LE TOGHE LITIGANO E I GIORNALISTI FINISCONO NEI GUAI - GIULIANO FOSCHINI, CRONISTA DI ‘’REPUBBLICA’’, ACCUSATO DI RICETTAZIONE - PERQUISITE LA SUA ABITAZIONE E LA REDAZIONE BARESE DEL QUOTIDIANO - E’ “COLPEVOLE” DI AVER SCRITTO DELLA QUERELLE TRA DUE PM DI BARI E IL GIP CHE HA ASSOLTO VENDOLA - LA NOTIZIA DELLA LETTERA DEI PM (VERA) CHE DENUNCIANO L’AMICIZIA TRA IL GIP E LA SORELLA DI NICHI COSTA CARA…

Massimo Malpica per "il Giornale"

Quelli in toga litigano, e chi dà le notizie si ritrova indagato e perquisito. Stavolta succede a Bari, dove la polizia venerdì sera ha bussato alla redazione locale di Repubblica e a casa di un redattore del quotidiano, Giuliano Foschini, «reo» di aver rivelato il contenuto di una lettera scritta da due pm baresi alla stessa procura per chiedere lumi sul perché il gip che a fine ottobre ha assolto Vendola, Susanna De Felice, non si sia astenuta, visto che sarebbe amica della sorella del governatore, Patrizia.

La storia è vera, la lettera c'è e denuncia esattamente quello che Repubblica, e altri quotidiani tra cui questo, hanno scritto. Però mentre i veleni spaccano la procura, il primo a intossicarsi è il malcapitato Foschini, che adesso è iscritto nel registro degli indagati della procura di Lecce (che si occupa della vicenda) addirittura per ricettazione, e l'altra sera s'è sorbito a domicilio lo spiacevolissimo rito del setaccio di armadi, cassetti e computer da parte dei poliziotti.

Proprio l'ipotesi di reato è il dettaglio più odioso dell'intera vicenda, e fa pensare a scenari di vendetta più che di giustizia. Invece di capire in che modo, e grazie a chi, il contenuto di quella missiva - vera, val la pena di ribadire - è finito fuori dalla procura, ci si accanisce su chi di quella lettera è venuto a conoscenza, e che poi ha fatto nient'altro che il proprio dovere: raccontare un fatto che aveva tutti i crismi della notizia.

Una notizia, appunto, non un'autoradio rubata. Anche se di fronte alla possibilità per i giornalisti di opporre il segreto professionale e tutelare le fonti, e in mancanza di qualsiasi elemento anche lontanamente diffamatorio (reato per il quale come è noto il Senato ha ora reintrodotto l'arresto), qualcuno avrà pensato che dare del ricettatore (di notizie) a un cronista era un'ideona, abbassando ancora un po' l'asticella del sistema giustizia nel nostro Paese.

Un giornalista che dà conto di un documento ufficiale dal quale emergono con chiarezza le spaccature interne a una procura, ovviamente, non sta ricettando proprio niente. Semmai sta solo alzando meritoriamente il tappeto sotto al quale qualcun altro ha nascosto la polvere. Sta solo informando. Indagarlo per questo, accusandolo per di più di ricettazione, sembra una reazione muscolare e invasiva, un tentativo nemmeno velato di intimidire, lasciando lo spazio aperto ad altri metodi di indagine, intercettazioni comprese, in grado di disarmare una penna.

Un dubbio sollevato anche dal segretario della Fnsi, Franco Siddi, che si dice «interdetto», e ricorda come un cronista abbia «il dovere del segreto professionale e di rendere noto ai cittadini le notizie di pubblico interesse»: «Immaginare che un giornalista possa essere messo sotto inchiesta per ricettazione - aggiunge Siddi - è un'operazione che, ancorché proceduralmente legittima, appare impropria e incomprensibile».

Anche perché, conclude il segretario Fnsi, «i cittadini debbono sapere che in casi del genere l'indagato può essere messo anche sotto intercettazione e, nel caso del giornalista, vulnerato nelle sue fonti».

Duro anche il commento del presidente dell'assostampa pugliese Raffaele Lorusso, che quanto alla ricettazione parla di «situazione inquietante e intollerabile»: «L'approccio nei confronti dei giornalisti da parte una certa magistratura inquirente non può non destare preoccupazione perché le passerelle delle forze di polizia nelle redazioni nascondono sempre il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa».

 

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