che vi erano semplicemente delle voci generiche e vaghe su talune attenzioni giudiziarie sull'onorevole Papa da parte della procura di Napoli; ricordo, invece, che della vicenda delle schede intercettate io parlai con Bisignani successivamente dopo che tale notizia era uscita sui giornali. In precedenza erano solo rumors e boatos e non ricordo da chi con precisione. Ricordo di aver parlato con Bisignani della vicenda da dicembre ultimo ad oggi, forse quattro o cinque volte; ricordo che il Bisignani si mostrava preoccupato e che era ancora più preoccupato dal fatto che Alfonso Papa sottovalutasse la questione».

In ogni caso, mentre la posizione di Papa peggiora ed essendo in palese disaccordo, Bisignani e Bocchino sono chiamati a confronto a poche ore dalle singole deposizioni. È un frammento di commedia all'italiana in omaggio al «Non vedo, non sento, non parlo». Bisignani non indietreggia di un millimetro e sostanzialmente etichetta Bocchino come un moderno "Pinocchio": «Confermo quello che ho già detto. Ti ricordi (rivolto a Bocchino ndr) che presso la Galleria Sordi, prima che la notizia fosse uscita sulla stampa, mi dicesti che avevi raccolto notizie sul fatto che vi era un'indagine che aveva ad oggetto le schede telefoniche di Papa. Ricordo bene che tu, preoccupato, in quanto sei mio amico, mi chiedesti se per caso non avessi anche io usufruito delle schede del Papa. Io, mentendo, ti dissi di no e ricordo che tu ne fosti molto sollevato. Nel senso che recepisti che io non ero coinvolto in questa storia».

Bocchino è in difficoltà: «La circostanza che tu hai riferito è in sé esatta ma la collochi in un momento sbagliato. E' vero che ti dissi dell'indagine sulle schede del Papa e che verosimilmente ti chiesi se per caso anche tu le avessi utilizzate. Tuttavia ciò avvenne in un momento successivo alla pubblicazione delle notizie su questa storia». Chiusura definitiva di Bisignani: «io ricordo che mi hai detto questo fatto in epoca precedente». Nulla di fatto. Oblìo. E Papa, al chiuso di un appartamento, con tutti i suoi perché.

 

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