meloni bartolozzi tajani nordio

LA PRIMA VERA GROSSA SCONFITTA DI GIORGIA MELONI - PIU' CHE SUI MAGISTRATI, GLI ITALIANI HANNO VOTATO PER MANDARE A CASA L'ARMATA BRANCA-MELONI - QUANDO SI VIENE BOCCIATI CON IL 59% DEGLI ELETTORI, NON BASTA BALBETTARE "ANDIAMO AVANTI" - A PAGARE LA SCONFITTA E A PRENDERLO IN QUEL POSTO SARANNO, DI SICURO, IL MINISTRO ALLO SPRITZ NORDIO, LA SUA CAPO DI GABINETTO BARTOLOZZI ("I MAGISTRATI? PLOTONI D'ESECUZIONE") E IL "BISTECCHIERE" DELMASTRO - A PESARE SULLA DISFATTA NON SOLO LE BARUFFE INTESTINE CON SALVINI E LO SLURP INTERNAZIONALE AL CIUFFO DI TRUMP: DOPO 4 ANNI DI POTERE E' VENUTA A GALLA TUTTA L'INCAPACITA' E/O L'INADEGUATEZZA DEL GOVERNO - ORA, COL CENTROSINISTRA RINGALLUZZITO E UNITO, NULLA SARA' PIU' COME PRIMA (ALMENO SI SPERA...) - VIDEO!

 

DAGOREPORT - L’ITALIA HA DETTO “NO” ALL'ARMATA BRANCA-MELONI! SFANCULATA L'OSCENA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE

https://www.dagospia.com/politica/dagoreport-l-italia-detto-no-scriteriata-riforma-costituzione-by-468467

 

REFERENDUM GIUSTIZIA, SCHIAFFO AL GOVERNO: PERCHÉ HA VINTO IL NO E COSA CAMBIA ORA PER GIORGIA MELONI. RISCHIO DIMISSIONI PER NORDIO - INDISCRETO

 

Estratto dell'articolo di Marco Antonellis per www.lespresso.it

 

referendum sulla giustizia - giorgia meloni e carlo nordio - poster by macondo

L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale.

 

Il risultato – con il "No" stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie.

 

È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.

 

Il No travolge la riforma: affluenza record e bocciatura senza appello

GIORGIA MELONI E IL REFERENDUM - MEME BY VUKIC

I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una  quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del "No" – ha dichiarato di aver votato contro il governo.

 

Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l'esecutivo. E qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano [...]

 

Gli italiani vogliono essere governati, non comandati

C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico.

 

giorgia meloni e carlo nordio alla camera foto lapresse

La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.

 

La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati

Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro.

antonio tajani e i suoi appelli per la pace meme 6

 

Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.

 

Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adesso

Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi. Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del  2027 (o addirittura già quest'anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.

 

Una bocciatura che cambia gli equilibri

Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.

GIUSY BARTOLOZZI E ANDREA DELMASTRO A CENA A BISTECCHERIE D ITALIA - FOTO DEL FATTO QUOTIDIANO

 

LA PRIMA VERA SCONFITTA DI GIORGIA MELONI

Concetto Vecchio per www.repubblica.it - Estratti

 

Giorgia Meloni ha perso. La Costituzione non sarà cambiata. La separazione delle carriere è stata bocciata dagli italiani: otto punti, ovvero quasi due milioni di voti, dividono il no (54 per cento) dal sì (46 per cento). Non era scontato.

 

Non così, visto che nell’ultima settimana la premier era scesa in campo, spendendo la propria autorità per cercare di far prevalere le ragioni della riforma voluta dal suo governo. Un po’ come riusciva a Silvio Berlusconi, impareggiabile campaigner. Invece non ha funzionato.

 

Era un cimento politico. Politicissimo. Pro o contro il governo. Ed è finita con la prima vera sconfitta della premier dal suo ingresso a palazzo Chigi nel settembre 2022. Tredici milioni le hanno detto no.

 

E’ anche la fine della lunga luna di miele con una larga fetta d’Italia? Nessuno nemmeno immaginava il 59 per cento di affluenza: nove punti più delle ultime Europee. Una mobilitazione non prevista da nessun sondaggista. Hanno votato in massa nelle grandi città, Firenze e Bologna sopra il 70 per cento, Milano al 66.

 

MEME SU ANTONIO TAJANI BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA

L’Italia metropolitana si è opposta così al sovranismo. E hanno detto no i giovani. E anche il Sud si è schierato compatto con la magistratura. L’affluenza rafforza la vittoria del no. Contro la destra c’è stata una mobilitazione. Per il centrosinistra, che ha marciato unito, è una boccata d’ossigeno.

 

La riforma della giustizia – separare le carriere, creare due Csm, un’Alta Corte a giudicarla, con i giudici scelti col sorteggio – era stata voluta dalla maggioranza di centrodestra, su input di Forza Italia, in onore a Berlusconi, ma senza alcuna condivisione con l’opposizione.

 

Votata perciò dal Parlamento senza possibilità di emendarla. Imposta dunque con la forza. La prima fra tante. Se fosse passata sarebbe toccato alla legge elettorale (a misura di destra), al premierato, fino allo scalpo finale: Giorgia Meloni al Quirinale dopo Mattarella, nel gennaio 2029. Non è detto che non possa ancora accadere. E le politiche tra esattamente un anno sono un’altra partita. Ma certo ora sarà più difficile. Oggi è arrivato uno stop potente.

GIORGIA MELONI CARLO NORDIO

 

L’altro sconfitto è il ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva definito il Csm “paramafioso”, costringendo il presidente Mattarella a intervenire a difesa dell’istituzione. Ma il dato politico è che gli elettori hanno capito la posta in gioco: in ballo non c’era solo il tentativo di separare le carriere dei magistrati, ma di fornire alla destra un lasciapassare per picconare ulteriormente la Costituzione, indebolendo la democrazia.

 

giorgia meloni al seggio per il referendum sulla giustizia foto lapresse1

Difficile dire quanto abbiano inciso le ultime disavventure del governo. Tajani ormai star dei meme. Il misterioso viaggio di Crosetto a Dubai. L’incredibile vicenda di Delmastro, con il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, fotografati nel locale di un prestanome della camorra. La Russa che dà del coglione a un senatore. La Rai asservita al melonismo, con ascolti in picchiata. 

 

Messi insieme questi casi formano un quadro pieno di imbarazzi che nemmeno il talento politico di Giorgia Meloni è riuscito a mascherare. La guerra di Trump, l’amico Donald, che c’investe in pieno ha fatto il resto. E a nulla è valso il decreto, ribattezzato referendario, che in extremis ha tagliato le accise della benzina.

 

E adesso? Nel giugno del 2011 il referendum sull’acqua pubblica – anche lì una gran partecipazione di popolo, con tanti giovani – segnò l’inizio della fine del berlusconismo. Oggi, più di allora, siamo dentro una stagione drammatica e imprevedibile. Ma la vittoria del no segna una discontinuità, e forse l’inizio di una primavera politica.

giusi bartolozzigiorgia meloni al seggio per il referendum sulla giustizia foto lapresse2ELENA CHIORINO E ANDREA DELMASTRO AL RISTORANTE BAFFO DI MAURO CAROCCIA NEL 2023 giusi bartolozziGENNAIO 2026 - ANDREA DELMASTRO A CENA A BISTECCHERA D'ITALIA CON RAFFAELE TUTTOMONDO SINDACALISTA DI POLIZIA PENITENZIARIA

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