RENZI METTE IL DITO NELLA PIAGA: “LO ZOCCOLO DURO DI BERLUSCONI NON È ANDATO IN CRISI NEPPURE CON GLI SCANDALI SESSUALI E PROPRIO ORA CHE STA CADENDO PER LA CADUTA DI CREDIBILITÀ E DI CONSENSO, IL PD, NON RIESCE A CRESCERE” - SCALFARI METTE IL DITO NELLA PIEGA: “IL SINDACO DI FIRENZE RICORDA MOLTO CRAXI. CHE CACCIÒ I DINOSAURI DEL PSI. PER CONQUISTARE L'ELETTORATO RAMPANTE DELLA MILANO DA BERE. E, GUARDA CASO, C'È FERRARA TRA I SOSTENITORI DI RENZI”…

1- IL PDL È TRAVOLTO DALLA CRISI MA NOI NON CRESCIAMO
Fabio Martini per "La Stampa"

Il giorno dopo, Matteo Renzi non minimizza: «Le contestazioni? Ma figurarsi, io non ho problemi con i fischi, anche perché pretendere di far politica, sentendosi dir soltanto bravo, circondato dalla cortina di ferro degli adoranti, appartiene ad una mentalità dittatoriale».

Ma il "ragazzaccio" di Firenze non è tipo da giocare soltanto in difesa e rilancia: «Il Pd, che è casa mia, deve star attento ad un atteggiamento pericoloso: cercarsi sempre un nemico, esterno o interno che sia. Ora che Berlusconi è finito, non è possibile prendersela con l'amico che dissente, quasi fosse quello da temere di più. In questo modo si resta nel recinto e non si conquista un voto in più nella prateria del libero voto di opinione».

Senta, lei non ci è mai andato leggero col Pd e dunque sul treno che la portava a Roma, avrà pensato che non sarebbe andata liscia...
«Potevo non andare a Roma per gli impegni che avevo a Firenze, ma sarebbe stata una resa. Ma io da sindaco, sono abituato ad affrontare le contestazioni. Vado, ascolto, se è il caso prendo í fischi e rispondo civilmente, come peraltro è accaduto anche sabato. Serenamente. Ma senza indietreggiare di mezza virgola. Senza dimenticare i tanti che hanno chiesto di farsi una foto con loro».

Stavolta però c'erano tutte le tv a scrutare la mezza virgola: mica le avrà fatto piacere essere contestato?
«Stavolta era nel conto qualche contestazione, anche perché subito dopo la Leopolda, oltre alla accusa di scalciare, ne sono venute di più stravaganti. Autorevoli commentatori della sinistra hanno scritto: Renzi è come Bettino. E' come Berlusconi. E il Fatto, è arrivato a paragonarmi a Benito. Nel momento in cui sei additato come il pericolo numero uno, non c'è da stupirsi, anzi è naturale che qualcuno possa fischiare. Fa parte delle regole del gioco».

Tra le critiche di queste ore, una ricorda gli anni della guerra fredda: la Bindi le ha dato del provocatore.
«Sono rimasto senza parole. La Bindi ha richiamato la categoria concettuale del "se lo è andato a cercare". Faccio sommessamente notare che lei è la presidente del partito e che dovrebbe essere un punto di riferimento di serenità, di equilibrio, di garanzia. Mi piace pensare che, dopo una giornata intensa, la Bindi fosse un po' stanca».

Per D'Alema lei è un fenomeno mediatico, ma come "mago" della comunicazione, ammette di aver commesso un errore andando in segreto ad Arcore? Quell'episodio è rimasto nella memoria, non le pare?
«La comunicazione mica è una parolaccia! Non può essere alternativa alla politica anche perché se comunichi il niente la gente se ne accorge. Ma non si può aver paura di comunicare in modo chiaro valori, progetti, realizzazioni».

E la gita ad Arcore?
«La rifarei mille volte. Con qualsiasi presidente del Consiglio, in qualsiasi sede un capo di governo mi riceva per risolvere un problema della mia città. Con Berlusconi non ho elemosinato nulla, ho chiesto il rispetto di un impegno disatteso e ci sono riuscito. Eravamo d'accordo di render noto l'incontro con un comunicato, la notizia è stata fatta uscire 24 ore prima».

A parte i fischi a Renzi, gli italiani hanno capito come avrebbe governato la crisi il Pd e come potrebbe gestirla in futuro?
«Intendiamoci. Una manifestazione non è la sede più adatta per un messaggio di quel tipo. E' mancata un'altra cosa: il partito che ambisce a prendere la guida del Paese dovrebbe avere la forza di allargare il proprio campo, anziché stringerlo. E non dovrebbe fischiare il sindaco di una città, l'unica tra le grandi, nella quale il Pd ha la maggioranza assoluta dopo che le mie liste civiche sono confluite nel gruppo democratico. Il Pd deve scegliere: restare dentro il solito recinto, galvanizzando i propri elettori. O aprire i cancelli e lanciarsi nelle praterie».

Sostiene Romano Prodi: Bersani è una persona eccellente ma non riesce ad "uscire", il Pd non conquista consensi neppure col crollo del governo. Lei, ovviamente, sottoscrive...
«Ascolto sempre Prodi anche quando critica me o quelli della mia generazione. E' l'unico che ci ha fatto vincere due volte e che per due volte è stato spodestato per effetto di giochi di palazzo. In questo caso dice una verità evidente. Pensate: lo zoccolo duro di Berlusconi non è andato in crisi neppure con gli scandali sessuali e proprio ora che sta cadendo per la caduta di credibilità e di consenso, il Pd, non riesce a crescere. Nessun allarmismo, nessuna colpevolizzazione, ma riflettiamo».

Diciamola tutta: se in pochi giorni si corre verso le elezioni anticipate, non ci sono le Primarie e non c'è neppure Renzi...
«Vediamo. In questo momento il problema non è la selezione della classe dirigente ma capire se il governo salta e cosa accade. Per il centrosinistra l'ultima cosa da fare è presentarci alle elezioni, magari vincerle e il giorno dopo ricominciare a litigare».

2- UN KINGMAKER PER BETTINO RENZI
Eugenio Scalfari per "l'Espresso"

Il sindaco di Firenze ricorda molto Craxi. Che cacciò i dinosauri del Psi. Per conquistare l'elettorato rampante della Milano da bere. E, guarda caso, c'è Ferrara tra i suoi sostenitori Matteo Renzi. Se ne fa un gran parlare in questi giorni, nei "media", nel partito democratico e negli altri partiti. Perciò ne parlo anch'io, così porto anch'io il mio mattoncino alla costruzione d'un personaggio, che è poi quello che lui più desidera.

Per dirla tutta, la mia "faziosa" intenzione sarebbe piuttosto quella di de-costruire quel personaggio che considero irrilevante se non addirittura dannoso per un necessario riassetto della politica italiana, già molto disastrata da vent'anni di berlusconismo; ma l'eterogenesi dei fini può perfino far sì che quanto sto per scrivere si volga in suo favore. Correrò questo rischio.

La prendo da lontano. La prendo dalla riunione del comitato centrale socialista all'Hotel Midas. Correva l'anno 1976. Il Psi partecipava già da 13 anni ai governi con la Dc. Ne era presidente Pietro Nenni, già malandato dagli anni, e segretario Francesco De Martino. Ma era un centrosinistra ormai svaporato, sfibrato, senza più una seria capacità riformista. In una prima fase quella capacità c'era stata soprattutto per opera di Riccardo Lombardi e di Antonio Giolitti. La segreteria di Giacomo Mancini l'aveva alquanto attutita.

De Martino aveva cercato di ritrovarla, ma non c'era riuscito. Il Psi era diventato un partito di dinosauri - come oggi Renzi definisce il Pd - ma volti nuovi non se ne vedevano. La stessa sinistra di Lombardi era di fatto sfuggita di mano al suo vecchio leader finendo nella mani di Gianni De Michelis e di Claudio Signorile che pensavano più ai denari e ai piaceri del potere che alla politica del bene comune.

Sembrava venuto il tempo dei giovani, del salto generazionale, del nuovo. Nella stessa corrente di maggioranza il nuovo premeva e l'attenzione era piuttosto su Enrico Manca che su De Martino. Ma non era un nuovo che potesse scompaginare i dinosauri. Per realizzare quest'obiettivo ci voleva una carta fuori dal mazzo. Ci voleva un jolly del tutto imprevedibile. Lo trovò Mancini, che ormai non poteva certo ritornare in prima fila ma aspirava al ruolo di "kingmaker".

Il jolly di Mancini si chiamò Bettino Craxi e fu quella la carta calata sul tavolo del partito. Il programma di Bettino era chiaro: sotterrare i dinosauri, prendere le distanze dal partito comunista ancor più di quanto non era già avvenuto, aprire il Psi a un nuovo ceto medio-alto che la Dc non riusciva a intercettare, affermare la supremazia della politica sui boiardi della razza padrona. Insomma inventarsi un'Italia "da bere", un'Italia di emergenti, di giovani, di felicità, di aggressività, di poteri forti anch'essi rinnovati.

Ma ci voleva qualcuno che avviasse il lavoro sporco, e cioè Manca. Solo Manca poteva compiere il patricidio disarcionando De Martino e così avvenne. Il patricidio fu compiuto. Manca votò per Craxi che fu eletto segretario. Il resto è noto. Craxi inglobò ben presto De Michelis e poi Signorile; alla fine inglobò lo stesso Manca e prese le distanze da Mancini.

Aveva una grande volontà di potenza, Bettino Craxi. Voleva trasformare il partito socialista in una macchina da guerra che dissanguasse il Pci, governasse in un condominio paritario con la Dc dorotea e trasformasse la democrazia parlamentare in una democrazia presidenziale. Per condurre a termine questa operazione aveva bisogno di denaro. Denaro per conquistare il potere e potere per procurarsi denaro. Una trasformazione antropologica del socialismo: questo era al tempo stesso lo strumento e l'obiettivo.

Matteo Renzi. È un moderato-radicale. Se gli domandi un programma economico non ha risposte salvo farti intendere che la Cgil di Susanna Camusso non è nelle sue corde. Si rivolge ai poteri forti, a quel tipo di ceto medio che non ha mai votato a sinistra ma capisce che la stella di Berlusconi volge al termine e cerca alternative per avere ancora un'"Italia da bere".

È cattolico praticante e come tale potrebbe intercettare l'appoggio dei cattolici di Comunione e liberazione e di Raffaele Bonanni. Insomma dei moderati. Un berlusconismo purificato e una trasformazione antropologica dei democratici. Naturalmente senza Nichi Vendola. Vendola si faccia il suo partito a sinistra del Pd. Renzi sostituirà i democratici che se ne vanno con altrettanti che arriveranno. In nome del nuovo. Per fare che cosa? Per fare il nuovo. Certo ci vorrebbe un "kingmaker" di prestigio. Per ora ce n'è uno. Si chiama Giuliano Ferrara. No lo sapevate? Leggete "Il Foglio" del 31 ottobre e lo scoprirete. Non è alquanto inquietante?

 

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