1- CHE “TEMPI”! GENCHI & DE MAGISTRIS SPIAVANO PURE IL QUIRINALE! (MANCAVA SOLO IL PAPA) 2- IL SETTIMANALE “TEMPI” SCODELLA GLI ATTI DEL PROCESSO CHE INIZIERA’ IL 17 APRILE A ROMA. I DUE SONO ACCUSATI DI AVER INTERCETTATO OTTO PARLAMENTARI SENZA L’AUTORIZZAZIONE DELLA CAMERA (RUTELLI, PISANU, MINNITI, GENTILE, PRODI E MASTELLA) 3- MA NELLA RETE FINI’ MEZZA ITALIA: LE UTENZE DEL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA E ALTRI MAGISTRATI, CINQUE PARTITI E GRUPPI POLITICI, LA CAMERA E IL SENATO (SEGRETERIA DEL PRESIDENTE), I VERTICI DELLA FINANZA, IL CAPO DEGLI ISPETTORI DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA E L’AMBASCIATA AMERICANA, 52 UTENZE DEL CSM E 14 UTENZE FISSE DEL SEGRETARIATO GENERALE DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA 4- SECONDO IL ROS DEI CARABINIERI GENCHI & DE MAGISTRIS AVREBBERO OTTENUTO DAI GESTORI DELLA TELEFONIA LE ANAGRAFICHE DI 392 MILA INTESTATARI E RICHIESTO 1.402 TABULATI DI TRAFFICO SOLO PER “POSEIDONE” E “WHY NOT” (I TABULATI DI POLLARI)

Dagoestratto dall'articolo di Peppe Rinaldi per il settimanale Tempi

Domanda al soggetto numero 1: «Perché lei ha acquisito il tabulato del traffico telefonico del generale Nicolò Pollari, capo del Sismi, e di altre quattro utenze intestate allo stesso cognome?». Risposta: «Era il consulente che mi sottoponeva i numeri da acquisire (...), io faccio il pm, mi occupo di altri aspetti delle indagini (...), ognuno risponde per sé».

Domanda al soggetto numero 2: «Ma il pm era informato di ciò che lei faceva, era a conoscenza degli esiti delle sue ricerche?». Risposta: «Sì, anche in tempo reale (...) attraverso la consultazione online degli atti».

È il 30 gennaio 2009, siamo in Parlamento, precisamente dinanzi al Copasir ancora presieduto da Francesco Rutelli, prima dell'avvicendamento con Massimo D'Alema. I soggetti indicati con un numero sono Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi, l'ex pm delle inchieste "Poseidone" e "Why not" e il suo consulente informatico: entrambi, separatamente, sono sottoposti a un'estenuante audizione dal comitato che vigila sulla sicurezza del paese e sull'attività dei nostri servizi segreti.

Il caos all'esterno è totale, perciò i due sono lì: perché già da un pezzo sono i protagonisti dello share di Annozero e veleggiano sulle prime pagine di giornali e siti web, dov'è tutto un ribollire di dichiarazioni su massonerie coperte, servizi segreti deviati, giudici corrotti, mafiosi infiltrati e democrazia in pericolo. Loro erano in prima linea proprio per salvare l'Italia da una «nuova Tangentopoli» che avrebbe riguardato «tutto intero lo schieramento politico», tanto da far temere la «crisi finale dello Stato di diritto» (De Magistris al Corriere della Sera, 17 luglio 2007).

In quel fine gennaio 2009 hanno l'obbligo di riferire al Copasir "con lealtà e completezza" la verità sulle circostanze per le quali vengono sentiti, come se fossero in tribunale.

Con le premesse delineate da certe prime risposte si capisce che la situazione non è semplice: l'uno non sa quel che l'altro ha detto e, tra prese di distanza indirette o involontarie alternate a dichiarazioni di stima e fiducia reciproca, alla fine ne verrà fuori un quadro molto curioso. Scriverà il Copasir: «Nel corso della sua audizione il dottor Genchi ha sostenuto tesi contraddittorie tra loro e in relazione a quanto riferito dal dottor De Magistris.

Ha precisato di essere stato sicuramente consapevole di aver acquisito i tabulati del generale Pollari, anche se, permanendo in lui ancora dei dubbi, al fine di chiarirli aveva ottenuto, tramite amici giornalisti, copia degli atti del processo di Milano riguardanti l'indagine Abu Omar nei quali era indicata l'utenza telefonica del generale».

Chi fossero questi "amici giornalisti" non c'è scritto nella relazione finale del Copasir. Lo si può sospettare solo quando Genchi, nel vortice di un'audizione deragliata già fino al caso Telecom-Tavaroli, riferirà ai commissari di una - a suo dire - misteriosa triangolazione telefonica riguardante un aspetto di quella storia, affermando che «se volete ve lo dico, anche perché non ho molti amici giornalisti.

È Barbacetto (Gianni, del Fatto quotidiano, ndr), conosciuto tanti anni fa a Palermo. Mi disse di essere amico di Ilda Boccassini e che con Mancini (Lionello, del Sole 24 Ore, ndr) andarono a casa sua». Un modo come un altro, una volta verificata la fondatezza dell'aneddoto, per dare nome e volto alla potenziale fonte di due giornalisti.

Il 17 aprile inizierà a Roma un processo in cui Genchi e De Magistris dovranno rispondere dell'accusa di avere acquisito e utilizzato i tabulati telefonici di otto parlamentari senza autorizzazione. Non si può fare, è l'Abc del diritto costituzionale. I due, naturalmente, si difendono sostenendo che mai avrebbero potuto commettere una tale leggerezza. Innocenti fino a prova contraria, ovvio. Ma la particolarità di questo processo è in ciò che è prima entrato nei 143 moduli, tra faldoni e sottofascicoli, e poi ne è uscito; in quel che prima c'era e che poi non c'è più stato.

Perché al di là delle cosiddette spiate su Rutelli, Pisanu, Minniti, Gozi, Pittelli, Gentile, Prodi e Mastella, c'è tutto un mondo sottostante, migliaia di nominativi, tabulati di traffico, sms, e-mail, intercettazioni (non tante) e milioni di telefonate. Per farsene un'idea, secondo il Ros dei carabinieri i due avrebbero ottenuto dai gestori della telefonia le anagrafiche di 392 mila intestatari e richiesto 1.402 tabulati di traffico solo per "Poseidone" e "Why not": se a questo aggiungiamo pure che, in base a quanto riferito al Copasir dai vertici delle compagnie telefoniche, Genchi ha assorbito, da solo, circa il 95 per cento di tutte le richieste inviate ai gestori da soggetti privati italiani, si avverte quanto la materia s'era fatta incandescente.

Tra le utenze individuate c'erano quelle riferite al procuratore nazionale antimafia e altri magistrati delle Direzioni nazionale e distrettuale di Reggio Calabria, a diversi parlamentari tra i quali il presidente del Consiglio, il ministro e il viceministro dell'Interno e il Guardasigilli, a cinque partiti e gruppi politici, alla Camera e al Senato (segreteria del presidente), ai vertici della Finanza, al capo degli ispettori del ministero della Giustizia e all'ambasciata americana, a 52 utenze telefoniche fisse e mobili del Csm e 14 utenze fisse del segretariato generale della presidenza della Repubblica.

Mancava solo il Papa negli atti istruiti a Catanzaro. E non si può escludere che sarebbero arrivati anche a lui se non fossero stati, comprensibilmente, fermati. Dal tenore delle loro difese, per le tribù manettare e per la procura di Salerno (dov'è in corso un processo ad hoc, azionato dalle torrenziali denunce dell'ex pm e in cui quest'ultimo è parte lesa) fu un complotto trasversale a stroncare l'esperienza calabrese. Per altri si trattò invece di un intervento istituzionale necessario, magari maldestro, giunto pure in ritardo. E c'è anche chi pensa che a farsi sfilare le indagini, senza volerlo, De Magistris e Genchi ci misero molto del loro.

E' ciò che stava per entrare in gioco, però, che invita a un'altra lettura dei fatti. Genchi e De Magistris avevano infatti acquisito i tabulati telefonici di alcuni esponenti dei servizi segreti: Il che vuol dire sapere con chi avevano parlato, quando, per quanto tempo e, soprattutto, da dove. Trattandosi di figure disciplinate da procedure particolari, la faccenda pone problemi di invasività non solo al singolo destinatario ma al complesso del sistema statale. Tanto più se, come sembra, quei soggetti con le indagini non avevano nulla a che vedere. Allora perché questo interesse su di loro? Casualità, leggerezza o cosa? Questo è il tema.

1-continua...

 

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