1- LA FINE DEL BANANA? QUANDO TREMONTI SALÌ AL COLLE (IL 2 NOVEMBRE 2011) PER METTERE LA PULCE NELL’ORECCHIO A NAPOLITANO SULL’AMBIGUITÀ DEL DECRETO ANTI-CRISI 2- IL COLPO DI GRAZIA: RE GIORGIO NAPOLITANO AL TELEFONO CON IL CAVALIER POMPETTA CHE SPINGEVA PER OTTENERE IL VIA LIBERA SUL DECRETO ANTI-CRISI DA PORTARE AL VERTICE DI CANNES CON MERKEL E SARKOZY E DAVANTI AL PRESIDENTE APPOLLAIATO GIULIETTO CHE FACEVA NO CON LA TESTA (“SIETE TIPI STRANI”, COMMENTÒ BELLA NAPOLI) 3- BOSSI, ‘VERDE’ DI RABBIA, LO GETTO’ DALLA FINESTRA: “GIULIO, CHE CAZZO SEI ANDATO A DIRE AL QUIRINALE? HAI DECISO DI FARCI FALLIRE TUTTI?” (E PER TREMONTI FU LA FINE) 4- MATTEOLI DE PROFUNDIS: “È STATO UN APPRENDISTA STREGONE. PENSAVA DI SOSTITUIRSI A BERLUSCONI CON I FAVORI DI NAPOLITANO, POI IL "CASO MILANESE" LO AZZOPPÒ”

1 - NAPOLITANO E QUEL NO DI TREMONTI
M.Antonietta Calabrò per il "Corriere della Sera"

«Non ho alcun interesse per le polemiche. Si tratta di carte ufficiali relative a dati di governo. La verità è nel verbale del Consiglio dei ministri». Così Giulio Tremonti con una breve nota ha risposto al Giornale che ieri mattina ha titolato in prima pagina: «È stato Tremonti a dare il colpo di grazia a Silvio». Il direttore Alessandro Sallusti ha commentato: «Forse Napolitano non aspettava altro, ma certo Tremonti non è stato leale e trasparente fino in fondo, col suo premier, con la sua maggioranza e con gli italiani».

Sulla polemica Il Giornale ha pubblicato ieri una lettera ricevuta dal consigliere per la stampa e la comunicazione del presidente della Repubblica, Pasquale Cascella. La precisazione del Quirinale è arrivata dopo una lunga ricostruzione dell'ex ministro Renato Brunetta che lunedì, mettendo a confronto paragrafo per paragrafo il decreto che Berlusconi avrebbe voluto fare (all'inizio di novembre) e i tre decreti che invece ha fatto Monti (tra novembre e gennaio), si è chiesto perché il presidente della Repubblica abbia permesso al premier Monti quello che era stato negato a Berlusconi.

Tutta la polemica ruota in particolare sul decreto legge anticrisi del 2 novembre 2011, che avrebbe dovuto esserci e invece non ci fu. E che fece arrivare l'allora premier Berlusconi al G20 di Cannes a mani quasi vuote.

Per rispondere all'articolo di Brunetta, dunque, la lettera di Cascella spiega che «fu Giulio Tremonti, all'inizio di novembre, a sottolineare di fronte a Giorgio Napolitano la necessità che solo le misure più urgenti della manovra economica, cui stava lavorando il governo, fossero oggetto di un decreto». Il 2 novembre 2011, scrive ancora Cascella, «il capo dello Stato ricevette il ministro dell'Economia prima della riunione del Consiglio dei ministri.

Ed esplicito fu il richiamo alle posizioni espresse proprio dal titolare della politica economica nella lettera che il presidente della Repubblica scrisse al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta». In quella lettera «si riferiva che il ministro si era detto convinto che si dovessero "definire solo le misure più urgenti tra quelle indicate" e lo si dovesse fare "nella forma più praticabile", anche dal punto di vista parlamentare e meno ingeneratrice di tensioni politiche e della presentazione di emendamenti alla legge di stabilità, in quel momento all'esame del Senato», (il famoso maxiemendamento, ndr) prosegue Cascella.

Perché Napolitano agì così? Il consigliere del capo dello Stato risponde che «il presidente della Repubblica ritenne di esprimersi a favore della soluzione indicata dal ministro», «solo» come presa d'atto «di riserve motivate presenti all'interno della stessa compagine governativa e la ricerca di un veicolo normativo che consentisse di addivenire rapidamente all'approvazione delle misure più urgenti, evitando più aspre tensioni tra le forze politiche». In particolare, tra le forze politiche di maggioranza.

Tremonti ieri ha chiamato a testimone il verbale del drammatico Consiglio dei ministri convocato alle 20.30 del 2 novembre. Il comunicato ufficiale che ne seguì riflette il compromesso raggiunto. Il Cdm «appositamente convocato in via straordinaria» ha esaminato «un complesso di misure urgenti a sostegno della economia italiana», approvando «un maxiemendamento al disegno di legge di stabilità». Niente decreto legge, insomma.

2 - ANCHE BOSSI SI INFURIÒ «GIULIO, VUOI FARCI FALLIRE»
Francesco Verderami per il "Corriere della Sera"

Nel Pdl non hanno ancora elaborato il lutto per la caduta del governo Berlusconi, perciò continua la caccia al colpevole di una crisi che ha tanti protagonisti e molti padri. Solo il Cavaliere sembra volersi lasciare alle spalle quel «delitto», «perché - dice - non intendo lasciare la politica da perdente». Ma anche perché, dovesse esaminare i motivi del fallimento, non potrebbe sottrarsi alle proprie responsabilità.

Certo, il mancato varo del «decreto sviluppo» su cui il centrodestra puntava per rilanciarsi, può essere considerato il momento chiave di una crisi che procedeva però da tempo e il cui finale era già scritto, se è vero che in quelle ore il ministro Matteoli sospirava: «Il progetto Monti è in fase più avanzata di quanto non si creda».

Accerchiato nel Paese e nel Palazzo, messo in mora dai mercati finanziari e dalle cancellerie occidentali, Berlusconi subì il colpo di grazia il 2 novembre, al termine di un braccio di ferro con Tremonti sul decreto che lasciò stupefatto Napolitano. Lo scontro tra i due si consumò infatti alla presenza del capo dello Stato, perché mentre il presidente della Repubblica ascoltava per telefono la volontà del premier di «procedere con un provvedimento d'urgenza», dinnanzi a sé osservava il ministro dell'Economia scuotere la testa in segno di dissenso: «Siete strani tipi», commentò al termine.

La vicenda è nota, com'è noto il tentativo in extremis del Cavaliere in Consiglio dei ministri di forzare la mano per il decreto, e la minaccia di Gianni Letta di dimettersi pur di non essere annoverato tra i protagonisti di un «conflitto istituzionale» con il Colle. Fu allora che Berlusconi capì quale sarebbe stato il suo destino e additò Tremonti, come fece lo stesso Bossi, che prese di petto il superministro in un corridoio di Montecitorio e gli urlò: «Che c... sei andato a dire al Quirinale? Hai deciso di farci fallire tutti?».

Per il titolare dell'Economia il governo era già politicamente in «default», l'aveva detto al Cavaliere durante uno sgradevole colloquio: «È finita. E sappi che di venire al tuo posto non ci penso proprio».

Ma è stato Tremonti l'unico «sabotatore»? L'ex ministro dell'Economia non ci sta a sedere sul banco degli imputati, almeno non da solo. Insieme a lui, altri esponenti del governo sarebbero stati responsabili del mancato varo del decreto. È vero, per esempio, che anche Brunetta si sarebbe opposto?

È vero che il titolare della Pubblica amministrazione avrebbe riservatamente inviato al Quirinale una serie di slide per rimarcare come - attraverso un preciso timing - si sarebbero potuti raggiungere gli stessi risultati senza un provvedimento d'urgenza? Era contro Brunetta che Calderoli si scagliò senza citarlo nell'ormai famoso Consiglio dei ministri?

Di sicuro c'è che Brunetta imputa a Tremonti la paternità del fallimento, ricorda come in quei giorni stava preparando «per conto di Berlusconi» e «sotto la regia di Draghi» (in procinto di passare da Bankitalia alla Bce) una lettera di risposta alle richieste della Commissione europea: «E fu Tremonti a mettersi di traverso. Non voleva si realizzasse nulla, perché temeva che così il governo avrebbe ripreso fiato».

Anche la rivalità tra Tremonti e Brunetta è nota, com'è noto che il superministro all'Economia si oppose alla cabina di regia con cui Berlusconi provò a esautorarlo. Quando seppe che Martino aveva proposto all'economista Gary Becker di collaborare al progetto, fu tranciante sul premio Nobel americano: «Quel simpatico ottantenne...».
Tremonti sarà stato corresponsabile della crisi, ma certo non l'unico colpevole, sebbene il leghista Castelli - una settimana dopo l'avvento di Monti - disse che «per il suo carattere Giulio ha distrutto se stesso, oltre il governo».

«È stato un apprendista stregone», secondo Matteoli: «Pensava di sostituirsi a Berlusconi con i favori di Napolitano, poi il "caso Milanese" lo azzoppò». Fino ad allora il superministro era stato - a detta di Maroni - «l'altro premier» del governo, o forse l'unico. Fino ad allora era considerato il dominus, e per vanità non lo nascondeva: «Quasi quasi vado a quotarmi alla City». Ma ormai è storia. La polemica è per chi non ha ancora elaborato il lutto.

 

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